Affranto dalla caduta e dai colpi che gli fioccavano addosso da ogni parte, il Prina giacea steso a terra nella via del Marino, dinanzi al suo proprio palazzo. Un vinaio, la cui casa sorgea lì presso, cogliendo un momento in cui la moltitudine parea titubante intorno a che avesse a farsi di quel corpo immobile, gli si avventò sopra, sel pigliò in braccio, corse a casa sua, entrovvi, chiuse la porta e la sbarrò; e lieto poscia di questo primo successo, portò il ministro nella sua cantina, ove sperava poterlo nascondere. Ma l'istessa azione di quell'onesto avea fatto ridesta dalla passaggera inerzia l'addensata moltitudine; credette essa avere perduta la sua preda, ed agognò subito un'altra vittima che ne tenesse il luogo; è anzi verosimile che non sarebbesi più appagata d'una sola. Scagliarono una grandine di sassi contro la casa del vinaio, ne ruppero le imposte; e taluno propose di appiccarvi il fuoco, acciò nessuno di quelli che vi si erano rinchiusi potesse scampare. Udiva il vinaio queste minacce, e non erane atterrito; ma il ministro, al quale pochi istanti di riposo aveano ridonato un po' di forza, comprese non esservi più scampo per sè, ed anzi aver egli a cagionare la perdita di chi avea tentato di salvarlo, se rimanea quivi. Alzossi pertanto, e trascinatosi a stento per la scala fino alla porta di strada, l'aperse e presentossi di nuovo alla moltitudine, dicendo: «Sfogate sopra di me l'ira vostra, e almeno ch'io ne sia la sola vittima». Volle pure pregare, ma l'inferocita impaziente moltitudine non gliene diede tempo; avventoglisi addosso con quell'impeto con cui il fanciullo afferra il trastullo da lungo tempo bramato, e sopra di esso intraprese le più orribili esperienze, come se avesse voluto conoscere qual somma di patimenti possa l'uomo durare senza morire, e libare a centellini il calice della vendetta. Il conte Prina fu strascinato vivo per le vie di Milano per ben quattr'ore, coperto di fango e d'oltraggi, battuto, spinto, punzecchiato dagli spuntoni degli ombrelli. Finchè ebbe voce, non cessò di proferire tratto tratto la sacra parola di misericordia, e finchè ebbe facoltà di muover le membra, sforzossi di tenere giunte le mani. Da taluno che in lui s'abbattè quand'esso avea già perduto e la voce e il moto, mi è stato detto ch'egli era allora sfigurato del tutto, nè dava più altro segno di vita che alcuni soffocati singulti. Cessò di vivere, non già che fosse mortalmente ferito, ma perchè evvi un termine alle corporali torture, e le forze dell'uomo sono limitate. Il suo cadavere fu recato nel palazzo del Broletto, e niuno dei tanti che dalla curiosità, dall'astio, o dall'affetto furono tratti a vederlo, potè ravvisarlo, tanto sfigurato era quel cadavere pei patiti strapazzi. A mala pena serbava aspetto di umana creatura, eppure i chirurghi chiamati a constatarne il decesso, dichiararono, niuna delle ferite ond'egli era coperto essere stata tale da determinarne la morte. Il soverchio dei patimenti e la disperazione l'aveano spento.

Tratto era il dado; tutte le fazioni opposte ai Francesi credeansi averla vinta, ma in realtà gli Austriaci puri erano i soli vincitori. Alla notizia della morte del ministro, le porte dei quartieri delle truppe furono aperte, e le soldatesche si sparsero per la città onde impedire novelli attentati. Urgentissimo era di fatti il bisogno del braccio della forza armata, perciocchè la folla, inebriata da quel primo sangue, proferiva di già altri nomi, e quello fra altri del duca di Lodi, e formava parecchi sinistri disegni. Non appena fu essa però edotta dell'appressarsi della truppa, che si disciolse, gettando grida meno spaventose, ma non meno significative delle prime, e quello fra altre: Viva il re Pino. Non si tralasciò di dire che, se la calca così subitaneamente si disciolse alla notizia dell'arrivo dei soldati, ciò avvenne perchè la sua sete di vendetta era saziata, e che più difficile cómpito sarebbe stato il ridurla al dovere quando il Prina tuttora vivea. Ma un fatterello atterra del tutto questa opinione. Intanto che la moltitudine era tuttora inferocita contro la sua preda, e che il palazzo delle finanze era saccheggiato e demolito, coloro che stavano nella strada scorsero un pezzo di grondaia, che, distaccato dal tetto, pendea sulla strada; parve loro che fosse un cannone, e gridarono esservi nel palazzo artiglieria e doversi far fuoco sopra di loro. Questo falso e ridicolo all'erta bastò pure a volgere in fuga un grandissimo numero di quegli assassini e di quei saccomanni; ma essendosi troppo presto riconosciuta la verità, gli uni e gli altri incontanente si riposero all'opera.

Una parola dobbiam dire ancora del conte Prina. La plebaglia, che spianò quasi affatto il palazzo di lui per la speranza di trovarvi tesori nascosti, non vi trovò altro che la mobiglia ond'è fornita ogni casa abitata. Quanto è al suo patrimonio, è cosa costante oramai che egli non ne avea, e che la sua famiglia alla morte di lui nulla eredò.

Ora qual esser dovea il destino di Milano? Qual partito abbraccierebbe il vicerè? Con qual occhio riguarderebbero le potenze alleate gli eventi del 20 d'aprile?

I conti Luigi Porro e Giovanni Serbelloni recaronsi alla sera del 20 nel quartier militare detto di Santa Marta, e gridarono entrandovi che le cose erano ite meglio di quel che potessesi ragionevolmente sperare. Con ciò intendevano a dire, certamente, che il furor della plebe erasi appagato d'una sola vittima. Pochi momenti dopo uscirono da quel quartiere e dalla città, e trasferironsi al quartiere generale austriaco per ragguagliare il maresciallo Bellegarde dei fatti operati, e dei cambiamenti sopragiunti nella condizione della contrada, e per invocare il possente patrocinio di lui.

Il partito sedicente italico puro brigavasi intanto della convocazione dei collegi elettorali, e lusingavasi colla credenza che lo Stato fosse omai posto in salvo; poichè la cosa stava per comporsi fra il paese stesso, rappresentato dai collegi, e i Sovrani alleati, solleciti e teneri della felicità di esso.

I Muratisti subivano in questo mentre una trasformazione. Già in occasione della conclusione dell'armistizio tra il vicerè e il maresciallo di Bellegarde, Murat avea tentato di appressarsi a Milano per la parte di Piacenza; ma erane stato impedito dagli Austriaci, i quali aveangli inoltre fatta minaccia, nel caso ch'egli proseguisse il cammino, di rompere ogni alleanza con lui e di entrare dal canto loro nel territorio milanese, come pure nel reame di Napoli. I progetti del re di Napoli essendo con ciò sventati, il generale Pino, capo del partito muratista, imaginava un piano novello, in cui la prima parte doveva essere la sua. Le grida Viva il re Pino! mandate da una parte della plebaglia il 20 aprile, non erano state proferite a caso, e il generale Pino, che aveale probabilissimamente suggerite, erasene tuttavia ringalluzzito e insuperbito; accadendo a lui ciò che accade non di rado all'autore d'una novella composizione dramatica, di sentirsi, cioè, commosso fino alle lagrime dai plausi pagati colla propria moneta. Gli è certo, almeno, che il generale Pino passò la notte del 20 venendo al 21 d'aprile nella speranza e nell'ansiosa espettazione del più glorioso degli avvenimenti. Un tale, degnissimo di fede, essendosi in quella notte recato da lui per essere edotto dei provvedimenti fatti onde assicurare la pubblica tranquillità, trovollo assiso dinanzi allo specchio, col capo tra le mani del parrucchiere, che gli pettinava, arricciava e impolverava la chioma. Ei s'aspettava probabilmente di essere chiamato dal popolo, nè volea presentarglisi in un disordine naturalmente poco imponente. La quale coniettura mi sembra avvalorata dalle parole che il generale Pino disse con lieto piglio, e fregandosi le mani, a colui che veniva così per tempo a visitarlo. Che avverrà mai ora? E chi sa? soggiunse dopo un breve silenzio. Chi era egli, al postutto, il primo re? Un soldato fortunato, e null'altro. Ecco a qual punto trovavasi, il 20 d'aprile, la fazione de' Muratisti.

Mi si conceda qui di ripetere, dopo tant'altre, una considerazione triviale. Egli è più difficile assunto l'attutare l'ira popolare, che non l'eccitarla. Tutti coloro che col massimo sforzo aveano preparati i fatti del 20 d'aprile, erano paghi ormai dell'accaduto, e volevano subitamente sostare sulla sdrucciolevole china delle rivoluzioni e degli attentati. Il senato non esisteva più, perocchè non ardiva congregarsi, ed era in sua vece convocata un'altra autorità. Il popolo milanese l'aveva rotta irremissibilmente per un misfatto col governo italo-francese. L'opera di distruzione era compiuta, e doveasi sollecitamente riedificare alcun che sopra quelle recenti rovine. Malagevole era l'impresa, anzi tutto, perchè le diverse fazioni ch'eransi indettate per atterrare il governo esistente discordavano essenzialmente fra di loro intorno al novello governo da instituirsi, e poi, perchè la plebaglia, assaggiato che ebbe il sangue e il sacco, non pareva disposta a sostare in sì bel cammino a piacimento di quei medesimi che l'aveano da principio sguinzagliata. Ho accennato testè la trasformazione subìta dalla fazione muratista, e l'ansiosa espettazione in cui il generale Pino, capo di essa, avea passato la notte del 20 venendo al 21. Le ore intanto erano scorse, e giunto il giorno, il generale Pino aveva scorse in grande assisa le vie della città, senza essere stato acclamato monarca. In queste congiunture, non rimaneva al Pino altro partito da abbracciare che quello di unirsi alla fazione degl'Italici sedicenti puri, a quella fazione che riguardava i sovrani alleati come tanti protettori disinteressati, e forse in segreto si lusingava colla speranza che alcuno de' membri dell'aristocrazia milanese fosse chiamato dall'imperatore d'Austria per salire sul trono d'Italia. Unendosi con questo partito, che reggeva per ora la somma delle cose, il generale Pino ponevasi fra' candidati alla corona d'Italia, fra' quali l'Austria dovea dare sentenza. Erasi perciò operata la unione dei Muratisti e degl'Italici sedicenti puri. Quanto è agli Austriaci puri ei se ne rimasero quieti; chè dal 20 aprile in poi poterono tenersi sicuri della vittoria.

La mattina del 21 l'aspetto della città era cupo e terribile. Uomini armati, collo sguardo torvo e il portamento altiero, scorrevano le strade, biastemmiavano nomi fino allora riveriti, segnando le case dei ricchi cittadini, proferendo minacce e facendosi animo a vicenda alle vie di fatto. Le guardie daziarie avevano abbandonato il loro posto alle porte della città, non valendo a difenderle contro la moltitudine armata che accorreva dal contado per partecipare il sacco generale, cui ognuno aspettavasi.

I due partiti momentaneamente riuniti, quello cioè dei Muratisti, ond'era capo il generale Pino, e quello degl'Italici liberali o Italici sedicenti puri, fra' quali era inscritto il podestà conte Durini, provvidero in quel modo che parve loro acconcio al ristabilimento dell'ordine e della quiete. Alla sera del 20 d'aprile il conte Durini fece promulgare un bando in cui diceva al popolo: il senato, propriamente parlando, non esistere più; essere convocati pel giorno 22 i collegi elettorali; doversi nel seguente giorno riunire il Consiglio comunale, e sedere permanentemente insino a tanto che le congiunture lo richiedessero; avere il generale Pino assunto il comando di tutte le forze allora esistenti nella città.