¹ Così, per quanto tocca la condotta del conte Confalonieri nel giorno 20 aprile, io credo giustizia non imputare a lui l'uccisione del ministro Prina. Ma solo coll'attribuirgli un'eccessiva condescendenza potrebbesi assolverlo del pari da ogni partecipazione alla sommossa ch'ebbe per iscopo ed obbietto l'abolizione del Senato. Ventura è per lo storico, il quale non senza grave rammarico condannerebbe il Confalonieri, che, mentre il primo di quegli atti fu un misfatto, il secondo non sia stato altro che un fallo ed un errore.

Il sostituire alla soldatesca stanziale la guardia civica nella difesa di un luogo attaccato dal popolo, egli è un favorire al trionfo di quest'ultimo. Non appena in fatti la guardia del palazzo senatorio fu essa affidata ai soldati cittadini, che la calca, tenuta pocanzi in rispetto da un drappello di truppa stanziale, passò arditamente dinanzi alla guardia civica, irruppe negl'interni cortili e fin nel vestibolo del palazzo. Il conte Confalonieri era in mezzo alla folla, e la sua voce, naturalmente sonora, faceasi talmente sentire, che il capitano Marini esortollo a recarsi a parlare al senato in nome del popolo; al che rispose il Confalonieri, non aver lui carattere ufficiale veruno che lo licenziasse a farsi organo del voto popolare.

Andava il tramestío crescendo al di fuori, e i senatori cominciavano a mettersi in apprensione. I conti Verri, Massari e Felici uscirono dall'aula, e recatisi in mezzo alla moltitudine, quella esortarono a dichiarare recisamente il suo desiderio. Non ottennero in risposta che grida confuse ed inarticolate, che davan suono di minaccia e d'invettiva anzichè di proposta e di domanda. Rientrati nel luogo delle consulte, ne uscirono un'altra, e poi di nuovo una terza volta, e sempre infruttuosamente, insino a tanto che il conte Verri, avendo ravvisato nella calca il conte Confalonieri, a lui difilato si volse, pregandolo di fargli conoscere che cosa si volesse quell'agitata moltitudine: al che il Confalonieri non si peritò di rispondere; volersi dal popolo il richiamo dei deputati e la convocazione dei collegi elettorali. Un ignoto pose in mano del conte Verri un polizzino scritto, dicendogli lo leggesse ai colleghi; e questo polizzino, che non fu letto pubblicamente, solo perchè non ebbevi il tempo da ciò, era di carattere evidentemente contrafatto, e suonava così: La Spagna e l'Alemagna hanno scosso il giogo francese; l'Italia dee fare altretanto.

Avea la calca oltrepassato il vestibolo, salita la scala, e affollavasi alla porta dell'aula delle consulte, e intanto la guardia civica, non che respingerla, parea lasciarle a bella posta aperto l'adito.

Erano di già entrati nell'aula delle consulte alcuni uomini d'alta statura, di cera terribile, male in assetto, che proferivano solo minacce e bestemmie, di quei tali insomma che vedonsi repentinamente apparire nei giorni delle rivoluzioni per isparire in appresso quando la quiete è ricondotta, e il cui concorso è riguardato come una sciagura, forse inevitabile, dagli amici della libertà; e di già s'appressavan costoro con curiosa premura ai vecchi senatori, fermi ed immoti, quando il conte Verri, accorrendo per l'ultima volta presso i colleghi, disse loro, non aver essi più di due minuti per deliberare, dopo del che tutto sarebbe perduto. Parecchi ufficiali della guardia civica, fra' quali trovavasi il capo di battaglione Pietro Ballabio, si precipitarono in quella nell'aula, pallidi e spaventati. Il conte Benigno Bossi, altro dei capi della fazione dei sedicenti Italici puri, esclamò doversi promettere al popolo il richiamo dei deputati e la convocazione dei collegi elettorali; altri a lui si unirono per indurre i senatori a questa sì grave concessione. Allora il presidente, ben s'avvedendo che a lui sarebbe data la colpa se avveniva una carnificina, scrisse di suo proprio moto e senza consultare alcuno de' suoi confratelli, queste parole sur un pezzo di carta: «Il senato richiama i deputati e convoca i collegi». Ma questa carta, recata subito al popolo, non fu accolta a quel modo che dovea aspettarsi il conte Veneri. Temevasi che, attutato il tumulto, il senato non venisse ad altra deliberazione che avesse per effetto di annullare la prima. Le grida continuarono, e il conte Bossi ricomparve nell'aula significando a' senatori come il popolo non acconsentisse a ritirarsi se non era anzi tutto disciolta la seduta. Fu forza sottomettersi di nuovo, e un altro scritto uscì dalle mani del presidente il quale diceva. «La deputazione è richiamata, i collegi convocati, e la seduta è sciolta».

Ma dopo che il senato ebbe in tal guisa sottoscritta la sua propria sentenza; dopo che quel corpo, autorevolissimo per le qualità de' suoi membri, e vero consesso nazionale, e conservatore naturale delle pubbliche libertà, fu per così dire scomparso dinanzi all'ira sciocca ed alle false prevenzioni d'una plebaglia demente, questa plebaglia, non che chiamarsi paga, ricusò di ritirarsi. Furono, all'incontro, i senatori violentemente detrusi dai loro seggi; e dovettero, inseguiti (alcuni almeno di loro) dagli schiamazzi e dalle invettive della moltitudine, traversarne lentamente le file, e ritirarsi mesti e confusi nelle loro case. Il popolo poi irruppe nell'aula ond'erano usciti i senatori, e in pochi istanti riempiè tutto quanto il palazzo. Ebbe allora principio il saccheggio, nel quale concorrendo l'odio degli uni con la cupidigia degli altri, tutti gl'imperiali emblemi, i mobili, le tende e perfino i vetri delle imposte furono o rotti o rubati. Corse voce allora, e fu replicata anche da poi, che il conte Confalonieri strappò di sua mano dal muro un ritratto dell'imperatore, e dopo averlo trapassato da parte a parte col suo ombrello, gettollo dalla finestra. Egli ha acremente impugnato quest'accusa, la quale non sembra tuttavia grave a trafatto. Il conte Confalonieri teneasi nelle file dei nemici dell'imperatore e del vicerè, e questa nimistà gli fu guida in quel tempo, influendo nelle sue opinioni. L'azione attribuitagli d'avere strappato e lacerato il ritratto dell'imperatore sarebbe stata senza dubbio screanzata; ma non era tale, al postutto, da far torto o danno ad alcuno; e ognuno sa che l'urbanità delle civili brigate non è la regola a cui i rivoluzionari sono tenuti d'attenersi sulla piazza pubblica.

I senatori eransi cionnonpertanto ritirati nelle proprie case senza impedimento; nè goccia di sangue era stata sparsa. Il popolo non era trascorso a sufficienza; e certi membri dei diversi partiti eransi indettati per provocare, come necessaria, una seria sommossa. Furono udite alcune voci, che proferivano un nome odiato dal popolo, perchè d'uomo riguardato generalmente come il rappresentante del vessatorio sistema delle finanze imperiali; ed era il ministro delle finanze, conte Prina. Nel concetto popolare questo ministro passava per ricco sfondato, e il sacco della sua casa credeasi dover fruttare almen quanto l'escavazione d'una miniera di diamanti. Non eravi forse uomo del popolo, il quale nel pagare le eccessive imposte che l'opprimevano, non ne desse al ministro istesso tutta la colpa. Ei passava per uomo che si studiasse di scoprire ogni giorno un qualche nuovo compenso per aggravar la miseria del popolo; e si supponea che, cessando egli di esistere, sarebbero tosto a terra le imposte. Così ragionava il popolo, e chi fece udire pel primo alla moltitudine accalcata nel palazzo del senato, il nome del Prina, ben sapea d'aprire con ciò un ampio aringo al furore ed all'avidità popolare.

Il palazzo senatorio, e i luoghi circonvicini furono ben presto deserti. La moltitudine avviossi rapida verso il palazzo del Marino, e s'ingrossò, via facendo, di tutti quelli ch'eransi riserbati per l'ultima scena. La moltitudine mal custodisce il segreto, e il grido della trama ordita contro il ministro era giunto e a lui e a' suoi congiunti ed amici. La mattina stessa del 20 d'aprile un congiunto del Prina l'avea scongiurato di cansarsi dai pericoli che lo minacciavano, e di lasciarsi condurre in una carrozza fino a Pavia, ove egli avrebbe potuto agevolmente rimanersi celato o passare in uno Stato straniero. Ributtò il Prina ostinatamente le instanze ed offerte del suo congiunto. «Perchè mai», diceva egli, l'ira del popolo dovrà volgersi contro di me piuttosto che contro gli altri membri del governo? E altronde che è mai l'ira del popolo milanese, che è il più bonaccio del mondo? Poche parole basteranno ad acchetarlo, e se non bastassero, la città è ella priva di forza armata? un drappello di granatieri passeggerà coll'arme al braccio dinanzi alla mia casa, e ognuno tornerassene a casa sua».

Pensava inoltre il conte Prina che in siffatte congiunture i membri del governo non doveano abbandonare il loro posto, e domandava agli astanti che mai sarebbe dello Stato se le minacce popolari e i privati timori potessero giustificare la fuga degli uomini cui esso era affidato. E avea certamente ragione; perocchè non sapea che la sua perdita era stata previamente giurata, non già dal popolo di Milano, ma da coloro che si celavano dietro di esso; e che l'istessa sua perdita doveva essere il segnale della caduta definitiva del governo, come pure della totale rovina dell'independenza italiana. Stavasi egli pertanto tranquillamente occupato nel suo gabinetto allorchè il sordo mormorío della moltitudine che ringhiosa appressavasi lo sorprese, senza turbarlo tuttavia; ma raddoppiatosi repentinamente il rumore, e mutato, per così dire, di carattere, alcuni domestici accorsero ansanti e gli gridarono, traversando in fretta le stanze per cercare un uscita, che le porte del palazzo erano state atterrate, e che la plebaglia saliva le scale. Colpito allora dall'inaspettato avviso, nè più potendo dissimularsi il pericolo che gli sovrastava, tentò egli di nascondersi sotto i tetti del palazzo, donde sperava poter passare in una casa vicina. Egli era altronde convinto pur sempre, che solo abbisognavagli guadagnar tempo, e che la forza armata non potea tardare gran fatto ad accorrere sul luogo del tumulto. Il suo nascondiglio fu bentosto scoperto. Vedendosi allora in balía d'un popolo furibondo, il Prina sforzossi di dire alcune parole, chiedendo che gli esponessero i loro gravami e si tenessero certi della sua premura nel farvi ragione; ma niuno diedegli retta. Lo gettarono a terra, lo trascinarono presso una finestra che dava sulla strada, e lo gettarono a capo in giù a quelli che lo aspettavan di fuori, ponendo cura tuttavia di non finirlo sul colpo.

La scena che tenne dietro è una di quelle che lasciano un'indelebile traccia nella storia della nazione che se n'è fatta colpevole. Il generale di divisione barone Pein fu il solo che, animosamente scagliatosi frammezzo a quella frenetica calca, scongiurolla di non bruttarsi d'un inutile delitto e di lasciare la vita al ministro. Non solo non gli si diè retta, ma rivoltosi per un istante contro di lui il furore popolare, gli furono lacerati o strappati gli abiti di dosso, e solo a grave stento ei potè scampar dal pericolo. Ho detto che le truppe erano chiuse ne' loro quartieri con ordine di non uscirne. Il generale Pino passeggiò per più ore col conte Luigi Porro poco stante dal luogo in cui commetteasi il più feroce degli assassinii. Ei disse alcune parole alla moltitudine, che, secondo gli uni, tendevano ad inanimirla, e, per quanto disse egli stesso, non erano, all'incontro, che rimostranze e consigli pacifici. Le vie per le quali il Prina fu strascinato erano gremite d'uomini in buon assetto, che si riparavano dalla pioggia con ombrelli di seta. Ma niuno di costoro fecesi innanzi nè a fine di ammansar con parole il furor popolare, nè a fine di strappargli di mano a forza la vittima.