Il conte Gambarana, già promotore e indirizzatore della rivoluzione di Pavia, ed altro de' capi della fazione austriaca pura, era il più operoso e il più risoluto fra tutti i cospiratori. Trovò modo costui d'indettarsi col generale Pino, capo della fazione muratista, e di ficcarsi nella brigata liberale che tenea le sue congreghe in casa della damigella Bianca Milesi, e in casa di madama Traversa, moglie d'un avvocato nativo di San Nazzaro, terra della Lomellina. Confalonieri, Porro, Bossi, Ciani, ec., faceano parte di quella brigata, e se non si può facilmente supporre ch'ei rimanessero affatto stranieri di quanto faceavisi, la cosa non è tuttavia impossibile, poich'essi erano in quel mentre tutti intenti a far girare attorno la surriferita protesta contro il senato, e nell'infausto giorno 20 aprile furono veduti aggirarsi, anzi nei dintorni del palazzo del senato, che nel quartiere del Marino. Il conte Gambarana ben conoscea la mite e quieta tempra del popolo milanese, e sapea benissimo che la più fiera stizza ond'esso fosse capace, dovea sfogarsi in meri gridori, e non reggerebbe giammai contro le lagrime e le supplicazioni. È generale opinione ch'egli abbia conferito con Traversa intorno a siffatta difficoltà. Questo avvocato, nativo, siccome ho detto, della Lomellina, avea in sua gioventù accumulato immensi averi, coltivando, come fittaiuolo, un gran podere del Novarese, ed era pienamente edotto della tempra della popolazione di quella provincia, del carattere, bisogni di essa, ec. Giusta la voce pubblica, avrebbe il Traversa proposto al conte Gambarana di far scendere dal Novarese a Milano un numero assai ragguardevole d'uomini rozzi e risoluti, che, allettati in sulle prime dall'esca del lucro, sarebbero in seguito trattenuti dalla passione del trambusto, dei pericoli, e forse anco del sangue. Io non vo' già dire che il Traversa conoscesse appieno tutti i divisi del conte Gambarana; e crederei volontieri che li ignorasse, o pensasse almeno di non dar mano ad altro che ad una sedizione all'un di presso innocente, a minacce, a vociferazioni, e non già al più spaventevole assassinio. Nulla voglio tuttavia tacere di quanto può spargere alcuna luce sopra il tristo giorno 20 d'aprile, e perciò duolmi d'avere a soggiugnere che il Traversa credeva avere particolare ragione di lagnarsi del ministro delle finanze, il conte Prina, perocchè, essendo stato proposto per la dignità senatoria, non potè ottenerla; mortificazione o smacco ch'egli attribuì, fors'anco a torto, a male uffizio del ministro Prina. Contadini della provincia di Novara e d'altre circonvicine province giunsero successivamente, ma in gran numero, a Milano, nel giorno 19 e nel mattino del 20 di aprile. L'incarico loro dato era quello di uccidere un qualche gran personaggio, od anche parecchi, purchè ad ogni modo spargessesi sangue, A ognuno di essi erano promesse sei lire al giorno per tutto quel tempo che fossero assenti dalle case loro; ma quegli che finì di uccidere il ministro Prina ricevette grossa somma di danaro da parte, se non di propria mano, del conte Gambarana.
L'arrivo però di questa moltitudine di abitatori del contado, il sinistro loro aspetto, le armi che sforzavansi di nascondere, e le parole che loro uscivano di bocca, dovevano porre in trepidazione la pubblica autorità. Il signor De Capitani, segretario generale del ministro dell'interno, e fungente allora l'ufficio di ministro, recossi in persona, la mattina del 20 d'aprile, al ministero della guerra per chiedere quel numero d'uomini ond'eravi bisogno per mantenere il buon ordine. Or come dovette egli meravigliarsi all'udire che due corpi di soldatesche erano appunto partiti la notte precedente alla vôlta di Sesto Calende, che il nemico, per quanto diceasi, accennava volere sopraprendere! Ma crebbe bentosto il suo stupore dietro la negativa datagli poi subito dal generale Bianchi d'Adda, allora preposto provvisionalmente al ministero della guerra. «Le mie istruzioni», così risposegli, balbettando, quel generale, «non mi concedono di mettere le mie genti alla vostra disposizione; indirizzatevi a tal fine ad un ufficiale superiore, per esempio, al generale Pino». Replicava forte il De Capitani, che il generale Pino, benchè ufficiale superiore, non avea comando in Milano, ned era ministro della guerra, o faciente le veci del ministro, ma si trovava in Milano senza corpo d'esercito e senza ufficio determinato. Non potè ottenere altra risposta, e andossene convinto di non dover fare il menomo fondamento sopra il concorso della forza armata.
Le parole del generale Bianchi d'Adda chiudevano un senso della più alta gravità; poichè esprimevano il fatto che le truppe non erano più sottomesse ai loro capi legittimi e regolari, ma solamente ad uno dei capi della rivoluzione che stava per prorompere.
Che faceva egli allora il generale Pino, questo soldato salito in alto, questo congiurato, già riguardato da' suoi eguali e da' suoi superiori come loro capo, questo generale di secondo grado, che, testimone della caduta dell'imperatore, presumeva di potere assidersi nel seggio di lui? Egli era quel desso che avea fatto partire per a Sesto Calende i due corpi da me menzionati; ma non parendogli sufficiente questa precauzione, il mattino del giorno 20 facea chiudere tutte le truppe nei loro quartieri. Il che è sì vero, che essendo venuto fatto al signor Vercelloni di raccozzare quaranta o che granatieri de' veliti e quarantotto dragoni a cavallo sotto il comando del capitano Bosisio, cui condusse alla prefettura di polizia, che era pochi passi stante dal luogo in cui accadevano gli orrendi fatti che sto per descrivere, in quella appunto che questa poca soldatesca, giusta gli ordini del prefetto di polizia Giacomo Villa, stava per recarsi al luogo del tumulto, il colonnello Cima, aiutante di campo del generale Pino, frettoloso accorrendo, ingiunse al capitano Bosisio di ricondurre immantinenti i suoi soldati nel proprio quartiere, e di tenerveli chiusi fino a nuovo ordine. Io debbo qui riferire un'altra circostanza di fatto, toccante il generale Pino, che merita di essere ricordata: ed è che appunto nel mattino del 20 di aprile questo generale riscosse una somma di cinquantamila franchi, statagli da poco conceduta a titolo di gratificazione dal vicerè.
Due catastrofi, funeste entrambe del pari alla independenza italiana, segnalarono l'infausto giorno 20 d'aprile. Mi fo ora a descrivere la prima in ordine di tempo, la quale fu pure la meno deplorabile.
I senatori eransi indettati di raunarsi di bel nuovo il 20 d'aprile, sebbene i loro deputati, eletti nel dì 17, i conti Guicciardi e Castiglioni¹, fossero già pervenuti a Mantova per ricevere i passaporti e le credenziali dal vicerè, e insieme un salvocondotto del maresciallo Bellegarde, onde imprendere poi il viaggio per a Parigi. Benchè il tempo fosse piovoso, il che per lo consueto basta ad attutare la turbolenza della plebaglia, poterono agevolmente i senatori addarsi che l'accesso al palazzo era ingombro d'una moltitudine stranamente composta di cere mal note, nella quale uomini in assetto decente vedeansi frammisti ad altri che sembravano, all'incontro, appartenere agl'infimi ordini della società. Avvertirono certamente eziandio i senatori che il palazzo non era custodito giusta il consueto, giacchè vi era di guardia un drappelletto di forse otto o dieci reclute. Ma checchè volgessero in mente a tale proposito, le loro riflessioni furono tosto interrotte dal mormorio che sorgeva in quella moltitudine all'arrivo di quei senatori che la pubblica voce indicava come spalleggiatori della proposta del duca di Lodi, e dalle acclamazioni con le quali erano salutati i senatori noti per essersi dichiariti contrari a quella proposta.
¹ Il conte Testi era rimasto a Milano per cagione di mala salute.
Riuniti nella solita aula delle consulte, e non punto intimiditi dal romore che udivasi al di fuori, udirono i senatori la lettura del processo verbale della seduta precedente, e l'approvarono: dopo del che il presidente conte Veneri comunicò, non però ufficialmente, al senato la protesta di cui qui sopra ho riportato i termini, e la lettera d'invio del podestà Durini, che accompagnavala. Non appena fu terminata questa lettura, che il capitano Marini, additto al comando della piazza, chiese instantemente, in nome del corpo degli ufficiali della guardia civica, di essere ammesso al periglioso onore di custodire e difendere l'assemblea del senato. Ottenutane la venia, concedutagli con fidanza e riconoscenza, lo stesso capitano Marini accorse con una grossa mano di guardie nazionali, e discacciò brutalmente i soldati stanziali che erano appostati alle porte stesse dell'aula del senato.
Egli è omai costante che i capi del partito sedicente italico puro passeggiavano in quell'ora all'intorno del palazzo del senato, e ad alta voce ragionavano intorno alle domande contenute nella ridetta protesta, cioè intorno al richiamo dei deputati ed alla convocazione dei collegi elettorali. Il più ragguardevole di questi capi era senza contrasto il conte Confalonieri, e fu egli appunto il più gravemente accagionato degli eventi di quel tristo giorno. Credettesi egli stesso in debito di pubblicare un opuscolo, per propria difesa. Ma noi diremo che se è difficile l'indursi a dare retta a tutte le taccie appostegli, non lo è meno il rassegnarsi ad ammettere per intiero la sua propria apologia, aggiuntochè uomini degni di fede per ogni rispetto manifestamente gli contradicono in parecchi punti. Egli fu dipinto come l'istigatore di tutti i moti del 20 di aprile; ma sembra che egli voglia insinuare non solo d'esserne stato straniero, ma anzi d'averli intieramente ignorati, e d'essere stato spinto unicamente dal caso o dalla curiosità nel palazzo del senato il giorno 20 d'aprile. La prima ipotesi è troppo trista per non essere ammessa senza gravi ragioni, che al postutto non esistono; giacchè non v'è pruova alcuna che il conte Confalonieri abbia o provocato o diretto la sanguinosa catastrofe con cui si chiuse quella giornata. Quanto è al credere, com'egli dice, che la sola fatalità l'abbia condotto in quel giorno per le vie di Milano, la è cosa quasi impossibile. La protesta contro il senato era in gran parte opera sua, ed egli l'avea presentata qua e là a ciascuno de' suoi amici acciò la sottoscrivessero. Ei vi manifestava un invincibile mal fidanza verso il senato e i deputati da esso inviati; ed anzi vi proponeva di surrogare al senato i collegi elettorali, il che era lo stesso che atterrare il senato. Ben sapea egli che la sua protesta doveva esser discussa e dibattuta dai senatori; or crederemo noi ch'ei si trovasse a caso alla porta del senato, dov'ei poteva agevolmente conoscere l'esito della protesta medesima. Il popolo che attorniava il palazzo, e che poco poi lo invase, domandava per l'appunto le cose enunziate nella protesta; e il conte Confalonieri si fece poi ben tosto, come diremo, l'interprete del popolo stesso presso il senato. Dovremo noi credere che la protesta scritta e la protesta fatta con alte grida e col corredo di minacce e d'ingiurie siensi trovate concordi d'incanto, e sempre a caso? Chi potrà mettere in dubbio che queste popolari dimostrazioni non fossero state predisposte dagli autori medesimi della protesta?
Io, per me, desidero di non trovar colpevole alcuno de' miei fratelli di patria, e sono altronde pronto sempre ad ammettere che quelli altresì le cui azioni meritano il più acerbo biasimo, non sieno stati traviati se non dalla rettitudine medesima delle loro intenzioni. Ma non potrei lasciarmi trarre più oltre; e laddove i fatti non sono dubbi in verun modo, laddove le cagioni di questi fatti sono aperte, io non posso, nè per compiacenza, nè per privati riguardi, tacere la verità¹.