Ecco adunque i motivi che il Guicciardi allegava, il 17 aprile del 1814, per opporsi alla proposta del duca di Lodi, del presidente Veneri, ec. Sia il lettore avvertito che ho sott'occhio il processo verbale della seduta del senato.

Diceva il Guicciardi: essersi i senatori astretti per giuramento ad osservare gli statuti organici del reame; il 1.° e il 4.° di quegli statuti porre nella linea di successione al trono un figliuolo legittimo del re, prima di un figliuolo adottivo; doversi pertanto offerire prima al re di Roma la corona d'Italia, tranne che fossegli già stata conferita la corona di Francia. Parve che il conte Prina non tenesse meritevole questa obbiezione d'una seria confutazione; ond'è che, ammettendo senz'altro che i dritti del re di Roma erano più sacri di quelli del principe Eugenio, propose di stendere un novello capitolo in questi termini: I deputati del senato recheranno a cognizione dei sovrani alleati il dritto eventuale alla corona italica, conferito dal 1.° e dal 4.° dei nostri statuti organici; dritto che l'ammirazione e la riconoscenza della nazione hanno viepiù consacrato. Ma il conte Guicciardi non si dovea dar vinto sì presto. Rispose che il dritto eventuale non poteva essere invocato insino a tanto che il dritto positivo non avea cessato di esistere. Procedette poscia a parlare della sconvenevolezza che i Lombardi proponessero ai Sovrani alleati, ed in ispezieltà all'ambasciatore d'Austria, di coronare il principe Eugenio, contro del quale aveano le tante volte combattuto.

La proposta del duca di Lodi e quella della commissione essendo state poste alle voci, vinse quest'ultima. I conti Moscati e Mengotti ottennero solo che le proteste di rispetto e di attaccamento al principe Eugenio sarebbero indirizzate dal senato ai Sovrani alleati, e non al principe stesso, in guisa che potessero queste proteste venire riguardate come un tacito e modesto voto. Invano il conte Vaccari tentò di fare stanziare il capitolo proposto dal conte Prina sul dritto eventuale del principe Eugenio, chè con poco stento il conte Guicciardi ne ottenne la reiezione. Infine, i deputati eletti dal senato furono appunto esso conte Guicciardi, il conte Castiglioni e il conte Testi, ministro.

Troppo per avventura mi sono diffuso a narrare i particolari di quella memorabile seduta del senato. I fatti di cui segue la descrizione varranno a mia giustificazione; perciocchè, in vedendo lo sdegno popolare prorompere bentosto contro la così detta bassa condescendenza del senato al minimo volere del principe Eugenio, mi si perdonerà d'avere per lo minuto descritto i sentimenti ostili da cui, all'incontro, era mosso il senato verso il vicerè.

Intanto che questi dibattiti avvenivano nell'aula del senato, i partiti del di fuori si agitavano, si credean prossimi al trionfo, e disponevansi ad afferrarlo. Pareva giunto per tutti l'istante di operare; chè l'imperatore Napoleone era caduto, e il vicerè non potea cansarsi dal cader esso pure, se non col sostegno degl'Italiani. Doveano dunque omai gl'Italiani accertar la caduta del vicerè, negandogli il loro appoggio. Gli Austriaci mitigati si deliziavano nel numerare anticipatamente i tanti benefizi di cui Casa d'Austria avrebbeli senza dubbio ricolmati. I Muratisti s'aspettavano di momento in momento l'arrivo della vanguardia del re di Napoli; i sedicenti Italiani-puri argomentavansi d'indovinare qual sarebbe il principe a cui le Potenze Alleate affiderebbero la cura della felicità della Penisola; infine gli Austriaci-puri faceano più retto giudizio delle cose, e si aspettavano il pieno conseguimento dei loro voti. Un solo timore angustiava ancora questi animi, altronde agitati, e turbava la loro letizia: ed era che l'esercito, come correane voce, fossesi dichiarito pel vicerè. Or quest'esercito, italiano di nascita, non meno che d'animo, non era privo d'alcun ascendente sul resto della nazione. Arrogesi che il governo, costituito e perciò stesso dotato d'una certa quale forza, era composto di ufficiali per la maggior parte fedeli e intendenti. La diminuzione d'alcune imposte, lo stanziamento di uno o due provvedimenti desiderati dal popolo, poteano trarsi dietro una subitanea resipiscenza della pubblica opinione, e far risorgere la devozione e l'affetto laddove testè non si udiva altro che il sordo mormorio della malacontentezza e dell'odio. Ad ogni patto era d'uopo impedire che avvenisse un tale cambiamento. Ed ecco il come si governarono, per conseguire il loro intento, i nemici de' Francesi.

Disciogliere violentemente il governo, far sì che la popolazione milanese trascorresse a tali eccessi da rendere impossibile ogni sua riconciliazione col principe Eugenio, tale esser doveva lo scopo degli Austriaci puri, degli Austriaci mitigati, dei Muratisti e degl'Italici sedicenti puri. Il senato era allora per la città di Milano, il corpo veramente investito della potestà amministrativa e politica. Importava adunque assai l'atterrarlo, e per quest'uopo si pose in opera due modi diversi. Fu sparsa anzi tutto la voce che il senato avea stanziata la perdita dello Stato, che i più formali impegni erano stati contratti nella seduta del 17 aprile col principe Eugenio, che questi era stato accertato nel modo più positivo come non si sarebbe accettato accordo di sorta co' suoi nemici, nè sottoscritto alcun trattato che non avesse per fondamento la ricognizione definitiva di lui qual re d'Italia. Dipendere, diceasi, i destini dello Stato dal buon volere delle Potenze Alleate; esser queste mosse verso gl'Italiani dai più propizi sensi, ma opporsi la dignità loro a che esse venissero mai sur un piede di eguaglianza a trattato con un soldato salito ad alto grado, ch'era stato sempre loro nemico. Eppure in siffatta congiuntura ostinarsi il senato ad esigere quell'unica cosa che le Potenze Alleate non consentirebbero giammai a concedere; cioè la ricognizione del principe Eugenio a re d'Italia; rigettar esso ogni altro compenso da questo all'infuori; ributtare ostinatamente le benevole ed amichevoli profferte delle Potenze, volere pertanto immerger di nuovo lo Stato nei guai della guerra e in tutti quegli orrori che ne conseguitano; esser pertanto il massimo flagello della patria e risoluto a spietatamente sagrificarla.

Mentre che queste accuse andavano attorno di bocca in bocca, e ridestavano nell'intimo de' cuori l'odio che vi si ammucchiava da lungo tempo, i capi delle fazioni austriaca-mitigata ed italica-pura, o italo-austriaca, preferendo apertamente le vie legali, apparecchiavano una protesta contro il senato ne seguenti termini concepita: «Dando retta alla pubblica voce, il senato nella sua seduta del 16 corrente, seduta intorno alla quale nulla è trapelato al di fuori, avrebbe discussato e deciso un affare della massima importanza per il reame. Ammettendo che nelle presenti congiunture sia necessario di appigliarsi a straordinari provvedimenti, i sottoscritti giudicano cosa indispensabile il convocare, conformemente ai princìpi della nostra costituzione, i collegi elettorali, nei quali soli è posta la legittima rappresentanza nazionale». E a quest'atto erano apposte meglio che cencinquanta firme, prime fra le quali eran quelle dei capi dei varii partiti. Allato dei nomi dei conti Confalonieri e Porro, dei Ciani, de' Verri, de' Bossi, de' Triulzi, ec., i più ragguardevoli degl'Italici sedicenti puri, vedeansi i nomi dei conti Alfonso Castiglioni, Giulio Ottolini e Antonio Greppi, austriaci puri; quello del conte Giovanni Serbelloni, austriaco mitigato, e quello perfino del barone Trecchi, partigiano, forse unico, dell'Inghilterra. Questa petizione o protesta, come che voglia appellarsi, era indirizzata al podestà di Milano, conte Durini, il quale, dopo averla sottoscritta egli pure, la trasmise al presidente del senato, conte Veneri.

Siffatti compensi erano certamente fatti per privare il senato d'ogni forza morale, e poteano anche aver per effetto lo scioglimento di quel consesso. Ma ciò non bastava; era duopo, come ho detto testè, di far trascorrere la popolazione talmente, che fosse poi impossibile il rappattumarla col governo esistente. Or quando mai una popolazione la rompe essa irremissibilmente con un governo? Ognun lo sa: egli è quando commette un gran misfatto. Era adunque duopo che il popolo milanese commettesse un misfatto contro alcuno de' primari ufficiali dello Stato. E a ciò s'intesero di comune accordo certi membri dei diversi partiti macchinanti contro il governo italo-francese.

Io sarò ora imperiosamente costretto a proferire nomi ben noti, irrogando a parecchi di essi un severo biasimo. Ogni giorno vengono meno alcuni degli uomini che furono oculari testimoni delle scene tremende di quel tempo, e la maggior parte di loro si portano seco nella tomba il segreto ch'ei possedevano, e cui la storia ha diritto di conoscere. Il perchè, lasciato in disparte ogni riguardo di persone, io mi affretto a raccogliere le mie ricordanze e quelle dei miei contemporanei, a fine di apparecchiar materiali agli storici futuri dell'Italia.

Il mese d'aprile dell'anno 1814 è certamente per molti de' Lombardi argomento di angosciosa e amarissima ricordanza; e più d'uno di essi tentò di poi di liberarsi da quell'angosciosa memoria, sagrificando alla patria le sostanze, la quiete, la sicurezza e la libertà. Altri, meno scrupolosi, furono cionnonpertanto puniti dal disdegnoso abbandono di quegli stessi in pro dei quali ei si fecero traditori ed assassini. I primi vogliono essere trattati con maggiore riguardo degli altri; ma la verità dee essere conta sia riguardo agli uni, che riguardo agli altri; e basterà avvertire, pria d'entrare in materia, che gli uni s'ingannavano nel far giudizio delle cose, gli altri nel far ragione degli effetti che queste cose doveano partorire per loro.