»Noi ci affrettiamo a far conoscere ai popoli delle suddette province le graziose intenzioni di S. M., e siamo convinti che gli animi vostri saranno pieni di gioia nel contemplare un'epoca felice del pari che memorabile, e che la vostra riconoscenza trasmetterà alle rimote generazioni una pruova indelebile della vostra devozione e della vostra fedeltà.

»Milano, 12 giugno 1814.

»BELLEGARDE».

Io torno qui a dire, perocchè il mio racconto è, a mio avviso, molto
inverosimile, io torno qui a dire che trascrivo i documenti ufficiali.
Ma non ho ancora finito di riportare i monumenti del nostro scorno.
Debbo altresì riferire il decreto pubblicato il 13 di giugno dalla
Reggenza provvisionale, che era concepito nei seguenti termini:

«Veduto il bando d'ieri, che dichiara questa contrada definitivamente assoggettata al felice e paterno reggimento di S. M. l'augustissimo imperatore Francesco I, tutti gli emblemi, ec., ec. del governo cessato, sono soppressi, e gli emblemi, ec., ec., dell'impero d'Austria sono loro surrogati.

»La coccarda introdotta dal Consiglio Comunale di Milano e appruovata dalla Reggenza provvisionale in un tempo che poteva giovare, è interdetta.

»Negli atti, ec., in capo ai quali le parole: Durante la Reggenza provvisionale erano inscritte dal 22 d'aprile in poi, s'iscriverà quind'innanzi l'anno del regno di S. M. l'imperatore e re Francesco I».

Seguitano poi altre determinazioni della medesima fatta.

Che era egli dunque diventato quel regno italiano, ricco di begli ordini, independente di fatto e di diritto, sottoposto ad un principe che non avrebbe a render conto del suo operato ad altri che alla nazione, e in cui le tre potestà, legislativa, esecutiva e giudiziaria sarebbero l'una dall'altra ben separate, e l'independenza dei pubblici ufficiali posta fuor d'ogni dubbio? Che era dunque diventato quel sogno di animi sconsigliati? Qual esito avevano adunque avuto quelle benevole disposizioni delle PP. AA., di cui sarebbe stato delitto diffidare, quella tenera sollecitudine con la quale tutti quei potentati, ed in ispezieltà l'Austria, si erano esposti a mille pericoli coll'unico intento di assicurare la prosperità, la pace, la libertà e l'independenza di tutta Europa, e in particolare dell'Italia? E che fecero essi quei traviati che aveano tratta a perdizione la loro patria quando si vide chiara la fraude ond'erano stati ludibrio? Si scagliarono essi bell'e vivi nell'abisso dalle mani loro scavato, per ricolmarlo? Protestarono essi coll'armi in pugno? Protestarono essi almeno con nobili parole? Umiliaronsi essi, riconoscendo il funesto loro errore e chiedendone perdono a Dio e agli uomini? Vestirono essi abiti di corrotto? Coprironsi il capo e il volto di cenere? Mainò. Accettarono rassegnati il flagello che aveano tirato addosso alla patria loro, e studiaronsi di farlo volgere a proprio pro. Si dichiararono paghi e contenti, resero grazie all'imperatore d'Austria, lo servirono, accorsero alla corte, e taluni anzi in assisa di ciambellano.

Non è ella, per Dio, troppa bonarietà il supporre che siffatta gente si trovasse delusa?