Io parlo qui della maggior parte. Ebbevene alcuni che, delusi davvero questa volta, tentarono in processo di tempo di sottrarre la contrada natia al giogo cui erano concorsi a ribadirle sul collo; ebbevene di quelli che posero a repentaglio per questo fine, l'avere, la libertà, e perfino la vita. Pagarono questi il ricatto delle colpe dell'età prima, e l'Italia, spettatrice dei loro patimenti e della loro espiazione, gli ha generosamente assolti.
Io farò più sotto novella menzione di essi.
PARTE SECONDA
La prima parte del cómpito ch'io mi sono imposto è terminata; e per quanto essa siami stata penosa, ancor più lo sarà quella che mi rimane a tessere. Io ho dato a conoscere quanto irrequieto e turbolento fosse lo spirito dell'aristocrazia milanese, e a quanti diversi e sconsigliati progetti esso la traesse; ho mostrato come risoluti ed anzichenò feroci fossero gli abitatori del contado lombardo, e come, chiamati ad incarnare i disegni dell'aristocrazia, vi adoperassero con brutale energia. Sono alieno a trafatto dal far plauso allo spirito e ai fatti di quel tempo; e di fatti ho deplorato abbastanza nel corso della mia narrazione il funesto acciecamento di cui sembravano tutte colpite le diverse fazioni che brulicavano allora in Milano. Ma pure, se la Lombardia procedeva allora da cieca, non era essa tuttavia immobile; se tristi affetti bollivano nei cuori, non vi si annidava almeno la stupida indifferenza; se i membri dell'aristocrazia si lusingavano con la speranza vana di troppo splendidi destini, sentivano almeno la voce dell'ambizione; se lo spirito nazionale pareva affetto da demenza, il male derivava tuttavia da soverchio, anzichè da difetto di vitalità. Ora, per quale politico processo avvenne egli mai che quel soverchio di vitalità, quei sensi ambiziosi, quelle triste e terribili passioni, quello spirito di vertigine e di turbolenza si sieno spenti così pienamente, che il popolo lombardo è oramai non meno straniero ed indifferente ad ogni pensiero di progresso, ad ogni diviso di mutazione, di quello ch'ei sarebbe se fosse vissuto rinchiuso, dal principio dei secoli, in un'isola ignota al rimanente del mondo?
Questa trasformazione sì rapida, poichè operossi nello spazio di trent'anni, questo trapasso dalla vita alla morte è opera della polizia austriaca, è effetto de' suoi provvedimenti, intesi a convincere i Lombardi: 1.° che il più segreto pensiero di ognuno di essi le è conto bentosto; 2.° che il menomo pensiero liberale, il menomo desiderio di libertà, e qualsivoglia giudizio emesso intorno agli atti del governo o dei membri di quello, costituisce un reato, alla pena del quale dee soggiacere tosto o tardi il colpevole; 3.° che ogni sentimento che non vada a versi del direttore della polizia, è parimenti un reato; 4.° che non v'è cosa al mondo che possa smuovere il governo austriaco, nè indurlo a concedere ai suoi sudditi riforme, ordini novelli, ecc.
Uom si rappresenti un popolo convinto appieno della verità di siffatti aforismi, e poi faccia ragione del grado di energia onde possa essere capace un tale popolo; ed egli avrà un adequato concetto dell'oppressione dei Lombardi. Domandasi ora il come sia venuto fatto all'Austria di inculcare siffatte massime negli animi del popolo italiano? Eccoci a chiarire alquanto un tale subbietto colla breve sposizione dei tentativi di affrancamento fatti dai Lombardi nei trent'anni ultimi scorsi, e dei provvedimenti repressivi mercè dei quali tutti quei tentativi furono sventati.
Ho di già raccontato il come l'Austria prendesse possesso della Lombardia; ho riferito il bando col quale i Milanesi furono edotti che il già regno d'Italia non era più altro che una provincia dell'impero d'Austria. Ho detto che nissuno fece protesta in contrario, che i collegi elettorali cessarono le loro assemblee, e che la Reggenza provvisionale, in cui presiedea il maresciallo Bellegarde, continuò a porre la sua firma in calce ai decreti fatti da quel commissario plenipotenziario.
Recavano quei decreti, per la massima parte, un'impronta che allora poteasi non avvertire, ma ebbe in appresso una precisa spiegazione.
Il regno d'Italia possedeva in realtà un governo completo, il cui capo, residente in Parigi, ma imperante in Italia nella qualità di re d'Italia, e non già d'imperatore dei Francesi, deferiva l'esercizio della sua potestà ad un vicerè. Eranvi in Milano, cioè nella capitale di quel reame, un senato, un Corpo legislativo e consultivo, un Consiglio di Stato ordinato a foggia del Consiglio di Stato di Francia, una corte dei conti, un ministro della guerra, un ministro delle finanze, un ministro dell'erario, un ministro delle cose interne, un altro degli affari stranieri, ecc., ecc. Eravi una direzione generale della polizia e una prefettura di polizia; e niuno di questi collegi od uffiziali dipendeva dai collegi od ufficiali di simil fatta stabiliti in Parigi. Il regno d'Italia stava in somma da sè; e se i suoi interessi politici erano sempre ed ingiustamente fatti dipendere da quelli della politica francese, non v'era tuttavia capitolo costitutivo e fondamentale degli statuti nazionali che legittimasse quella dependenza. E in fatti il legame che, sotto l'Impero, avvinceva l'Italia alla Francia, o per me' dire, la catena per cui quella era strascinata dietro questa, potea venire infranta senza che la costituzione dei due Stati avesse perciò da subire alcuna trasformazione.
Non intendeva già l'Austria a fare che le sue relazioni con l'Italia fossero di tal maniera. Tutt'altro proponevasi essa che di creare in Italia un reame più o meno independente, e di dargli solo quel tanto d'independenza che non potesse nuocere all'Austria istessa. Voleva dall'un canto annichilire ogni esistenza propria all'Italia, e dall'altro curvarla sotto il giogo senza farsi mormorare. Un decreto della Reggenza provvisionale, in cui presedeva sempre il maresciallo Bellegarde, dato il 27 luglio 1814, abolì la carica di ministro della giustizia, lasciando sussistere la commissione legale, ed avocando alla Reggenza stessa una gran parte degli uffizi di quel ministro. Un altro decreto dello stesso giorno abolì la carica di ministro dell'interno, surrogando pure al medesimo in molti casi l'istessa Reggenza. Così pur fecesi per le cariche del ministro delle finanze e di quello del culto. Due giorni di poi venne la volta della corte dei conti e del ministro dell'erario. Alla fine il giorno 16 d'agosto fu soppressa la carica di ministro della guerra e della marineria, e creata in quella vece una commissione straordinaria per terminare le rilevanti operazioni che rimaneano pendenti in quel ministerio. Ma essendo poi stata disciolta il 20 d'ottobre successivo anche questa commissione, gli uffici di essa devolsersi al comandante militare della piazza, il quale era un ufficiale austriaco ed anzi viennese. Quanto è alla commissione legale, essa non rimase lungamente in ufficio, ed abdicò il 14 dicembre dell'anno stesso nelle mani di un Ufficio fiscale, composto d'un procuratore regio, di cinque avvocati del fisco, d'un assistente, d'un protocollista, d'un registratore, d'uno speditore e di un commesso. Il quale Ufficio, di pochissimo rilievo, come apparisce per la qualità de' suoi membri, era esso pure meramente provvisionale.