Torniamo ai congiurati. La precipitosa partenza del visconte, e la scomparsa delle rilevanti carte ch'erano sul tavolino non tardarono a destare in loro forti sospetti. Pensarono certamente a salvarsi fuggendo in istraniere contrade; ma non vi si seppero indurre presto abbastanza. A rilento sempre si suole fare una risoluzione penosa, e solo all'ultima estremità si cede ad una convinzione angosciosa. Rasori, Gasparinetti, Lattuada e Marchal pensavano sì sgomentati alla scomparsa del segreto emissario della Francia e dell'Inghilterra, ma non erano però lungi dal credere che si tenesse nascosto in alcun luogo; non doversi, dicevano anche fra loro, fare giudizio d'alcuno con tanta precipitazione; avere il tempo chiariti ben altri misteri. Niun d'essi, altronde, avea fatto sperimento della politica austriaca. Nei tempi che corrono si fugge, si emigra, si abbandona la patria senz'avere di gran lunga motivi così gravi di inquietudine.
Due o tre giorni dopo la narrata scena, il medico Rasori e i suoi tre amici vennero arrestati. Il maresciallo Bellegarde aveva in mano prove esuberanti per trarre a perdizione quei quattro infelici; ma ciò non bastavagli. Ei volea porre addosso le mani sopra i complici della congiura militare, e a questo fine soltanto aveva fatta ordire la picciola congiura secondaria in cui si erano immischiati quei quattro soltanto. Aveva già egli per via dei rapporti del falso visconte, piena cognizione dei particolari della congiura militare; ma non sapea come recare dinanzi ai giudici cosiffatti rapporti, e arrovellavasi dal desiderio di strappar di bocca ai captivi delle confessioni simili a quelle ch'erano state fatte all'impostore, suo cugino. Un uomo, divenuto poi celebre nei fasti dell'austriaca polizia, uno di quelli che più adoperarono nel fabbricare quella ampia ed inestricabile rete che avviluppa tutti i Lombardi, e che talmente costringe le facoltà naturalmente libere del loro intelletto, da annichilirle, vo' dire il signor Pagano, si prese l'assunto di captare la confidenza dei captivi. Ed ecco il come vi si accinse.
Il colonnello Gasparinetti era interrogato da un maggiore austriaco, cui assisteva il signor Pagano. Negava egli tutto, e così le promesse, come le minacce erano state indarno adoperate per espugnare la sua costanza. Una mattina, il maggiore austriaco interruppe l'interrogatorio per uscire un istante, lasciando il prigioniero solo col signor Pagano. Il quale, appressatosi tosto guardingo al colonnello Gasparinetti, non senza guardarsi attorno, quasi per tema di essere sorpreso: «Colonnello», dissegli a bassa voce e con tuono commosso, «colonnello, guardate che cosa vi facciate. Non vi avvedete voi che vi perdete, nell'impugnare ostinatamente quello che tutti i vostri complici hanno confessato? Nissuno di loro vi ha risparmiato, e voi, per timore forse di metterli in pericolo vi attenete a questo fatale sistema d'impugnativa! Ahi! perchè non avete un po' più di confidenza in me? Non sono io pure italiano? Poss'io vedere un Italiano, un compatriota correre ciecamente alla perdita senza gemere, senza tentare d'oppormici?» Fattisi udire in quella i passi del maggiore austriaco, il Pagano tornossene tacito al suo posto. Rientrato il maggiore, fu ripigliato l'interrogatorio, ma il colonnello Gasparinetti rimase alcun tempo senza rispondere, assorto nelle sue meditazioni, tetro, costernato. Alzossi alla fine, e movendo il passo verso la tavola sulla quale il maggiore scrivea, dissegli lentamente e col tuono di un uomo che si è indotto ad una difficile risoluzione: «Scrivete, signore. Io, colonnello Antonio Gasparinetti, eromi fermamente proposto di lasciarmi mozzare il capo anzichè proferire una sola parola che potesse nuocere ai miei amici; ma poichè essi stessi hanno parlato, poichè hanno preferito il compenso della confessione a quello della impugnativa, farò com'essi in quest'occasione, come ho fatto in molt'altre. Dichiaro pertanto ec…..» E qui sì lo scopo della congiura, che i nomi dei congiurati, i mezzi di cui poteano valersi, i loro disegni, i sussidi nei quali speravano, ogni cosa, in somma, fu esposta coi più minuti suoi particolari dal colonnello Gasparinetti.
Convien dire che la confessione sia un atto che corrisponde a un qualche segreto istinto del cuore umano, perocchè non solo vediamo gli uomini determinarvisi agevolmente, ma anche compierla con trasporto allorchè vi si sono determinati. E invero il Gasparinetti non si ristrinse in questa circostanza a narrare i fatti noti agli altri captivi, e cui potea supporre essere stati svelati da loro; ma espose perfino i propri pensieri, le speranze ch'egli avea concepite, le parole dettegli in privato da questo o quello dei congiurati non ancora arrestati. Riferì fra altre cose che, avendo un giorno incontrato il generale Teodoro Lecchi, questi aveagli detto, stringendogli la mano: «Animo, mio caro Gasparinetti; se Fontanelli ricusa di condurci, ho buona speranza che Zucchi sottentri in sua vece». Il che era vero; ma perchè riferirlo dacchè non era stato udito da testimoni e dacchè il generale Lecchi era tuttora libero? Questo bisogno di dir tutto spiattellatamente, anche a giudici, fu ancor più forte pel comandante Cavedoni, il quale, sostenuto pochi giorni poi ed esortato a confessare progetti già ben noti altronde, non si fece molto pregare. Dopo avere risposto alle interrogazioni fattegli, trascorse più oltre, esponendo le idee sue proprie, e come ei si proponesse d'unirsi ai rivoluzionari di Modena dopo avere aiutato il trionfo della rivoluzione di Milano. Il quale soverchio di confidenza fu poi cagione che il Cavedoni, poich'ebbe terminato di espiare in Mantova il reato di congiura contro l'imperatore d'Austria, fu consegnato nelle fiere mani del duca di Modena. Nè con ciò finirono le sue sciagure. Arrestato un'altra volta a Modena, nè meglio schermitosi dalle instanze de' suoi interrogatori, fu nuovamente condannato. Arrestato poi finalmente la terza volta, e di nuovo in Modena, e prevedendo un trattamento eguale a quello che aveva di già subito due volte, si uccise colle proprie mani con una pistolettata, e giunse in tal modo a preservarsi dal fatale sdrucciolo delle confessioni; sdrucciolo da cui i ministri della polizia austriaca sanno ottimamente trarre partito.
L'Austriaco non si affretta mai, eppure avviene di rado che le sue vittime gli sfuggano di mano; perocchè valentissimo è nell'attutare la loro vigilanza mentre si accinge a colpirle mortalmente. Nulla aveva il Gasparinetti taciuto o travisato; e il Lattuada, edotto di ciò, si era appigliato al partito di dire d'aver porto orecchio ai disegni di congiura unicamente per conoscer bene le cose e renderne edotto il governo. La cattura degli altri congiurati potea seguitare davvicino queste deposizioni, eppure parecchi giorni trascorsero nei quali il governo lentamente arrotava l'armi sue, apparecchiava le insidie in cui volea far cadere i suoi nemici, facea chiamare gli uomini nei quali maggiormente confidava, ec. ec.; nè di questi giorni giovaronsi i congiurati per ripararsi in luogo di salvezza. Ma conviene sapere che il governo austriaco vi provvide come mi fo a narrare.
Il conte Alfonso Litta, colonnello al soldo d'Austria e fratello del duca Litta, erasi ognora segnalato per la sua devozione all'imperatore Francesco. Il suo figliuolo aveva all'incontro militato nell'esercito franco-italico in qualità di scudiere del principe Eugenio, ed erasi ognora portato da leal guerriero. Aveva il cuore assai freddo e corto il senno; ma era tutt'altro uomo da quello che avrebbe dovuto essere per abbandonare gli antichi amici o rinnegare i sentimenti cui professati aveva una volta. Ad onta del suo affetto inverso alla Casa d'Austria, il conte Alfonso Litta era non meno onesto del figlio, nè più avveduto di lui. Ben conosceva costoro il governo; ond'è che uno de' principali personaggi in carica di quei tempi studiò il modo di far assapere destramente al conte Litta che l'imperatore conosceva appieno tutta la congiura militare, ed era risoluto di non punire per questa volta uomini traviati da antichi affetti, ma che questa generosa determinazione non si estenderebbe fino a coloro che si facessero rei d'un secondo attentato, ec. ec. Queste consolanti assicurazioni furono tosto dal conte Alfonso Litta partecipate al figliuolo, il quale corse subito in cerca del generale Teodoro Lecchi. Trovatolo, al teatro della Scala, lo trasse in disparte e dissegli, sapersi dal governo ogni cosa: «Parto incontanente», rispose il generale. «No», replicò il contino, «ciò non è necessario, io so per buon canale che il governo vuole lasciar cadere questa cosa: nulla avete a temere per ora, ma guardatevi bene a quello che farete per l'avvenire. La clemenza usata ora dell'imperatore, lo indurrebbe ad essere doppiamente severo in un'altra occasione».
I due amici, ciò detto, si separarono, lieto il Litta di avere sconsigliato al generale un passo falso qual era l'abbandono della patria, e rassicurato il Lecchi, il quale conosceva il come la famiglia Litta fosse in grazia del governo. Ma non passarono tre giorni ch'ei venne catturato, e con esso il generale Bellotti, e i signori Cavedoni, Brunetti, Pagani, Gerosa e Caprotti.
Tutti i particolari della congiura erano stati così esattamente esposti dal colonnello Gasparinetti e dal Lattuada, che ai novelli arrestati era impossibile l'attenersi alla impugnativa. La sola quistione che potesse tuttora venir dibattuta fra' giudici e gli accusati era quella dell'esistenza d'un comitato direttore; esistenza di cui i giudici diceansi di già accertati, e la quale era dagli altri impugnata risolutissimamente. La giunta a cui venne affidata l'istruzione del processo e il giudizio componeasi del conte Cardani, presidente, dei giudici Freganeschi, Bonacina, Borghi e Gianni, e del regio procuratore Draghi; tutti di già celebri per l'astio feroce che aveano mostrato contro i liberali nei fatti del 1799.
Furono gl'inquisiti tratti a Mantova, e chiusi in una torre le cui fondamenta sono piantate nel lago fangoso che circonda la città: dati in balía ad uomini della fatta di quelli che componevano la commissione, aveano fortissima cagione di temere, e difficilmente perciò poteva essere serbato il segreto intorno alla esistenza del comitato direttore. Ma pure dovendo essi venire tuttora processati e giudicati secondo il codice di processura criminale del regno d'Italia, avevano difensori, doveano comparire in pubblico, e potevano protestare contro quei violenti o crudeli trattamenti che loro fossero stati fatti: era perciò duopo valersi di nuovo della astuzia.
Essendo il generale Teodoro Lecchi il più ragguardevole tra' congiurati, non era possibile che l'esistenza del comitato direttore fossegli rimasta occulta; epperciò sopra di lui pose in opera la giunta i suoi artifizi. Il signor Ghisilieri, nuova maniera che era di giudice-dilettante, avea per costume d'entrare ogni mattina per tempo nella camera del generale, sorprendendolo così appena desto. Egli conosceva l'indole mite ed affettuosa di lui, l'affetto quasi appassionato ch'esso nodriva per la propria famiglia, la divozione di lui inverso la madre, la quale dal canto suo, pia e tenera com'era, lo prediligea fra tutti i suoi figliuoli, e non potea rassegnarsi a quella sciagura, tanto più che, sentendosi presso a morte, temeva di non più rivederlo. Non ignorava il Ghisilieri alcuno di questi particolari, e studiavasi di trarne profitto. Dopo chieste affettuosamente notizie della salute e della disposizione d'animo del generale, diceagli: «Vengo in questo punto di casa vostra. Ah quanto siete amato! Quante lagrime fa spargere la vostra sventura!» Nominava allora le persone più strettamente congiunte col generale, attribuendo ad ognuna di esse commoventi parole. Poi veniva a parlare della madre del generale. Moribonda allora nel letto per un insulto apopletico, essa era priva di cognizione; ma il figlio non erane edotto, e il Ghisilieri gliela dipingeva, all'incontro, come unicamente preoccupata del destino del figliuolo, e solo intenta a trovare il modo di procacciarsi l'immensa felicità di vederselo presso. «Vostra madre», soggiugneva il Ghisilieri, «è una santa donna, ma non può stare senza di voi, e se non ritornate nelle sue braccia, essa morrà disperata». Continuava il Ghisilieri in su quest'andare finchè avesse tratto a forza le lagrime agli occhi e sulle guance al generale; poi quando lo vedea tutto commosso e tremante, quando leggevagli in volto o ne' sussulti del petto agitato, il veementissimo desiderio di tornare fra' suoi, allora, facendo le viste di seguire il naturale corso del suo pensiero che da questo subbietto del discorso lo conduceva ad un altro, veniva a parlare del processo. «E questo comitato direttore», diceagli, «perchè mai vi ostinate a negarlo? Il vostro processo sarebbe finito bentosto, se mutaste favella, e così disporreste tutti i giudici in vostro pro. Io vi parlo in nome di vostra madre, datemi fede», nè cessava dal ragionare in tal modo se non in quanto il generale cessava di rispondergli. Egli è inutile l'avvertire che il generale, uscito di prigione, seppe non senza stupore che il signor Ghisilieri non era mai stato una volta in casa di lui, nè mai avea veduto alcuno dei membri della famiglia Lecchi! Il comitato direttore non fu confessato da veruno, e forse non esisteva nemmeno.