Compiutasi l'istruzione del processo, venne l'ora della sentenza. Riuniti nella grand'aula del palazzo, accerchiati da numerosi soldati, avevano di già gli accusati udito la lettura dell'atto di accusa e le dispute dei loro difensori, quando giunse colà un messo latore di una lettera indirizzata al presidente del tribunale. La prese questi, e lettala, la consegnò al giudice che sedeva a destra di lui, il quale la diede all'altro, e così via via, sicchè fu letta da tutti i membri del tribunale. Tutti, leggendola, davano segno non dubbio di soddisfazione, di rispetto e di commozione, alcuni perfino sorrisero nel guardare i prigionieri, e il presidente, facendo le viste di non potersi tenere, proferì a mezza voce le parole buona notizia. Per quanto significative fossero quelle testimonianze, non poterono rassicurare i prigionieri contro l'effetto probabile delle conclusioni fiscali, lette subito dopo dal regio procuratore, e nelle quali richiedeasi dal magistrato contro di loro la capitale condanna. Ond'è che quando, usciti dalla sala, furono ricondotti nel carcere, la curiosità loro intorno alla lettera la cui lettura avea tanto visibilmente commosso il tribunale, era indebolita d'assai. Non tralasciarono però essi d'interrogare intorno al contenuto di quella lettera le guardie che gli accompagnavano, e seppero che vi si leggeva la formale assicurazione delle misericordiose disposizioni di S. M. inverso a loro.
S'imagini ora quale fosse lo stato di questi uomini accusati di congiura militare, indeboliti da una prigionia di già assai lunga, e da morali torture, e i quali dopo avere udito il regio procuratore far contro di loro instanza per la capitale condanna, venivano ricondotti nel carcere per aspettarvi la lettura della loro sentenza. Gl'istanti che passano tra la chiusura dei dibattiti e la lettura della sentenza non sono essi più angosciosi di quelli che precedono la morte? Non si concentra essa su quei brevi istanti la compassione che sentesi pei condannati a pena capitale?
Ora in questa sì terribile condizione, in questa crudele espettazione, di cui si tenta di sminuir la durata per gli stessi malfattori, il governo austriaco lasciò gli accusati per ben tre anni! Non mancò tuttavia un pretesto per colorire questo inconcepibile obblio delle leggi dell'umanità; e questo pretesto, al par di tutti quelli cui l'Austria s'appiglia, fu da goffo e da ipocrita. A udire i membri e gli amici del governo, per mera pietà furono gli inquisiti lasciati in dubbio del loro destino. E perchè la condanna non poteva essere altrimenti che asprissima, e perchè, d'altra parte, S. M. avea fatto promettere una rilevante mitigazione degli effetti di quella inevitabile severità; perciò in sulle prime il pretesto potea parere plausibile; ma apparve poi chiaramente l'impostura quando, scorsi i tre anni, tornò la sentenza da Vienna. Si vide allora che il giudizio della commissione, tutt'altro era che spaventevolissimo per gl'inquisiti, perocchè non eravi riconosciuta l'esistenza d'una congiura. Or dunque, perchè mai i pretesi autori d'una congiura che non era esistita, erano essi lasciati da tre anni a gemere nel fondo d'una prigione? perchè mai lasciar loro ignorare il proprio destino? E in ciò appunto si ravvisa in tutta la sua bruttura l'austriaca doppiezza. Si sarà già avveduto il lettore che ciò non poteva avere altro fine che quello di prolungare l'orribile incertezza da cui trovavansi angosciati i captivi. Ma perchè mai, con quale pretesto erano essi tenuti in carcere, mentre del fatto di cui erano accusati non constava punto? Si rammenti quella lettera consolante che nel giorno del giudizio era andata in giro per le mani dei giudici, e avea sui pallidi loro volti ricondotto i segni della contentezza e della tenerezza. Quella lettera, scritta dall'istesso maresciallo Bellegarde al presidente della giunta, contenea, siccome ho detto, l'assicurazione delle intenzioni di S. M. di usar clemenza; ma aggiugneva che acciò l'imperiale clemenza potesse brillare in tutto il suo splendore, era d'uopo apparecchiarle un bel campo, una degna occasione. Ond'è che i membri della giunta venivano eccitati a procedere col massimo rigore contro gli accusati, a condannarli ad ogni modo ed alla massima pena applicabile, a fine di lasciare alla sovrana generosità un libero corso.
Quella lettera, che non sarebbe stata scritta ove il maresciallo Bellegarde non avesse avuto notizia che la giunta non riconoscea l'esistenza della congiura, trasse di angustia i giudici, che mal sapevano porre d'accordo i dettami, alquanto sommessi, della loro coscienza e le ben note brame del governo. Dacchè l'imperatore obbligavasi a non ratificare la condanna che venisse da loro proferita contro gl'inquisiti; ogni scrupolo si dileguava. Se la forza della verità costringevali a dichiarare la non-esistenza della congiura, rimanea però tuttora il reato di non-rivelazione, del quale constava in realtà, e sopra del quale poteasi senza troppa vergogna fondare una condanna anche severa. Per le quali cose, dichiarò la giunta: 1.º non esservi stata congiura; 2.º essersi proferite parole contro il governo, e formati vaghi disegni, e non averne gli accusati ragguagliata la pubblica autorità. Condannò essa perciò gli accusati alla massima pena comminata pel reato di non-rivelazione, cioè a cinque anni di carcere duro. Ma non si dovea essa frapporre l'imperiale clemenza? Sì; e di fatti, tre anni dopo che gli accusati erano stati, all'uscire dall'ultima udienza della giunta, ricondotti nel carcere, la sentenza che li condannava a cinque anni di carcere duro, ritornò da Vienna a Mantova, colla commutazione della pena in diciotto mesi della detenzione medesima. Dietro le massime del vigente diritto, i tre anni trascorsi avrebbero dovuto essere riguardati come una più che sufficiente espiazione della pena commutata, ma S. M. volle altrimenti. La detenzione degli accusati fino a quel punto, era stata, in sua sentenza, non una pena, ma un mero provvedimento per la pubblica sicurezza, nè potea diventare una pena se non dal momento in cui veniva pubblicata la sentenza. Poco montava che quegl'infelici gemessero in carcere da tre anni, mentre la pena da infliggersi loro doveva essere una detenzione di soli diciotto mesi; fu forza dopo i tre anni di carcere già sofferti subire ancora altri diciotto mesi di detenzione, cosicchè la grazia imperiale valse ai captivi la liberazione dalla pena per soli sei mesi. E sì che la promessa fatta fare dall'imperatore di perdonare ogni cosa era quella sola che aveva indotta la giunta, tutta composta dei più caldi zelatori di Casa d'Austria, a proferire una condanna che ad essi stessi pareva non a bastanza fondata.
Ho voluto descrivere insino all'ultimo la sorte toccata ai congiurati del 1814, ed ho taciuto perciò gli avvenimenti accaduti nei quattro anni ch'essi passarono in carcere. Ritorno ora indietro per adempire il mio debito, cioè per far conoscere la storia della Lombardia dall'anno 1814 sino ai dì nostri: storia invero assai incompleta, siccome quella che non registra altro che congiure sventate o editti promulgati, e nella quale non vedesi la nazione operare cosa veruna, esercitare nè influenza nè autorità, spiegare nè facoltà nè tendenze, fare in somma alcunchè nè per sè nè per mezzo de' suoi rappresentanti.
La nuova dell'incorporazione definitiva della Lombardia nei domini austriaci, la cattura dei più ragguardevoli uffiziali dell'esercito del cessato regno d'Italia, e il fatto della riscossione delle imposte come per lo passato e senza il menomo alleviamento, avevano ingenerato il malumore nel popolo. Gli avvenimenti accaduti nel mese di marzo dell'anno 1815, o pur solo l'espettazione di essi ridestarono nei cuori degl'Italiani la speranza di giorni migliori, e con la speranza l'energia. Due personaggi fra' principali di Milano, uno de' quali portava un nome illustre nell'aristocrazia; due personaggi che già si erano mescolati nei fatti del 17 e del 20 aprile del 1814, e dei quali ho taciuto i nomi, onde assegnar loro un posto appartato e non porgere al lettore l'occasione di confonderli con altri autori dei fatti medesimi, recaronsi dai primari ufficiali del governo e loro proposero di far venire in città un grosso polso di contadini in occasione della festa della Madonna di marzo, e di volgere poi la piena di que' subillati contadini contro le case dei Milanesi di cui era noto l'attaccamento al cessato governo. Per proporre scopertamente l'assassinio, anche politico, vi vuole un capitale d'impudenza che dalla educazione viene riprovato e distrutto. Ond'è ch'io credo che quei due non osassero dire che volevano toglier la vita ai partigiani del governo franco-italico; ma dicessero all'incontro di non volere far altro che incuter loro timore, onde far loro passare la voglia di ribellarsi e strignerli fors'anche ad abbandonare la patria. Suppongo anzi che le vere loro intenzioni non fossero diverse da quanto io credo che dicessero. Checchè di ciò ne sia, il governo, più timoroso che pago d'un siffatto appoggio, memore altresì di quanto era accaduto il 20 marzo 1814 e di quanto erasi forte temuto di veder accadere nel giorno appresso, e schivo al postutto dall'ammettere qualunque cooperazione popolare, ributtò le pericolose proposte. Io dubito anzi, che la forsennata devozione di quei due abbiagli mai inspirata una piena fiducia. Ad ogni modo Milano fu quella volta preservato, mercè la prudenza austriaca, dalle sciagure che apparecchiavanle i Milanesi devoti di Casa d'Austria.
La guerra che poco stette a prorompere pose il governo austriaco nella trista necessità d'imporre un accatto forzoso sopra i trafficanti della Lombardia. E sebbene fosse di poco rilievo la somma accattata, e favorevoli pei creditori i patti a cui astrignevasi il governo, quell'accatto forte dispiacque all'intiera popolazione, la quale però non fecevi contrasto veruno. Intendendosi nella seconda parte di questo scritto a mostrare il come abbia il governo austriaco potuto annichilire lo spirito pubblico e traviare il giudizio dei Lombardi, non sarà inopportuno il riportare qui il bando promulgato intorno alle cose di Napoli il giorno 5 aprile del 1815 dal maresciallo Bellegarde. Così strana si è la favella del maresciallo in quel bando, e così contraria ai più ovvii dati della storia e ai più chiari dettami del buon senso, che quasi quasi gli si potrebbe attribuire un'intenzione d'ironia. Il che facendo si andrebbe tuttavia di gran lunga errato. Gli ufficiali del governo austriaco e l'istesso imperatore usano sempre tali modi di parlare che per l'esagerazione loro sembrano ironici; ma col mostrare insieme volto serio e cera d'uomini convinti, ne danno ad intendere al popolo ed ai ragazzi. I quali, coll'ascoltare abitualmente i ragionamenti di quei magistrati, nè trovar mai chi faccia loro conoscere la verità, finiscono per tenere quei ragionamenti come una precisa espressione dell'opinione generale.
Il menzionato bando è nei sensi che seguitano: «L'Europa cominciava appena a rammarginar le sue piaghe. Riuniti in congresso a Vienna, i potenti suoi padroni adoperavano con rara concordia a fermare le basi d'una lunga pace, quando un impreveduto avvenimento astrinse di nuovo tutte le nazioni (di già ammaestrate dall'esperienza, degli effetti dell'ambizione d'un solo uomo) ad impugnare le armi. Potea tuttavia l'Italia lusingarsi colla speranza di rimanere tranquilla frammezzo a questi passeggeri sovvertimenti, e di già numerose truppe erano scese dall'Alemagna a sua difesa; ma ecco che il re di Napoli, gittando la maschera che dianzi l'avea sottratto al pericolo, senza premettere alla guerra dichiarazione veruna, di cui altronde non potrebbe allegare alcun motivo, contro la fede dei trattati coll'Austria, di quei trattati cioè, ai quali egli deve la sua esistenza politica; ecco che il re di Napoli minaccia col suo esercito di turbare la tranquillità della bella Italia, e non contento di addurre il flagello della guerra, tenta altresì di allumare dappertutto, mediante il vano simulacro dell'independenza italiana, l'incendio devastatore della rivoluzione che già gli spianava le vie della possanza per salire dalla condizione di privato a quella di sovrano.
»Non meno straniero dell'Italia che nuovo nell'ordine dei sovrani, egli volge con ostentazione agl'Italiani parole che appena si addirebbero ad un Alessandro Farnese, ad un Andrea Doria, ad un Trivulzio il Magno; e si dà per capo della nazione italiana, la quale pure possiede proprie dinastie, regnanti da secoli ed ha veduto nascere nelle più liete sue contrade tutta l'augusta famiglia che regge col paterno suo freno un sì gran numero di nazioni. Or questo re d'una dell'estremità dell'Italia vorrebbe traviare gl'Italiani con la speciosa idea dei naturali confini, e farli correre dietro alla fantasima di un unico regno, a cui sarebbe appena possibile assegnare una capitale: tanto è vero che la natura stessa vuol che l'Italia sia pârtita in più Stati, ammaestrandoci con ciò, non dall'ampiezza del territorio, non dal massimo numero della popolazione, non dalla forza dell'armi assicurata essere la felicità dei popoli; ma bensì piuttosto dalle buone leggi, dalla reverenza degli antichi costumi e dallo stabilimento di una parca amministrazione. Ond'è che la Lombardia ricorda tuttora con sensi d'ammirazione e di gratitudine i nomi immortali di Maria Teresa, di Giuseppe II e di Leopoldo.
»Non pago d'ingannare le moltitudini eccitandole a correre dietro alla fantasima dell'independenza italiana, il re di Napoli vuol pure trarre in errore gl'Italiani poco prudenti, e indurli a credere che una segreta disposizione ad assecondare i suoi disegni nutriscano quei potentati medesimi che con meravigliosa prestezza rinnovellano ora appunto i loro formidabili armamenti terrestri e marittimi, e che bentosto con un atto pubblico daranno al mondo una pruova novella della loro unione indispensabile sotto il vessillo delle stesse massime. Non pare egli invero che, assoggettata al re di Napoli, l'Italia potrebbe chiamarsi indipendente? Chi può dubitare che i potentati non siensi fatti ormai capaci, non potersi dare nè pace nè tregua con un uomo che non ha il menomo riguardo alle proprie promesse, nè agli atti di generosità ond'è stato ricolmo dai suoi vincitori?