»I benefizi sparsi dal nostro augustissimo imperatore e re, 1.^o su tutto l'esercito italiano, niun membro del quale (purchè suddito) è stato lasciato privo di mezzi di sostentamento; 2.^o su tutto il numeroso ordine degli uffiziali civili; la cura paterna adoperata dal governo austriaco, non appena restituito in Italia, a riunire tutti i partiti in un solo ed a trattarli tutti come figliuoli, senz'aver riguardo nè all'opinioni politiche, nè agli anteriori portamenti di ognuno, seguendo anzi per quegl'istessi che l'hanno astretto ad usar rigore, l'ispirazione di un sentimento affatto paterno; sono tutte cose talmente notorie, che senz'altro distruggono le calunnie con tanta enfasi spacciate dal re di Napoli!

»Lombardi! Naturalmente sincero e in niun modo vantatore per sistema, il governo austriaco vi ha promesso la tranquillità, il buon ordine pubblico ed una amministrazione paterna. Egli atterrà quanto vi ha promesso. Sovvengavi dei tempi felici anteriori al 1796, delle instituzioni di Maria Teresa, di Giuseppe II e di Leopoldo; paragonate quel sistema di governo con quello che vi toccò sopportare di poi, e che, fondato sopra i medesimi princìpi, vi fu annunziato con le stesse mendaci espressioni che ora vengonvi indirizzate. La vostra soverchia credulità alle promesse della democrazia francese, vi ha tratti di già in rovina; siate omai più prudenti e non dimenticate che dopo l'esperienza la vostra colpa sarebbe più grave che non sia stata dianzi. La docilità del vostro carattere, la riflessione, frutto delle vostre cognizioni, e l'attaccamento che il vostro augusto principe si merita per tanti titoli, vi scorgano, v'inducano a protegger sempre il buon ordine pubblico, e a difendere il trono e la patria.

»Milano, il 5 d'aprile 1815.

»Il Governatore generale »Maresciallo BELLEGARDE.»

Ora che era egli Murat? Re d'una parte dell'Italia. Quali erano le sue truppe? Truppe italiane. Quali i suoi divisamenti? Discacciar gli stranieri dall'Italia, e riunire la Penisola sotto uno stesso governo. E questi fatti emergono essi dalla lettura del bando di Bellegarde?

L'Austria non istava però senza inquietudine, e il possesso delle novelle sue province non pareale assicurato a bastanza. Troppo pieno era stato il trionfo, sicchè non poteano non tenergli dietro alcuni rovesci; e la prudente Austria è più tranquilla allorchè ha fatto ai suoi avversari alcune concessioni di poco rilievo, di quello che sia quando gli ha spietatamente maltrattati. I fatti del 1815, la rinnovellazione della guerra, il malumore che essa non potea non ravvisare nel popolo milanese, furono per essa come i segni forieri del rovescio che tien dietro al troppo splendido trionfo, e le fecer provare un certo quale pentimento di essersi allora lasciata trascinare dalla foga del trionfo, talmente da porre in disparte il sistema delle transazioni. L'Austria si mostrò giudiziosa, perocchè fece, senz'esservi in verun modo costretta, una concessione. Quanto essa concedette era ben poco certamente; ma ciò non monta. In politica non vi è concessione facile quando è spontanea, ed il governo che ne fa una in grazia delle congiunture è meglio che accorto, perchè si può dir saggio.

Il giorno dopo l'incorporazione della Valtellina e delle contee di Bormio e di Chiavenna nella Lombardia austriaca, che fu il 16 d'agosto del 1815, un bando novello del maresciallo Bellegarde annunziava ai Lombardi che, mossa dal sentimento di predilezione sempre mai dimostrato a' suoi Stati d'Italia, S. M. Imperiale e Reale erasi degnata di porre l'ultima mano all'adempimento delle benefiche sue intenzioni, formando coi detti suoi Stati un regno Lombardo-Veneto. L'atto della creazione di questo regno andava unito al bando. La nomina di un vicerè, che facesse dimora per sei mesi dell'anno in Milano e per altretanto tempo in Venezia, l'istituzione di una corte e dei grandi ufficiali di essa, la conservazione dell'ordine della Corona ferrea, l'obbligo imposto ad ogni re del regno Lombardo-Veneto di cignersi il capo con la famosa corona dei re longobardi, la divisione del reame in due governi, di cui Venezia e Milano dovevano essere i capiluoghi, la suddivisione dei governi in più province, delle province in distretti e di questi in comuni, e la promessa di un pronto ordinamento del novello reame; tali erano le disposizioni contenute nell'atto promulgato in Vienna il 7 agosto 1815 per la creazione del Regno Lombardo-Veneto.

Alcunchè era in fatti pei Lombardi, che avevano perduto tutto, il trovarsi di nuovo in possesso del loro nome e della loro qualità d'Italiani. Fin qui, dal 12 di giugno dell'anno precedente in poi, eransi chiamati austriaci, e la bella loro contrada veniva designata in tutti gli atti solenni come una provincia dell'imperio austriaco, senz'avere nemmeno un nome suo proprio. L'annunzio della creazione d'un vicerè che avesse a risiedere in Italia poteva intendersi come una promessa d'independenza di questa contrada, o almeno come un obbligo implicito di appartare in certo qual modo il governo lombardo-veneto dal gabinetto di Vienna, lasciando che quello dêsse sesto alle sue proprie cose nel modo che piacessegli o poco meno.

In questo senso i partigiani dell'Austria faceano le viste d'intender quell'atto, e in questo senso parimenti l'intendeano in Vienna alcuni della stessa casa imperiale. Ond'è che l'arciduca Antonio, stato dall'imperatore il 7 di marzo del 1816 innalzato alla dignità di vicerè del Regno Lombardo-Veneto, umilmente espose a S. M. ch'ei s'intendeva di esercitare in questo reame le facoltà istesse ch'erano già state attribuite all'arciduca Ferdinando. Ma a questo modo non la intendeva l'imperatore; il quale anzi proponevasi d'invigilar l'amministrazione del suo novello reame più strettamente di quanto erasi fatto da' suoi antenati quando la contrada era in grado di semplice provincia del loro imperio. Dovè l'arciduca persuadersi come non altro gli toccherebbe avere che il mero titolo di vicerè, e come, nello Stato Lombardo-Veneto, quale voleasi dal fratello ch'esso fosse, non vi era posto di mezzo tra il governatore e l'imperatore, che viene a dire non dovervi esser posto per un vicerè. L'imperatore si avvide dal canto suo di essersi ingannato nel proporsi di conferire al fratello un simulacro soltanto di potestà; e con poco stento si arrese alle instanze dell'arciduca, che lo supplicò di dare ad altri la dignità ch'eragli stata esibita. Fu a lui pertanto surrogato l'arciduca Ranieri, la scelta del quale corrispose pienamente alle intenzioni dell'imperatore.

Dei primi anni dell'austriaca dominazione poco altro mi rimane a dire, se non che, essere stata la Reggenza provvisionale disciolta il 1.º di gennaio del 1816 per dare luogo ad un consiglio di governo, di cui fu presidente il governatore conte Saurau, e che era composto di dieci consiglieri, fra i quali il vicepresidente fu il conte Jacopo Mellerio; non essere stato in alcuna guisa alleviate le imposte, nè anche quando venne raffermata la pace; essere stato abolito l'antico ufficio di polizia del dipartimento dell'Olona, e date le attribuzioni di quello alla direzione generale di polizia di Milano; essere stati i sudditi italiani di S. M. l'imperatore d'Austria dimoranti fuor dello Stato, richiamati nello Stato medesimo, sotto pena, in caso di contumacia, di essere puniti a' termini dei decreti dell'anno 1812; agl'Italiani sudditi dell'Austria che militavano pel re di Napoli essere stata comminata la morte civile e la confisca dei beni se non si toglievano immantinenti da quegli stipendi; essere stata (per legge del 26 agosto 1815, sottoscritta in nome della Reggenza dal suo segretario Strigelli, e la quale tuttora è in vigore) promessa una mercede di sei fiorini a qualunque persona non militare che arrestasse un prigioniero di guerra fuggitivo, e il quale si tenesse nascosto o errasse senza scorta. I termini con cui conchiudevasi quella legge sono i seguenti: «La presente determinazione è specialmente applicabile ai militari ed agli ufficiali civili delle nazioni francese ed italiana, i quali, appartenendo in origine al reame di Napoli, sono stati mandati sotto buona scorta militare nell'interno della monarchia austriaca». Farò quivi notare che tutte le leggi repressive di un qualche misfatto o delitto contengono la formale ingiunzione ad ogni buon cittadino di denunziare il colpevole. I medici e i chirurgi non sono già eccettuati da un tale avvilitivo obbligo; chè anzi una legge del 9 di maggio de 1816 minaccia loro un'aspra pena ove tardino più di ventiquattr'ore a ragguagliare i maestrati delle ferite cui sono chiamati a medicare, oppur anche delle malattie, accidenti, ec., che possono essere effetto di un qualche delitto e in cognizione delle quali sono venuti per l'adempimento del loro ufficio. Aggiugnerò inoltre che i dazi tra la Lombardia e l'altre parti dell'impero austriaco non furono aboliti; il che privò la contrada dell'unico e tenue vantaggio che avrebbe potuto curarle la sua riunione a un grande Stato; che le prefetture, le sotto prefetture, i tribunali e tutti i corpi amministrativi o giudiziari componenti l'amministrazione franco-italica mano mano si cessarono; e le circoscrizioni del territorio vennero ristabilite come a' tempi di Maria Teresa. Ma a questo riguardo conviene dire che una tale spartizione, del pari che l'ordinamento comunale antico e riposto in vigore, erano certamente da preferirsi a quelli che l'imperatore Napoleone aveva importati di Francia. Un novello codice civile fu promulgato o per meglio dire, con regia patente del 28 settembre 1815, fu esteso alla Lombardia il codice vigente nel resto della monarchia, con questo però che non cominciasse ad aver vigore che dal 1.^o di gennaio del 1816. I dritti matrimoniali vennero ordinati dal 1.^o di luglio 1815 in poi con una patente del 20 aprile dell'anno medesimo. Il codice dei delitti e delle gravi trasgressioni politiche, promulgato il 9 di luglio del 1815, fu posto in vigore pel 1.^o di novembre successivo. Venne regolarmente instituito l'ufficio di censura della stampa, e i due giornali ch'erano allora pubblicati in Milano furono bentosto soppressi per cessare ogni competenza con la Gazzetta di Milano, giornale a cui dava aiuto il governo. I monachi e frati d'ambi i sessi riebbero i loro monisteri e' loro antichi privilegi; e i benefizi ecclesiastici tornarono ad essere una sorgente inesauribile di agi ed anche di ricchezze pel clero.