Non rimanea più omai nello Stato e nelle leggi vestigio alcuno dei princìpi rivoluzionari pocanzi trionfanti. Non solo era vinta la democrazia, ma niuno degli ordini del popolo era in verun modo partecipe del governo del paese. Nè solo era sbandito il principio della libertà illimitata di coscienza; ma niuno potea pubblicare un pensiero che non fosse in tutto conforme alle particolari dottrine dei censori. Lo spirito del decimottavo secolo erasi affatto dileguato; e il clero tornato non meno potente di quanto ei fosse stato, non dirò ai tempi di Maria Teresa e di Giuseppe II, ma a quelli della dominazione ispanica. Il divorzio era abolito; restituite le antiche linee daziarie, riposta nel pristino suo splendore la nobiltà di nascita; persino i nomi venuti in uso a' tempi della rivoluzione e del regno italico per indicare i varii corpi dello Stato o le parti diverse del territorio aveano dato luogo ai nomi disusati del precedente secolo.
Ma non istavano già in questo i guai della Lombardia. Perdendo repentinamente tutti i beni acquistati duranti i moti rivoluzionari, e ridotta all'andazzo antico delle istituzioni meramente monarchiche e dei pregiudizi di cui siffatte istituzioni sono, al postutto, l'espressione, la Lombardia avea perduto altresì ogni reliquia d'independenza, ogni segno d'una propria esistenza. Portava essa, invero, il titolo di regno Lombardo-Veneto; ma le sue soldatesche, mandate in Austria, erano vestite di bianca assisa; il vessillo giallo-nero sventolava su tutti gli edifizi; l'aquila bicipite campeggiava nel suo stemma. E per toccare d'altri più rilevanti riguardi, ad onta dell'incontrastabile pro della novella spartizione del territorio e del novello ordinamento comunale, tutte le attribuzioni dei maestrati di comune, di distretto, di provincia ed anche di capoluogo si ristrignevano nel presentare a Vienna i divisi dei quali utile o necessaria stimavano l'effettuazione. Il dritto austriaco tornava ad essere il dritto lombardo-veneto; i tribunali di prima e di seconda instanza erano, per vero dire, indipendenti dai tribunali dell'istesso ordine sedenti in Vienna; ma il tribunale supremo di revisione, stanziato in Verona, non era altro che un brano del tribunale supremo di giustizia sedente in Vienna. Tutte le nomine da Vienna procedevano, e tutto, nel modo di amministrazione cui era stata assoggettata la Lombardia, attestava la condizione secondaria e dipendente cui essa trovavasi condotta. Dovrassi far avvertire che i princìpi in onore presso gli Austriaci erano in ogni modo ripugnanti col senno e con l'onestà della popolazione lombarda? Chi non comprenderà a bella prima il sentimento di avversione e di fastidio che travagliare dovea i cuori dei Lombardi alla lettura di quelle leggi che loro prescriveano formalmente la delazione e lo spieggiare? Il senno italiano poteva esso non trovarsi stomacato nel leggere l'esposizione dei motivi delle leggi più oppressive, e nel veder quivi vantate ora la predilezione di S. M. inverso a' suoi Stati italiani, ora la paterna sua sollecitudine a pro de' sudditi, il suo incomparabile amore e cose simili? I Lombardi, ch'eransi testè aperto il passo per a traverso l'Europa, e aveano così di fresco spiegata tanta energia, potevano essi vedersi senza stizza trattati come fanciulli da quella nazione che mispregiavano più d'ogni altra, costretti a rimettersi in tutto quanto riguardavali all'arbitraria determinazione del governo, e tacciati poi d'ingratitudine se tentavano di muoversi e di respirare a loro senno? Potevano essi rassegnarsi senza ripugnanza ad uno stato di cose che pienamente annullava la loro esistenza politica?
La repubblica Cisalpina avea avuto a dolersi gravissimamente e dell'imperatore Napoleone e della Francia. Aveangli essi promessa l'independenza e la libertà; e poi, giunta la congiuntura propizia di adempir la promessa, aveanla ridotta alla condizione di uno Stato dipendente. Ma le congiunture in cui l'imperatore e la Francia eransi costantemente trovate, erano certamente estraordinarie. La Francia potea dire all'Italia: «Lasciatemi fare sintanto ch'io abbia preso stabilmente il posto che mi compete in Europa; aiutatemi anzi in questo intento, ed io vi restituirò poi la libertà che ora confisco a mio pro»; e l'Italia potea credere a queste parole: perocchè il regno d'Italia era, in somma costituito per modo da sussistere di per sè, e il fatto della riunione delle due corone francese ed italica sul capo d'un sol uomo, era anzi un accidente che una conseguenza regolare degli statuti organici dello Stato. La cosa fu ben diversa, quanto all'Austria, dal 1815 in poi. Chiamata ad assicurare al regno d'Italia quella piena independenza ch'eragli già stata tante volte promessa, l'Austria non avea contratto coi Lombardi che segreti e perciò invalidi obblighi: seppure si può dire che ne avesse contratti di fatta veruna, non potendosi di ciò allegare pruova alcuna. I liberali lombardi del 1814 erano ciechi abbastanza per tendere a sè stessi una trappola, e gittarvisi poi dentro a capo chino senza che alcuno ve li spignesse. Leggansi i primi bandi del maresciallo Bellegarde, pubblicati da lui al primo suo ingresso in Milano, e vedrassi ch'ei non vi fa motto nè di libertà nè d'indipendenza. Annunzia in vece, averlo il suo signore incaricato a pigliar possesso, in suo nome e vece, delle antiche province della sua monarchia, ch'erangli state tolte a forza, e sopra le quali non avea perduto giammai i suoi dritti. Ond'è che tutti i Lombardi che aveano militato nell'esercito o negli uffizi civili sotto il principe Eugenio, venivano con ciò ritenuti quali sudditi infedeli dell'imperatore d'Austria e quali semiparricidi. S.M. l'imperatore Francesco perdonava agli uni, gastigava gli altri a suo senno; ma sopra ed anzi tutto ristabiliva tra la Lombardia e l'Austria le relazioni ch'eranvi prima del 1796, cioè da servitore a signore, da provincia a capitale, da minori a tutore perpetuo. E ciò definitivamente e per sempre. Affisando lo sguardo nei segreti dell'avvenire, doveano i Lombardi vedere nell'anno 2000 la loro contrada soggetta all'Austria non altrimenti che nel 1816; le stesse leggi in vigore, la censura in pieno fiore, la polizia regnante senza sindacato veruno e coll'attributo dell'onniscienza e della onnipotenza, lo spieggiare onorato, ecc., ecc. Se non che potrebbero imaginarsi che allora le cose procederebbero meglio ordinate, perchè i Lombardi avrebbero a poco a poco deposta la sconsigliata speranza di esistere di per sè, sdimenticate le assurde pretensioni covate dal 1796 fino al 1814, cessato in fine di sentirsi e di chiamarsi Italiani, per diventare Austriaci; il che farebbe veramente il regno di Dio sulla terra.
Non mi sia data taccia di esageratore nè di inventore. Tale, sì, tale era il senso, ed anche non bene dissimulato, di tutti i bandi austriaci, di tutti i discorsi fatti dagli Austriaci e dai loro fautori. E se pure oggidì taluno si pigliasse lo spasso di leggere con tuono serio e con cera d'uomo convinto quel tanto ch'io dico, ad un magistrato austriaco, io sono certo che questi, dolcemente commosso, gli stringerebbe la mano, esclamando che così egli pure la pensa. Or chi dovrà mai meravigliare che pensieri di rivolta covassero sempre nei cuori dei Lombardi?
L'Italia condividea altronde tutta quanta cosiffatti pensieri; perocchè tutti gli Stati della Penisola erano ricaduti sotto il reggimento della potestà assoluta, da cui divezzati gli aveano i princìpi democratici diffusisi in conseguenza della rivoluzione di Francia. Una società propagatasi l'anno 1779 dalla Svizzera e dalla Germania in Italia, promossa nell'anno 1811 dal re Murat ed arruolata sotto il vessillo francese contro la fazione dei Sanfedisti, parlo della società dei Carbonari, adoperava nell'anno 1820 ad apparecchiare in tutta Italia una generale sollevazione. Avvalorati erano quei disegni dalla speranza che vi cooperassero i governi di Napoli e di Piemonte. Non possedendo in proprio nè truppe nè finanze, la Lombardia non poteva pensare a discacciar essa gli Austriaci, ma dovea star pronta ad aprire le sue città a quelli de' suoi compatrioti che venissero con un esercito a farle spalla contro l'Austria. Una società sì numerosa, com'era in quel tempo la società dei Carbonari, non poteva per un lungo tempo sfuggire al vigile sguardo di un governo fondato sopra lo spionaggio; e di fatti nell'anno stesso 1820 una notificazione del governo di Milano, sottoscritta dal presidente conte Strassoldo, e dal vice-presidente conte Guicciardi (quel desso che avea perorato nel senato italiano il 17 d'aprile 1814 contro il progetto del duca di Lodi), annunziava l'esistenza della società suddetta, ne dichiarava pericoloso per lo Stato e reo in sè stesso l'intento, vietava a tutti i sudditi di S.M. l'imperatore d'entrarvi, comminando loro, in caso di disobbedienza, le pene prescritte contro il reato di fellonia: pene le quali dichiaravansi, al solito, incorse da tutti coloro che avessero omesso di denunziare i fatti venuti a loro cognizione intorno alla società dei Carbonari o alcuno dei membri di essa.
Non valse questa notificazione ad impedire i progressi del carbonarismo. Una giunta straordinaria fu bentosto nominata ed instituita in Venezia per iscoprire le trame ordite dalla società e i nomi dei sudditi italiani di S. M. Francesco I, che vi si erano affigliati. Il Salvotti, resosi poi celebre pur troppo, faceva in quella giunta l'ufficio di giudice inquisitore, e diè fin d'allora bei saggi della sua perizia. Si può almeno attribuire a lui l'invenzione d'un mezzo singolare posto in opera da uno dei preposti al carcere di Venezia per istrappare di bocca ad un inquisito, per nome Confortinati, la confessione di fatti che, giusta ogni apparenza, non aveano alcuna realtà. Non aveva il Confortinati nè l'animo nè l'aspetto di un congiurato. Era un omicciattolo, gracilino, timido, semplice, di corto ingegno, che non si brigava per nulla delle cose della politica: per modo che non si può imaginare che cosa in lui fosse, che avesse provocati i sospetti del governo. Checchè di ciò ne sia, il giudice inquisitore ardea della brama di trargli di bocca alcuni schiarimenti che l'inquisito non era in grado di dargli. Tentò, ma invano, il Salvotti d'intimorirlo; perocchè havvi una certa semplicità di spirito e di cuore che vieta di prevedere e le grandi catastrofi e gli esiti tragici e straordinari. Secondo gli animi di questa tempra, ogni cosa dee avere l'esito il più semplice e il più naturale. «Sono stato incarcerato senza merito alcuno. Uscirò dal carcere tosto che sarà riconosciuta la mia innocenza, il che non può andare in lungo». Ecco il come ragionava il Confortinati, ed io non so veramente se sarebbe stata in lui maggiore l'angoscia o lo stupore ov'egli fosse stato condannato. Questa poco intelligente intrepidità sconcertava i giudici. Un ufficiale di polizia, per nome Lancetti, si propose di fiaccarla nel modo seguente. Introdusse il boia nella segreta in cui era chiuso il captivo, e pregò questi acciò lasciasse che il suo compagno gli pigliasse la misura precisa del collo, perocchè fra poco dovrebbe impiccarlo, ed in certa guisa per cui richiedeasi un laccio bene accomodato. Quell'ignobil sceda dell'uffiziale di polizia e del boia non ebbe l'esito sperato. Porgendo il collo alla disamina del carnefice, il Confortinati dicea probabilmente tra sè e sè (e questa volta con ragione), che la cosa non avrebbe seguito, e che non gli toccherebbe altro a subire che quella pruova. Non isbigottì di soverchio, e nulla aggiunse ai precedenti suoi costituti; e sì che la sua prigionia durò assai tempo. Erasi il carbonarismo larghissimamente diffuso in tutta Italia; ma i governi che contro questa società s'indracavano, non impugnavano altro con ciò che l'espressione di un fatto incontrastabile, quale si era la profonda malacontentezza eccitata in tutta quanta l'Italia dai portamenti de' suoi principi. In Lombardia, in particolare, era tempo che l'antica fazione dei sedicenti italici puri riconoscesse i falli che avea commessi nel 1814, e, maledicendo alla fede posta nell'Austria, sagrificasse ogni cosa per ammendare il suo torto. Quasi tutta l'aristocrazia milanese, e quella in ispezieltà che più efficacemente avea contribuito ad abbattere il regno d'Italia, congiurava contro l'Austria. Il conte Confalonieri col facile ed infiammato suo dire instigava contro quella potenza gli animi ancora tiepidi, e l'odio già mostrato da lui contro la Francia toglieva all'attuale sua indegnazione contro l'Austria ogni colore di parzialità o fazioso. Il conte Porro, il giovine marchese Pallavicini, e Bossi e Ciani e molt'altri, sia dei nobili che del medio ceto, mossi da un comune desiderio d'independenza, si riunivano per indettarsi intorno ai mezzi da porre in opera per sottrarre la patria alla dominazione austriaca. Ma, come ho già detto, niuno si proponeva di effettuare in Milano una rivoluzione. La mossa dovea accadere in Torino. Il principe di Carignano, presuntivo erede della corona, erasi assunto l'impegno di guidarla. E l'esercito piemontese, seguendo i suoi capi, l'avrebbe operata. Tostochè il principe di Carignano avesse afferrate le redini dello Stato, tostochè la costituzione fosse promulgata in Piemonte, le truppe piemontesi doveano valicare il Po e il Ticino, e venire a Milano. Pavia, città posta sui confini tra la Lombardia e il Piemonte, e abitata dalla scolaresca, sarebbesi unita co' liberatori. Milano pure terrebbesi pronta; i cittadini avrebbero impugnate le armi, altri avrebbero instituito immantinenti un governo provvisorio. Le province sarebbero concorse al grand'uopo; l'Italia sarebbe rimasta debitrice della propria liberazione a' suoi propri figli; e per la prima volta forse, dopo tanti secoli, lo straniero non sarebbe stato cacciato da un altro straniero sottentrante in sua vece. Bei sogni, quanto tempo avete voi durato?
La rivoluzione piemontese proruppe in marzo dell'anno 1821; ma non l'esercito intiero, bensì soltanto compagnie staccate di ciascun reggimento si sollevarono. Alessandria si trovò occupata dalle truppe sollevate, il rimanente delle quali era in Torino. Benchè incompleta, la mossa del Piemonte fu sentita in Lombardia. Il marchese Giorgio Pallavicini e Gaetano Castillia, giovanissimi entrambi, recaronsi dai capi del moto di Piemonte per indettarsi con loro del modo di procedere contro gli Austriaci. Parata sempre alle azioni generose, la scolaresca di Pavia formò un battaglione, intitolato di Minerva, ed entrò nel territorio piemontese. Intanto il conte Confalonieri non poteva farsi capace che alcuni reggimenti piemontesi valessero a far testa all'esercito austriaco e costrignerlo a rivalicare le Alpi. Nè infondati erano questi timori; ma gli uomini che apparecchiano una rivoluzione, non debbono concepire speranza che ogni cosa proceda appuntino nel modo previamente stabilito, a quella stregua, all'un di presso, che gli atti di un dramma si tengono dietro l'uno all'altro in sul teatro. La Lombardia sperava d'avere in aiuto una gran parte dell'esercito piemontese, e alcune compagnie soltanto si dichiarirono. Dovea ella per questo la Lombardia abbandonare i suoi disegni e la sua intrapresa? E chi sa mai se la sollevazione lombarda non si sarebbe tratta dietro quella del resto dell'esercito piemontese e degli altri Stati italiani? Chi è da tanto di prevedere tutto, nè si trova in caso di dovere per alcuni punti mettersi in balía del caso e della fortuna? Quale è di fatti l'esito di queste congiure rimaste prive di effetto? Gli è questo, che i governi ne vengono in cognizione ed aspramente le puniscono, mentre, per altra parte, affatto ingloriosi rimangono i nomi dei loro autori. I congiurati in pensiero sono puniti dai nemici delle rivoluzioni non altrimenti che sarebbero se queste avessero avuto effetto; ma non sono onorati del pari dagli amici della libertà. Volendo allora mostrarsi prudente, il Confalonieri scrisse al conte di San Marzano, altro dei capi della mossa piemontese, esortandolo a non affacciarsi, giusta il convenuto, al confine infino a tanto che tutto l'esercito piemontese, o poco meno di tutto, si fosse dichiarito per la costituzione. Questa lettera fu recata dalla contessa Frecavalli, che la nascose nella fitta sua chioma. Io non potrei descrivere l'effetto prodotto da quella lettera, e mi dorrebbe di dover attribuire al Confalonieri le ulteriori risoluzioni del principe di Carignano. Ognun sa che quel principe se ne stava a Torino, attorniato dai suoi ministri. Alla sera del 17 di marzo ei ragionò lungamente col conte di Santa Rosa, allora ministro della guerra, e con alcuni altri, e promise loro nel ritirarsi di pubblicare nel seguente giorno un bando che irreparabilmente lo astrignesse a far causa coi sollevati. Si sciolse dietro di ciò la conferenza, con ferma fiducia per parte dei seguaci della rivoluzione; giacchè l'ultime parole del principe, per quanto disse di poi il conte di Santa Rosa, erano sembrate concludentissime e lo avevano rassicurato sul futuro. Ma la mattina seguente si diffuse per tempo la notizia della partenza del principe, la quale immerse i rivoluzionari nella costernazione. Era egli di fatto partito alla vôlta della Lombardia. Giunse a Milano sotto nome supposto, e scese in un piccolo albergo all'insegna del Pozzo, poco stante dalla chiesa di Sant'Alessandro. Recossi dal maresciallo conte di Bubna, il quale all'annunzio della sua visita non fu poco meravigliato, e narrogli minutissimamente i progetti dei rivoluzionari, gli accordi fatti tra' Piemontesi e Lombardi, e tutto quanto importava al maresciallo di ben conoscere¹. E, ciò fatto, se ne ritornò.
¹ L'autore nel dar contezza di questo colloquio si è, giusta ogni apparenza, consigliato con l'imaginazione; chè non è a credersi abbia alcuno dei due interlocutori narrato a lui o ad altri, che nel potessero ragguagliare, le cose dette in quella congiuntura. Spaziando nel campo delle probabilità, si può supporre che il principe abbia detto abbastanza per porre l'Austria in grado di ripararsi dagli effetti della congiura; ma il sèguito dei fatti che narra l'istesso autore è una pruova patente che l'Austria non ebbe da lui indizio alcuno delle persone che erano implicate nella trama. Era giustizia il fare quest'avvertenza, com'è il dire che l'imaginazione dell'autore, per quanto apparisce, ha anche in altre congiunture supplito alla scarsa notizia avuta dei fatti, e che talvolta pure egli sembra avere esagerate le cose, generalizzato dei fatti particolari, e attribuito a malignità del gabinetto o dell'imperatore quel ch'era effetto della lentezza austriaca, degli ordini viziosi dello spaccio degli affari, o del maltalento o goffaggine degli uffiziali inferiori. (Nota del traduttore.)
Non mi tocca riferire gli avvenimenti, altronde ben noti, di cui fu teatro il Piemonte in quel tempo. Mi basta indicare l'aiuto dato dalle truppe austriache al re di Piemonte; e la parte che esse ebbero nel ristabilimento dell'antico ordine di cose. Il re di Piemonte spietatamente si ricattò sopra i suoi sudditi della debolezza de' suoi mezzi, per cui era astretto ad invocar forze dall'Austria. Questa poi, paga di occupare, benchè momentaneamente il Piemonte, paga del male esito delle macchinazioni dei rivoluzionari, e della cognizione acquistata degli accordi tra i sollevati piemontesi e i malcontenti lombardi, paga, infine, di vedere il re, suo protetto, arrischiarsi sulla sdrucciolevole china dei supplizi capitali e delle confische, astenevasi da ogni provvedimento di tal fatta, ostentando così clemenza e dolcezza. Alcuni mesi di tal guisa trascorsero, dopo i quali il re di Piemonte parve desiderar la partenza delle truppe austriache, e ne fece domanda, che fu incalzata da quelle degli altri sovrani d'Europa, sospettosi forse che la dimora delle truppe austriache in Piemonte si protraesse oltre il dovere. L'Austria però non intendeva a ritirare sì presto le sue soldatesche. E giova qui notare quanta importanza pone l'Austria nelle brevi sue occupazioni delle varie parti del territorio italiano. Non appena le si affaccia l'occasione d'inframmettersi negli Stati pontifici, nel reame di Napoli, nel Piemonte, nel ducato di Modena, in quello di Parma, essa premurosamente l'afferra. Allorchè le cagioni per cui fu chiamata non esistono più, allorchè il principe che ne ha invocato l'aiuto, e i sovrani emoli dell'Austria, e l'Europa intiera la richieggono di ritirarsi, essa studiasi di mandare in lungo le cose, allega un pretesto, accampa un qualche diritto, oppone un qualche ostacolo; in somma, benchè essa sappia che il suo definitivo stanziamento negli Stati che non le sono stati concessi dai trattati di Parigi e di Vienna, non potrebb'essere tollerato, pure si sforza di rimanervi quanto più lungamente sia possibile. È questa mera fanciullaggine; perocchè, sapendo l'Austria per certo di non potere definitivamente impadronirsi di questi Stati, qual maggior pro può essa mai trarre da un'occupazione durata tre mesi, che non da una durata un mese solo? Spera essa forse che, protraendo di giorno in giorno la partenza, si farà gradire qual signora permanente? Spera essa di avvincersi colla sua presenza e co' suoi modi i cuori delle popolazioni di cui si fa carceriera? Acciò questo divisamento non fosse privo di fondamento, sarebbe necessario che l'Austria si travisasse affatto, e ciò non solo agli occhi delle popolazioni italiane che non le sono soggette, ma anche a quelli dei suoi sudditi lombardi. Perocchè, insino a tanto che essa mostrerassi oppressiva in Lombardia, pochi cuori italiani le saranno propensi.
Dopo una dimora di sei mesi in Piemonte, protratta ad onta dei riclami del re Carlo Felice e dei gabinetti europei, le truppe austriache non erano in verun modo disposte a far ritorno entro i loro confini. Il governo imaginò allora di chiarire i sospetti che di già aggravavano un gran numero di Lombardi, e di atteggiarsi come se fosse particolarmente minacciato dai fatti del Piemonte e interessato ad impedirne il rinnovellamento. Da quel punto l'occupazione del Piemonte per parte delle truppe austriache vestiva un tutt'altro carattere di prima. La cosa non avea più luogo a chiesta del re di Piemonte, nè più bastava che questo monarca rendesse grazie all'Austria per accommiatarla; ma all'incontro il Piemonte era dall'Austria occupato per essere ciò necessario alla propria tranquillità, sicchè toccava ad essa il far giudizio del quando potesse lasciarlo libero senza suo scapito.