Nove mesi pertanto dopo il termine della rivoluzione piemontese, che viene a dire in novembre del 1821, venne istituita in Milano una giunta estraordinaria per inquisire intorno agli accordi ch'eransi fatti tra i rivoluzionari piemontesi e i malcontenti lombardi. Quieta era cionnonpertanto la Lombardia in quel tempo; le madri dei giovanetti scolari arruolatisi nel battaglione di Minerva avevano riportata promessa dal conte di Strassoldo, presidente del governo di Milano, che la partecipazione di quei giovinetti alla sollevazione sarebbe risguardata come una scappata da scuolari; e fidenti nella promessa, quei giovani erano venuti di nuovo a sedersi sui banchi dell'Università. Il marchese Pallavicini e Gaetano Castillia, reduci anch'essi, nè mai stati molestati, credevano che il passo fatto da loro fosse ignorato o scusato. Ognuno era dunque scevro di apprensioni quando l'istituzione di quella giunta estraordinaria e i nomi dei membri di quella, quasi tutti Tirolesi, vennero ad insospettire la contrada. Erano però i sospetti mitigati dal considerare che nove mesi eran trascorsi da che il principe di Carignano era stato a Milano, vale a dire da che l'Austria era stata ragguagliata delle trame dei liberali milanesi; dietro del che stentavasi a credere che ella avesse intenzione di processarli da senno, giacchè altrimenti non avrebbe lasciato ai sospetti un larghissimo tempo per togliere di mezzo tutti gli obbietti che potevano servire a redarguirli. Conghietturavasi altresì, e non a torto (o ch'io credo), volesse l'Austria con queste dimostrazioni avvalorare unicamente una qualche segreta negoziazione. Può darsi invero che tale e non altra fosse l'intenzione dell'Austria, e allora convien dire, da un funesto concorso di fortuite circostanze essere stati addotti i tristi casi del 1821 e degli anni seguenti. Il primo mandato di cattura spiccato dalla giunta estraordinaria trasse nelle carceri Gaetano Castillia, quel desso ch'era ito in Piemonte col marchese Pallavicini. Uno de' suoi fratelli, Giovanni Castillia, era testè giunto d'Inghilterra, ove avea fatto incidere sopra un suggello le sue iniziali G. C. e quest'impresa, tratta dall'Alfieri: Leggi e non re, l'Italia c'è. Conoscendo egli l'indole aombrosa della Polizia di Milano, e la condizione sospettosa del fratello, erasi guardato dal recare a casa sua quel suggello e avealo deposto presso la signora Camilla Fè, la quale, per ragione del sesso, era creduta al sicuro dalle persecuzioni austriache. Trovandosi un giorno in casa di quella signora, rammentossi Giovanni Castillia d'una lettera del console delle corti di Spagna a Genova, per nome Beremendi, pervenutagli alcuni giorni prima ed alla quale non avea fatto risposta. Prese tosto la penna e scrisse di fretta alcune linee, cui sottoscrisse colle sue iniziali G. C., e veduto poscia sul tavolino il suo suggello, se ne valse spensieratamente per suggellare la sua lettera, cui mandò incontanente alla posta. In Ispagna fervea allora la rivoluzione, e il Beremendi era console delle corti ispaniche; bastava perciò a destare i sospetti della Polizia il semplice indirizzo d'una lettera ad un tale personaggio: or quanto più quando lo spaventoso esergo Leggi e non re, l'Italia c'è, ne contrasegnava il suggello! Il direttore della posta aperse pel primo quella lettera, cui attribuì senza peritanza a Gaetano Castillia, quel desso che era andato in Piemonte. Bolza, Cardano ed un altro di cui non rammento il nome ebbero pertanto incontanente l'ordine di recarsi a frugar nelle carte e robe di Gaetano Castillia e di catturarlo nel caso che da quella inquisizione emergesse un qualche gravame contro di lui. Gaetano Castillia avea ricevuto alla sera una lunga lettera di Emmanuele Marliani, che allora trovavasi in Ispagna e venne in fama di poi per la luminosa sua comparsa in quella contrada. Vi si conteneano dei particolari intorno alle cose della Spagna, delle considerazioni sul probabile scioglimento di quelle faccende, come pure delle considerazioni sull'Italia, congiunte a voti per essa, e forse altresì intorno agli ultimi tentativi fattisi in Piemonte, e l'ammaestramento che si dovea trarre da quei fatti. Subito erasi posto il Castillia a rispondervi; e, spesavi una parte della notte, avea poi chiuso diligentemente la lettera e la risposta in un cassettino frammezzo a pannilini, proponendosi di ardere alla mattina per tempo la lettera e di mandar la risposta. Ma fu antivenuto dagli agenti della Polizia. Non aggiornava ancora quando questi agenti gli si presentarono, esortandolo a nulla occultare. Ei consegnò loro le sue chiavi, e se ne rimase tranquillo spettatore della loro disamina sintanto che li vide intenti a frugare nel suo scrittoio e nello scrigno delle sue scritture; ma ben dovette fare forza a sè stesso quando li vide volgersi all'armadio delle biancherie, aprirne i cassettini, porre le mani sui pannilini che coprivano quelle lettere, ed estrarnele. Il solo fatto di avere occultate quelle carte era motivo di sospetto contro il Castillia, e bastava ad autorizzarne la cattura; ond'è che il Bolza lo avvertì che una vettura da nolo aspettavalo alla porta, e gl'intimò di venirgli dietro in carcere. Uno dei fratelli del Castillia¹ avendo ottenuto il permesso di accompagnarlo alla prigione, giovossi di quella congiuntura per dargli alcuni consigli, e recossi poscia difilato dal marchese Pallavicini a narrargli la disgrazia accaduta al fratello, e ad esortarlo di sottrarsi con la fuga ad un simile destino.
¹ Non era già quello di cui ho fatto menzione qui sopra, e il quale fu causa prima, benchè innocente, di tante sciagure.
Ho detto che il Pallavicini era giovane assai. Egli avea certamente nudrita la sua mente con la lettura di Plutarco e di Tito Livio, e imparatovi come i grandi uomini dell'antichità si sagrificassero pei loro amici e sapessero morire con essi quando non potean salvarli. E in vero non ebbe appena udito della cattura dell'amico, che attribuendone subito la causa al viaggio fatto di conserva con esso in Piemonte, esclamò: «volere, ben lungi dal fuggire, voler condividere il destino del Castillia; il massimo torto essere stato il suo; aver lui proposto quel viaggio; non averlo seguìto l'amico se non per condescendenza, ec., ec.». Nè fu pago di dir queste cose fra le domestiche pareti; ma, fatto sordo ai consigli, e direi quasi alle suppliche instanti del fratello del Castillia, il quale sforzavasi di fargli intendere i tristi possibili effetti del passo ch'egli stava per fare, uscì precipitoso fuori di casa e corse senza prendere fiato all'ufficio della Polizia, ove richiese ad uno ad uno tutti gli ufficiali in cui si abbattè, di chiuderlo in carcere col suo amico. Quelle strane instanze non ebbero lo sperato esito. Il Pallavicini fu ributtato burberamente; gli dissero non bastare il voler essere incarcerato per venir chiuso in carcere, e lo esortarono ad andarsene. Io non so invero se questa mattia fosse necessaria per cagionare l'arresto del Pallavicini; perocchè la sua gita in Piemonte veramente ponealo fra' primi nella lista dei sospetti; e se l'Austria era allora determinata a porre in chiara luce gli accordi che eransi fatti nel 1821 fra i Lombardi e i Piemontesi, essa non potea cominciar meglio l'opera sua che con la cattura del Pallavicini. Fatto è che questi non dovette sospirare un lungo tempo pel carcere. Due giorni dopo la strana sua domanda all'ufficio della Polizia, il conte Bolza, appressatoglisi all'uscir dal teatro, invitollo a venirgli dietro, nè lasciollo se non dopo ch'esso fu chiuso in una segreta poco lontana da quella in cui era il Castillia.
Troppo avea presunto di sue forze e di sua fermezza il Pallavicini. Schietto, generoso e disposto a prodezza, ma semplice ed ingenuo, viziato da quella levità di carattere per cui l'animo va fluttuando fra le più contrarie disposizioni, si empie oggi di matte speranze per isprofondarsi domani nello sterminato abisso della disperazione, era il Pallavicini uno di que' tali che sono in grado del pari o di commetter le più grandi o le più nocive azioni, o di starsene inerti del tutto, secondochè portano le circostanze, e sempre senza premeditazione, tranne però il primo caso. Com'ei si vide in carcere, tosto s'accorse che la sua propria sciagura non punto alleggiava quella dell'amico, e concepì un ardente desiderio della libertà. Sua madre, da cui era amato teneramente, desiderava ch'ei fosse liberato, più ancora che nol desiderasse egli stesso; e la Polizia, o, per dir meglio, il governo, proposesi di avvantaggiarsi dei sentimenti della madre e del figliuolo. Non appena i membri del tribunale straordinario e il giudice istruttore, Menghini, vennero in cognizione della levità ed impetuosità del carattere del captivo, che prepararono le loro macchine. Obbliava di già l'Austria in quel tempo, che la faccenda non era stata ad altro fine indirizzata che a somministrarle un pretesto per prolungare l'occupazione del Piemonte e del reame di Napoli. Avendo essa posto in campo sospetti, volea giustificarli. Ben sapea esservi stata congiura, perocchè aveane avuto contezza dal principe di Carignano, e dacchè erasi posta scopertamente ad inquisire in proposito, temea di apparire melensa ove non la rinvenisse. Impegnato che fu il suo amor proprio, il governo si rassegnò a trovar dei colpevoli, e non fu malagevole il suo cómpito.
Cominciossi per parlare al Pallavicini della congiura come di un fatto notorio ed incontrastabile; poscia, trovando perseverante il prigioniero nel negare un fatto così constatato, e veggendolo domandare con tanta sollecitudine e commozione della propria madre, s'invocò l'opera di questa, la quale, dopo la cattura del figliuolo, non cessava dall'assediare l'anticamera del tribunale. Uno dei giudici chiamolla nel suo gabinetto, l'accolse affabilissimamente, e datele notizie confortanti del figliuolo, la cui fragile salute avea pur troppo a scapitare per una lunga prigionia, aggiunse che la caparbietà di esso nel negare una macchinazione della quale il governo conoscea i più minuti particolari, era cosa fatta per indisporre gli animi contro di lui; che la confessione richiesta al medesimo non era altro che una formalità, un atto di sottomissione indispensabile affatto, ma però tale, che non potea portare sinistre conseguenze per lui nè per altri. Proseguì egli a parlarle in questi sensi, finchè la contessa, interrompendo il discorso, accertollo ch'essa ben comprendeva le benefiche intenzioni di S. M., nè potea dubitare che il figlio non le comprendesse al pari di lei, e non vi si arrendesse con premura e riconoscenza. Interrogò il giudice la contessa Pallavicini se potess'ella sperare d'indurre il figliuolo alla confessione che a lui veniva richiesta, e dietro la risposta affermativa ch'ella diede, la fece introdurre nella prigione del figlio. La storia non dee toccare di quello che sia stato detto allora dalla madre e dal figliuolo, ed è suo debito di rispettare il segreto intorno a simili scene; debito tanto più facile a servare, quantochè il racconto delle medesime potrebbe solo indebolire quell'interesse che ne emerga. Fatto è che il Pallavicini, dopo la visita della madre, confessò quel tanto che gli si richiedea e ch'ei non credea ignorato ormai da veruno. Nelle prigioni dell'Austria è d'uopo eleggere tra un sistema assoluto di diniego, spinto sino all'assurdo, per cui si impugni risolutissimamente tutto quanto può, dappresso o da lungi, direttamente o indirettamente, toccare ad un fatto incriminato, e un sistema di piena confessione, per cui si rinunzi ad occultare una sola delle circostanze del fatto medesimo. Colui che spera di ristrignersi a confessare quel tanto che riguarda sè stesso, senza pregiudicare i suoi sozi, e vorrebbe usare schiettezza da un lato e dissimulazione dall'altro, è perduto; perciocchè il giudice procede a tal modo: ponendo per istabilito il fatto confessato dal reo, mette subito in campo, come conseguenza di esso, un altro fatto ch'ei fa le viste di tenere come confessato implicitamente col primo. E se l'inquisito ricusa di ammettere quest'altro fatto, gli oppone ch'ei distrugge la prima sua confessione, che pecca contro la logica, ec., insino a tanto che esso venga quasi ad arrossire del diniego. Ond'è che l'inquisito è condotto quasi per forza ad ammettere questa conseguenza della prima sua confessione, ed ecco subito messo a lui dinanzi un terzo annello, un'altra conseguenza di secondo grado, che gli è forza ammettere come la precedente; e così si va procedendo via via, insino a tanto che non vi sieno più segreti da propalare. Era il Pallavicini senza dubbio fermamente risoluto di non compromettere altri che sè medesimo, ma compromise di fatti molti altri. Quando se ne fu addato, tentò di ritrattarsi, cadde in disperazione, e rimase come fuori di senno per lungo tratto di tempo. Sicchè troppo acerbo sarebbe il rimproverargli un momento di debolezza che fu espiato così crudelmente.
Come il Pallavicini, così anche il Castillia si persuase di non avere a compromettere altri che sè medesimo, con isgravarsi dal peso d'una perpetua menzogna. E di fatti io non ho pruova alcuna che le sue confessioni abbian portato danno a veruno. Checchè ne sia, il nome del conte Confalonieri venne proferito dinanzi alla giunta, e la cattura di lui fu posta in discussione. Uno degli amici di lui era tuttora in relazione con un antico ufficiale della polizia al quale avea prestato servizio in altri tempi. Questo ufficiale, ora defunto, scrisse subito a quell'amico per avvertirlo del pericolo che il Confalonieri correa. Sospettato egli pure, e persuaso che la casa del Confalonieri doveva essere invigilata attentamente, quell'amico recossi anzitutto dal consigliere Marliani, la cui figliuola era stretta in amicizia e col Confalonieri e coi principali liberali. Parlò con questa signora del modo di ragguagliare il Confalonieri di quanto riguardavalo, e si stabilì fra loro ch'essa invierebbe da lui il servo fidato di suo padre, persona sicura e devotissima. Il Berchet, appressatosi a quella signora nel mentre ch'essa ragionava con l'amico del Confalonieri, udì le loro parole, e immantinenti si diliberò di scampare in estero Stato, nè pose tempo in mezzo ad eseguire quel proponimento. Ricevette pertanto il Confalonieri la notizia che gli amici erano impazienti di fargli giugnere, ma non ne fu punto commosso, e ricusò di fuggire. Alla sera del giorno medesimo, il menzionato ufficiale di polizia scrisse di bel nuovo all'amico suddetto, essere stata stanziata la cattura del Confalonieri. Gli amici si riposero in moto; ed anzi la stessa figliuola del consigliere Marliani recossi dal Confalonieri per fargli presente l'imminenza del pericolo e scongiurarlo ad andarsene.
Diè saggio il Confalonieri in quella occasione d'una levità di carattere, che può servire di spiegazione e di escusazione dei falli ch'egli avea precedentemente commessi. Gl'iterati avvisi mandatigli da' suoi amici erano avvalorati altresì dalle insinuazioni abbastanza chiare del maresciallo conte di Bubna, che teneva in quel tempo il comando militare in Milano, ed era uomo retto e capace di attaccamento. Nelle frequenti visite ch'egli faceva al conte ed alla contessa Confalonieri, non mancava egli di ostentare molta ansietà della mala salute del conte, e dal consigliare a lui ed alla contessa un viaggio di alcuni mesi. Ben comprendeano entrambi il fatto per cui mostravasi inquieto il maresciallo, e raffrontando questi replicati consigli con gli avvertimenti venuti altronde, non potevano dissimularsi il pericolo. Ora perchè mai trascurò egli il Confalonieri l'occasione propizia che gli si offeriva? Perchè mai non volle egli andarsene e starsene fuori per alcun tempo? Voleva egli punirsi della funesta fidanza da lui posta l'anno 1814 nell'Austria? Desiderava egli tergere col martirio la lieve macchia contratta dalla sua riputazione in quel tempo? Benchè questa ipotesi sia molto onorevole pel Confalonieri, difficil cosa è tuttavia il conciliarla coi provvedimenti ch'ei non mancava di fare onde aprirsi al caso una via di scampo. Diceva egli bensì agli amici: «Non partirò; non mi ritirerò a fronte della tempesta, voglio anzi affrontarla; sarà di me quello che Dio vorrà, ec., ec.»; ma intanto facea praticar nel solaio di sua casa un buco che dava nella casa vicina (la casa Bonacina), e per quel buco proponeasi di fuggire camminando sui tetti finchè trovasse od una finestra od un abbaíno aperto per entrare in una qualche casa. Io non so dire s'ei si proponesse di rimanervi celato sotto la salvaguardia dell'ospitalità, o se sperasse di scendere le scale di quella casa e d'uscirne pel portone senza essere veduto o notato. Ben era peccato che il Confalonieri, risoluto, come pare ch'ei fosse, di sguizzar via, non abbia meglio ideato il modo di farlo; ch'egli abbia voluto aspettare fino all'ultimo istante per effettuare il suo disegno, e siasi determinato a tentare una fuga pericolosa pei tetti, quando non solo la porta della sua casa, ma quelle pure della città e dello Stato erangli aperte. Che se alcuno dubitasse della verità della mia asserzione, e credesse in quella vece che il Confalonieri avrebbe forse incontrato maggiori ostacoli alla fuga di quelli ch'io suppongo, io gli risponderei col racconto di un fatterello singolare. Sei settimane prima della sua cattura, il Confalonieri abitava una villa sulle rive del lago di Como, nel sobborgo di questa città chiamato Borgo-Vico. Per festeggiare il giorno onomastico della consorte, egli convitò parecchie persone a pranzo il 15 di ottobre, giorno della festa di santa Teresa. Vennero i convitati all'ora prefissa; trovarono apparecchiata la mensa, raccolta la brigata, ma assenti i padroni. Più ore trascorsero, duranti le quali gli amici colà convenuti rimasero inquietissimi intorno al destino del padrone di casa. Giunse egli finalmente a piedi, preceduto da sua moglie e da' signori Francesco Arese e di Fellberg. Erasi egli spassato nell'approfittare della vicinanza della Svizzera e della libertà con cui passava e ripassava il confine per empire la carrozza di oggetti in frodo de' dazi. Dietro la denunzia di una spia, la sua carrozza era stata visitata e confiscata. Or non poteva egli fare un uso migliore della libertà con cui recavasi cotidianamente in Isvizzera?
Gli è forza pertanto supporre che il Confalonieri, mentre ricusava di fuggire quando gli amici vel consigliavano, proponessesi di andarsene quando a lui paresse opportuno. Nè sarebbevi perciò ragione di rimbrottarlo gravemente; se non che era almeno da desiderare che gli apparecchiamenti da lui fatti a tal uopo fossero stati così bene ideati come quelli suggeritigli dagli amici. Ora a questo proposito egli è da stupire che, dopo aver fatto aprire un varco nel muro divisorio tra la propria casa e la casa Bonacina, il Confalonieri non siasi poi data la briga d'invigilare a fine che quel varco non fosse chiuso. Il che appunto accadde.
Era il Confalonieri male in salute, come ho detto. Giaceva egli a letto quando vennero ansanti i suoi famigliari annunziandogli che agenti della polizia entravano in casa. Balzar fuori del letto, ghermire in fretta gli abiti, e scampar da una porta situata dietro le cortine del letto per andare sul solaio, donde sperava passar nella casa vicina, fu pel Confalonieri la faccenda d'un istante. Di già appressavasi egli al varco, e potea credersi salvo. Vi giunge ansante e trepidante. Tremenda delusione per lui! Il varco era stato chiuso dal padrone della casa vicina, a detta di alcuni, o da un servo dello stesso Confalonieri, a detta di altri. Ognuno però concorda nel dire che quello sgraziato accidente fu mero effetto del caso, e sarebbesi facilmente cansato se il Confalonieri fossesi data la briga di invigilare sopra i mezzi apparecchiati pel proprio scampo. Vedendosi côlto nel laccio, tentò il Confalonieri di scampare per una scala segreta, ma non appena ebb'egli sceso alcuni gradini, che udissi chiamare per nome da un uomo che l'aspettava appiè della scala medesima. Era questi il conte Bolza, l'esecutore di tutte le catture politiche, il quale, armato di due pistole, intimavagli d'arrendersi. Non tardò il Confalonieri a sottomettersi. Le sue carte furono esaminate, ed egli in compagnia degli agenti della polizia e della gendarme, fu condotto in carcere.
Si è questo per avventura il luogo opportuno per dire alcune parole intorno al carattere del conte Confalonieri, che mi è toccato di rappresentare or come fermo, or come leve, or come ambizioso, or come devoto, or come poco scrupoloso, or come di soverchio fidente, e, in una parola, proteiforme. Non è infatti cosa infrequente il trovare accoppiati in un istesso uomo le qualità e i sentimenti più contrari fra loro: e se i caratteri di simil tempra sono uno scoglio da cui debbono guardarsi pel meglio dell'opere loro i romanzieri ed i poeti; lo storico, che è schiavo de' fatti, dee fedelmente ritrarli, non senza aver cura d'avvertire il lettore dello strano spettacolo cui è costretto a porgli sott'occhio.