Ebbe il Confalonieri dalla natura poca sensitività ed un temperamento capacissimo di esaltazione. Non si è venuto in cognizione ch'egli abbia provato forti passioni; ma spesso egli fu veduto commuoversi ed infiammarsi contro certe cose o contro certe persone che dispiaceangli. Egli è inoltre capacissimo di ammirazione; ma io non avviso di fargli torto con dire, essere questo sentimento in lui per lo più raffreddato da un certo quale scetticismo, così comune però in Italia, che non si può farne un particolare rimprovero al Confalonieri. Cresciuto in una famiglia stata devota in ogni tempo all'Austria ed alle idee ch'essa rappresenta, sullo scorcio del secolo decimottavo e frammezzo ad una generazione tutta imbevuta delle dottrine rivoluzionarie, il Confalonieri subì ad un tratto l'influenza dell'orgoglio aristocratico, dello scetticismo volteresco, dell'entusiasmo liberale onde ridondavano i giornali francesi e i bandi dell'esercito francese, e di quell'entusiasmo altresì che era stato messo in voga dall'Alfieri per la libertà de' Greci e de' Romani. L'imaginazione, facoltà dell'animo sì esuberante in Italia, è altresì la facoltà predominante nel Confalonieri; ed una tale facoltà in lui, del pari che in chiunque non la faccia servire ad una forte passione o ad una profonda convinzione, e la lasci esaltarsi e reggersi da sè, non ha mai prodotto alcunchè di veramente bello o grande. L'uomo, il cui animo e il cui cuore non abbiano una base solida da appoggiarvisi, nè scorta illuminata e fida da seguire, vo' dire affetti profondi e massime invariabili, scagliato che sia nella vita pubblica, sarà capace ora di un'azione magnanima, ora di un fatto men che onorato; muterà parere secondo che vel trarrà la versatilità connaturale all'umano genere; benchè forte, cadrà in debolezze; benchè generoso, si abbasserà alla pari di coloro che sono men che generosi; benchè schietto ed aperto, offenderà la verità; benchè accorto e dissimulato, farà le più stolte confessioni; errerà insomma a casaccio, qual nave priva di piloto e di bussola, nell'immenso pelago delle sensazioni, dei pensieri, dei desideri e degl'interessi, lasciandosi andare in balía di quelli e di questi, facendo il saggio di tutto, e sarà vinto alla fine e unicamente dalla stanchezza.

Io non ho fatto con ciò il ritratto del Confalonieri, bensì ho descritto un tipo di cui il Confalonieri è una varietà. L'animo del Confalonieri è naturalmente elevato; la sua mente naturalmente portata ai pensieri nobili o generosi; ma standosi anche rinchiuso nel cerchio del giusto e del bello, il Confalonieri si è dimenato assai, ed ha mutato frequentemente parere e proponimento. Spesse volte altresì egli si è mostrato incoerente, e parve mosso ad un tratto da varii e contrari impulsi, e chiudere in sè parecchi individui diversi.

Nella congiuntura di cui facciamo qui discorso, il Confalonieri seguiva il suo nobile e coraggioso istinto col dichiarare a' suoi amici di non voler partire; cedeva ai dettami della prudenza col far aprire il varco pel quale dovea fuggire, e pagava infine, col trascurare d'invigilare sopra quel varco, il suo tributo alla levità del carattere (chè così può essere chiamata una siffatta impreveggenza). Chi non direbbe che si tratta qui di tre uomini diversi?

Interrogato come il Pallavicini e il Castillia, non doveva il Confalonieri cedere com'essi. Ma la sua impreveggenza tornò agli amici suoi non meno funesta, di quello che a lui fosse stata la fiacchezza del Pallavicini. Desiderando egli far conoscere alla moglie quanto era accaduto fra lui e i suoi giudici, volle scriverle due righe, e s'appigliò a quest'uopo ad uno di quei mezzi che sono da gran tempo usati dai prigionieri, sicchè da niuno sono ormai ignorati. Spiccò dalla invetriata un pezzo di piombo, fecene un rotolino appuntato e se ne valse a guisa di toccalapis per iscrivere una lettera sur un pezzetto di carta. Ciò fatto, era d'uopo trovare un messaggero; ed io non so veramente il perchè siasi il Confalonieri indotto a scegliere per quest'ufficio uno degli uomini della gendarme da cui era custodito. Parve costui intenerito dalle preghiere del nobile captivo; acconsentì alla domanda, promise fede, e recò la lettera al giudice inquisitore. Erano in questa lettera nominati il Fellberg, il Comolli, il Borsieri e alcuni altri, che vennero tosto catturati.

Incalzato dalle interpellanze, e addatosi altronde che la congiura era ben nota al governo, il Confalonieri, nell'atto stesso che confessò d'aver saputo delle macchinazioni dei congiurati, tentò di giustificarsi, allegando di essersi opposto sempre alla loro effettuazione. E in prova di ciò addusse il fatto di avere scritta una lettera al marchese di San Marzano, con cui esortavalo a non affacciarsi al confine lombardo. Interrogato del mezzo con cui avea potuto far capitare questa lettera al San Marzano il Confalonieri nominò la contessa Frecavalli, la quale ebbe a sopportare pochi giorni di poi una visita degli ufficiali della polizia, ed una cattura di tre giorni nelle proprie stanze. Taluno sarà forse desideroso di conoscere il come si osservino dalla polizia austriaca i riguardi che si debbono usare alle donne. La contessa Frecavalli ebbe per custodi nella sua propria stanza due agenti di polizia ed un uomo della gendarme. Uno di questi agenti, per nome Fedeli, giovane ed avvenente, non era privo di una certa quale urbanità di tratto; ma i precisi ordini datigli non gli permisero di accondiscendere al desiderio della contessa Frecavalli, coll'uscir fuori un solo istante dalla camera di lei, nei tre giorni e nelle tre notti dell'arresto della medesima. Ond'essa non volle andare a letto, nè abbandonare la seggiola su cui si era gittata quando vide entrar nella camera gli agenti di polizia, sopportò con piena calma quella soggezione, non tralasciando di tribolare co' suoi sarcasmi quegli agenti, e in particolare il Fedeli, per l'uffizio rozzamente vile cui avevano accettato verso ad una donna. Non era essa più giovinetta in quel tempo, e lo sforzo che fece per non dar a conoscere di sentirsi affetta di soverchio da quella brutalità, le guastò la salute per sempre.

Non debbo omettere di far edotto il lettore del modo col quale venne osservata la promessa fatta dal conte Strassoldo, presidente del Consiglio di governo, alle famiglie dei giovanetti che si erano arruolati nel battaglione di Minerva. Non appena fu in piede la giunta straordinaria per istruire il processo contro i congiurati, che tutti quegli scuolari furono catturati. Invano se ne richiamarono le loro madri presso il presidente del governo; perocchè questi non avea promesso che quel tanto cui credea poter attenere, e il gabinetto di Vienna, poco sollecito dell'onore de' suoi ufficiali, avea testè nominato dei commissari, le cui attribuzioni erano affatto independenti dal presidente del Consiglio di governo. Parecchi di quei giovanetti vennero poi condannati come rei di ribellione; altri furono discacciati dall'Università e ributtati da ogni aringo, come rei di poco attaccamento alla Casa d'Austria.

La casa di correzione riboccava di catturati politici, e novelle catture accrescevano cotidianamente il numero di questi. Tutte le famiglie erano immerse nella costernazione. Niuno usciva di casa senza guardarsi dietro, e senza vedersi seguito da uno o due uomini, male in assetto, e di cera ignobile, come sono per lo più gli agenti segreti di qualunque potestà, e quelli in ispecie di una potestà arbitraria. Quante volte ho io veduto dalla mia finestra un uomo da' cinquanta a' sessant'anni, vestito d'un abito verde, con un cappellaccio calato sul viso, un fazzoletto a colori annodato attorno al collo, la schiena arcata, l'incesso tardo, passeggiar tristamente in istrada, e sostare tratto tratto sotto il portone dalla casa posta dirimpetto, guardando ora all'uno, ora all'altro dei capi di quella strada, o sforzandosi di spinger lo sguardo a traverso le cortine dietro le quali io mi stava. Era costui uno spione ben noto, simile a tutti quelli che erano egualmente appostati in ogni altra strada o davanti ad ogni casa sospetta. Non poteano due persone salutarsi cammin facendo per le vie della città, senza che il direttore della polizia ne fosse subito ragguagliato. Niuno si accostava ad un altr'uomo senza diffidenza; niuno si arrischiava di andare per due giorni di seguito nella istessa casa, per tema di destare sospetti.

Chiari vedeansi sopra tutte le lettere affidate alla posta i segni dell'infrazione del suggello. Quante persone furono chiamate dal direttore della polizia, o tratte a lui dinanzi in sembianza di malfattori, per essere da lui interrogate, per esempio, sur un discorso fatto in loro presenza in un dato giorno e in un dato luogo! Potevano ben esse negare il fatto, fosse o non fosse vero realmente; ma non poteano con ciò raddolcire l'umore aspro del direttore, il quale, contento di incutere loro un momentaneo terrore, le avvertiva con tuono d'oracolo, essergli noti i loro minimi pensieri, biasimarsi questi da lui fortemente, e poco voler tardare a dargliene pruova. Nella città non si parlava d'altro che dei tormenti inflitti ai prigionieri politici, e le segrete dell'Inquisizione pareano un nulla a udire quel che si diceva delle segrete della casa di correzione di Milano. Bucinavasi di cibi o bevande dati ai captivi per alterarne il senno e strappar loro il segreto: ma questa tortura non fu mai e poi mai posta in uso in Milano, nè dagli Austriaci; e si dee lasciarne l'ignominia al duca di Modena, che se ne valse. Se non che i mezzi posti in opera dalla giunta estraordinaria di Milano, dacchè in ispezieltà il Salvotti era stato chiamato da Venezia a Milano per farvi l'ufficio di giudice inquisitore in luogo del Menghini, questi mezzi, men grossolani certamente, erano tuttavia crudeli ed iniqui. Non posso tacere qui di un fatto che varrà di risposta a coloro i quali, per troppa ingenuità di animo, dicessero non potersi dare in Europa un governo capace di sancire, inscrivendole nel suo codice, disposizioni simili a quelle che io debbo menzionare. Ed è, non esservi negli Stati austriaci codice di processura determinato per le giunte estraordinarie, e condursi da queste i processi che sono loro demandati, a seconda delle momentanee occorrenze. Facciasi da ciò ragione dell'estensione veramente sconfinata delle facoltà concesse a queste giunte.

Il Salvotti entrava talvolta a mezza la notte nelle segrete de' prigionieri, e destandoli di repente, facea loro, prima che risensassero dallo stupore e dallo spavento, interrogazioni insidiose, per le quali vantavasi di possedere una rara perizia. La mancanza d'aere libero, e di esercizio, le angoscie d'animo ond'erano oppressi i captivi, tutto in somma conferiva a guastar loro la sanità. Parecchi caddero infermi; alcuni corsero rischio di perder la vita, mentre il Salvotti richiedeva la più piena confessione per concedere agli uni la visita del medico, agli altri il conforto di abbracciare un'ultima volta una persona carissima, o alla maggior parte l'ultimo colloquio con un confessore. Ebbevi un moribondo al quale fu negato un confessore di sua propria scelta, per imporgliene uno il quale, giusta ogni apparenza, era una spia. Avendo l'ammalato risposto che si confesserebbe a Dio, non si osò fare più lunga instanza in proposito e chiamossi il sacerdote desiderato del moribondo. Fecesi però una picciola vendetta sopra il sacerdote istesso, mandando in cerca di lui per modo da indurlo a credere ch'ei fosse chiamato in prigione per rimanervi.

Gli interrogatorii aveano luogo tra l'accusato e il giudice istruttore Salvotti, in presenza d'un cancelliere, il quale scrivea le domande e le risposte. Componea poscia il Salvotti un epilogo di tutti questi interrogatorii, di cui lasciava copia, dopo terminati i costituti, all'inquisito, esortandolo ad apparecchiare pel giorno seguente la risposta, cui davasi il nome di difesa; perocchè in siffatti processi l'accusato non può nè affidare la propria difesa ad un avvocato, nè tampoco giovarsi della dottrina e dei consigli altrui. Il captivo trovavasi adunque improvvisamente e pel breve spazio di ventiquattro ore, costretto a prendere in disamina la voluminosa raccolta delle interrogazioni ch'erangli state fatte, e delle risposte da lui datevi mesi e mesi prima, ed a difendersi. Uno di quegl'inquisiti, fra altri, stette diciotto mesi in carcere, nel quale tempo fu interrogato due sole volte, la prima, subito dopo la cattura, entrante la primavera del 1822, per non altro uopo, che per constatare l'identità della persona; la seconda alla fine dell'anno 1822; dopo del che non vide più i suoi giudici se non nel mese di ottobre dell'anno seguente, in cui fu riposto in libertà. Un captivo può egli assicurarsi dell'esattezza od inesattezza di costituti avvenuti da sì remoto tempo, quando inoltre essi sieno, come furono quelli per esempio del Confalonieri, in tanto numero da giugner quasi ai cento? Se l'inquisito tentava di ridursi le cose a memoria, se pigliava a rettificare i fatti stabiliti dai costituti, se ardivasi ad entrare in discussione col proprio giudice, egli era irreparabilmente perduto. Alcuni appigliaronsi ad un felice compenso. Pregarono l'istesso consigliere Salvotti di stendere le loro difese, in quel modo che avea steso le accuse, dichiarando di rimettersi in tutto e per tutto al suo senno e alla perfetta sua probità. Ed egli, pago di questo tratto di confidenza, si diede con una certa quale vanagloria a fare con eguale acume due parti, l'una opposta all'altra, a sostenere con l'impegno medesimo il pro e il contro. Ond'è che gl'inquisiti che posero le proprie sorti nelle mani di quello strano avvocato, furono meglio difesi che non quelli i quali vollero pigliarsi essi medesimi questa briga.