Ebbevi in questa occasione dei fratelli incarcerati e condannati per non avere voluto farsi accusatori l'uno dell'altro; furonvi persone condannate per non avere tradito il segreto ch'era stato confidato loro; e per meglio dire, quasi tutti coloro de' cui gemiti risuonarono poscia le segrete dello Spielberg non per altro vennero condannati che pel reato di non-rivelazione. Io non preterirò qui l'occasione di encomiare una volta almeno senza miscuglio di biasimo il procedere del conte Confalonieri. Non appena si fu egli addato delle vere intenzioni dell'Austria, e si persuase ch'era certa la sua perdita, e che la speranza con cui lo aveano in sulle prime lusingato, era meramente un'insidia tesa contro la fedeltà sua agli amici, che si appigliò e aderì fermamente al sistema di negar tutto. Allora spiegò quell'irremovibile forza di volere, che fino allora eragli stata sì male in aiuto. Facendo egli forse in allora giusto giudizio dei passati suoi portamenti, riguardò con occhio sereno i patimenti che gli erano destinati e cui poteva accettare a titolo di espiazione. Fatto è che niuno de' suoi compagni di sciagura ebbe a rimproverargli un momento di debolezza; e l'Italia tutta quanta, ponendogli a merito i tanti e sì angosciosi anni di captività, e la nobile rassegnazione con cui egli seppe fare il sagrificio della propria vita e della propria libertà, sdimenticossi gli sgraziati fatti del tempo addietro, e diedegli un posto fra' suoi figliuoli prediletti. In un tempo di crisi e di rivoluzioni come si è quello in cui viviamo da poco meno d'un secolo, gli uomini politici che non s'ingannino mai sono in poco numero; ma minore ancora è il numero di quelli che si purghino in tal guisa di un fallo con un eroico procedere serbato sì a lungo. Gli altri inquisiti si diportarono bene, e quanto a me, io sono accertato che non uno di loro mancò al proprio debito, e che i più fiacchi non peccarono se non contro sè stessi, vale a dire che si persuasero di non confessare se non a proprio danno. Io recherò qui di nuovo un esempio del modo adoperato dalla giunta per istrappare il segreto di bocca agl'inquisiti. Un notaio di Brescia, per nome Bontempi, avea fatto un istromento di donazione o di cessione dei beni dei fratelli Camillo e Filippo Ugoni a pro del loro zio Francesco Ugoni. Quell'istromento fu impugnato come nullo, perchè destinato a conservare ai fratelli Ugoni le loro sostanze, che secondo le leggi portate contro gli spatriati doveano soggiacere a sequestro. Il notaio fu incarcerato e assalito in mille varii modi per trarlo a confessare la simulazione di quella donazione. Ma sia che realmente egli avesse fatto quell'istromento in buona fede, sia che comprendesse essere d'uopo pel proprio scampo il dirlo, fatto è ch'ei negò risolutamente di saperne di simulazione, e sostenne inconcussamente di avere creduto di fare un istrumento valido, e che l'atto era stato fatto nella debita forma, ec., ec. Uno dei testimoni che aveano sottoscritto l'istromento, per nome Panigotti, ricoveratosi in estero Stato subito dopo la cattura del notaio Bontempi, e condottosi a Brusselle, ove stette alcun tempo, era un amico dello stesso notaio. Conoscea la giunta l'amicizia che passava tra 'l Bontempi e il Panigotti, nè ignorava, perchè esperta oramai in siffatte materie, il sentimento angoscioso e cocente da cui viene affetto un uomo posto a fronte di un altro per sostenergli in faccia ch'esso ha mentito; il qual sentimento, ove i due confrontati sieno stati amici fra loro, ne rende il confronto affatto insopportabile. Dietro la cognizione che avea di un tale fatto e, sto per dire, d'una tale legge, il giudice istruttore disse al Bontempi, che il Panigotti, anch'esso captivo, avea confessato quel tanto ch'ei s'ostinava a negare. E aggiunse che, ostinandosi egli tuttora nella impugnativa, gli avrebbero condotto dinanzi l'amico per vedere quello che saprebber dire entrambi in un tale frangente. Udendo e della cattura dell'amico e della confessione del medesimo, rimase il Bontempi costernato. Non reggendo al pensiero di dover dare una mentita all'amico e di passare presso di lui per mentitore, interruppe frettoloso le parole del giudice, che facea le viste di ordinare che colà conducessero il Panigotti, e confessò quanto si volle da lui confessato. Venne perciò condannato ad un anno di carcere. Era egli tratto con buona scorta dalla prigione degl'inquisiti a quella dei condannati per iscontarvi la pena, quando gli venne in mente la speranza di poter conoscere la sorte dell'amico. Trovandosi vicino ad uno dei custodi, lo interrogò se il Panigotti fosse condannato alla stessa pena, se avesse a subirla nell'istesso carcere, e se non fosse soverchiamente afflitto dalla sua sventura. Avrebbe detto anche di più se il custode, che non era edotto di tutti i lacciuoli tesi agl'inquisiti dalla giunta, non l'avesse interrotto ridendo, per assicurarlo che il Panigotti, anzichè essere in carcere, era scampato e stava ottimamente in Brusselle. Il povero notaio s'accorse allora soltanto dell'abisso che gli aveano scavato sotto i piedi, e il raccapriccio cagionatogli dalla scoperta di tanta iniquità fu sì fiero, ch'egli stramazzò tramortito a terra, e non appena risensato, fu côlto da una febbre nervosa, dalle conseguenze della quale non potè mai pienamente riaversi. Il suo gastigo non dovea però finire con la fine della sua prigionia. Ricuperando la libertà, egli non ricuperò già la carica, statagli tolta per effetto della sentenza contro di lui proferita. Avanzato in età, estenuato dal carcere, e sprovvisto di sostanze, il Bontempi visse ancora alcuni anni con le limosine che gli faceano or l'uno or l'altro de' suoi soci di sciagura. Alla fine parecchi mesi trascorsero senza ch'ei fosse veduto recarsi da veruno di loro, com'era il suo solito, per chiedere, quand'era angustiato dal bisogno, un qualche soccorso. Più sollecito degli altri, uno di costoro andò in cerca del vecchio notaio, e le sue indagini lo condussero allo spedale, ove trovò il nome del Bontempi inscritto fra quelli dei defunti nella settimana precedente.
Mesi e mesi erano scorsi dacchè era stata posta in seggio la giunta estraordinaria. Contradittorie voci andavano in giro per la città. I genitori, le mogli, i figliuoli, i congiunti degl'inquisiti assediavano del continuo le anticamere dei giudici, riportando parole di conforto degli uni, minacce terribili degli altri. Il popolo, sempre mal disposto inverso quelli che la pubblica potestà perseguita, obbliava che quegli accusati erano stati già oggetto per lui di reverenza e di affetto, e omai risguardavali come malfattori. La polizia si era data molta briga per ottenere questo effetto. Essa avea calunniato gli inquisiti, dipingendoli come empi, come riprovati dalla nostra santa madre Chiesa, come biastemmiatori, come fabbricatori di veleni, rapitori di fanciulli. Quei nobili cuori, sentendosi abbandonati dal popolare interessamento, erano prostrati. L'Austria poteva esser crudele o generosa a suo senno, ma non fu nè crudele nè generosa.
Il re di Piemonte, il re di Napoli, il duca di Modena e la duchessa di Parma aveano sparso il sangue dei loro sudditi. L'Austria non imitò in questo il loro esempio. Ed ecco il perchè si può dire ch'essa non fu crudele. Ma è egli d'uopo spiegare il perchè non si può encomiarla per clemenza?
Giunsero alla fine le determinazioni dell'imperatore Francesco intorno alle conclusioni della giunta. Alcuni degl'inquisiti furono riposti in libertà, ma assoggettati alla invigilanza della polizia, e astretti a rimanere in città. Quelli fra loro che testè occupavano una carica o esercitavano una professione dependente in qualsivoglia modo dal governo, ne erano privati. Inoltre, aggravando la disgrazia e il danno di questi uomini che avevano sfuggito la condanna, non tralasciò il governo di sparger voci sinistre contro i medesimi; voci che il pubblico accolse premurosamente. Laonde ne avvenne che, usciti dal carcere, privati della carica o della professione, rovinati per l'abbandono delle cose loro, posti in un'ingrata soggezione, pregiudicati gravemente nella salute, esclusi dal posto che aveano lasciato vacante nella società, epperciò doppiamente bisognosi, per poter sopportare la vita nei termini in cui gliel'aveano ridotta, di essere sorretti dalla stima e dalla simpatia generale, ei si trovarono all'incontro isolati frammezzo agli antichi loro amici, videro sul volto di questi non dubbi segni di diffidenza, e dovettero comprendere che nulla ormai rimaneva loro, nemmeno la stima di coloro a pro de' quali aveano posta a repentaglio ogni loro cosa. Tale si era il destino di tutti gli inquisiti riposti in libertà. Omisi di far avvertire che quasi tutti furono rimandati liberi per difetto di pruove legali, cosicchè il loro processo rimaneva aperto, ed essi potevano ad ogni istante essere tratti in carcere di bel nuovo.
I conti Confalonieri e Pallavicini, il barone Arese, Gaetano Castillia, il Borsieri e il Tonelli furono condannati a morte per crimine di alto tradimento. Se non che l'imperatore commutò poi la pena di morte, riguardo al Confalonieri, in quella del carcere duro in perpetuo; riguardo al Pallavicini, al Castillia e al Borsieri in quella del carcere duro per venti anni; riguardo al Tonelli in quella del carcere duro per dieci anni, e infine riguardo al barone Arese in quella del carcere per tre anni.
Or ecco l'accaduto in Vienna relativamente alla condanna del Confalonieri. Il padre e la moglie di lui, un vecchio cioè ed una donna già affetta dalla crudele infermità che la trasse a morte pochi anni di poi, recaronsi a Vienna per implorare a suo favore la grazia imperiale. Durante il processo contro il marito, la contessa Confalonieri erasi mostrata simile a quelle matrone dell'antica Roma, di cui i poeti, anzichè gli storici, ci hanno tramandata la dignitosa imagine. Giovane ancora e dotata di somma avvenenza, ella si chiuse nel proprio palazzo, ne sbandì i piaceri e la compagnia de' suoi coetanei, s'interdisse persino i meri e semplici sorrisi dell'urbanità, per non più attendere ad altro che alle cose del marito e ai mezzi di salvarlo. Un sì nobile dolore avea toccato persino i cuori dei primari ufficiali austriaci, o almen di quelli che non erano stati corrotti dall'abito dell'ipocrisia. Giunse a Vienna, preceduta da una gran riputazione e munita delle più instanti commendatizie pei membri più autorevoli del gabinetto. Uno dei quali, proponendosi veramente di giovarle, avvertilla come un corriere stesse pronto a partire alla vôlta di Milano onde recarvi l'ordine di giustiziare il conte; ed anzi (ma io non so bene se fosse l'istesso od un altro de' suoi colleghi) le fu in aiuto per trattenere con arte quel corriere, quell'istessa mattina in cui ella e lo suocero dovevano essere ammessi ad udienza dall'imperatore.
Francesco I imperatore era d'aspetto così pacato, che sembrava impassibile, e l'imperio che aveva di sè stesso facealo parere mite e dolce. Egli è severo, diceano di lui i cortigiani, ma non iroso; e s'ei punisce, sì il fa per giustizia, e non per passione. La presenza del vecchio padre del Confalonieri turbò tuttavia quella serenità. Gettatoglisi dinanzi ginocchione, il vecchio chiedeagli grazia: esponeva le seduzioni a cui era stato esposto il figliuolo, rammentava i servigi da lui in altri tempi prestati, la devozione da lui e dalla sua famiglia sempre nutrita pei discendenti di Maria Teresa. Parlò alcun tempo, con favella interrotta da' singhiozzi e dalle lagrime, cui asciugava per tornare a supplicare. L'imperatore taceva, ma l'ira che bollivagli in petto parea viepiù gonfiarlo. Proruppe alla fine. Alzatosi, e, deposto repentinamente il sussiego dignitoso e l'usata dissimulazione, si fece presso al vecchio infelice, il quale, sempre inginocchioni, chinava il capo e tenea giunte le mani; gli si chinò all'orecchio e alzando le braccia, come se, suo malgrado, avesse a percuoterlo, dissegli con amaro sorriso e con voce chioccia, ma forte: «Conte Confalonieri, conte Confalonieri, date retta a queste parole: a quest'ora voi non avete più figli».
Pronta fu la contessa a sorreggere il vecchio suocero, che era stato come colpito da fulmine all'udire quelle parole. E, compressi gli affetti ond'era agitata, ripigliò ella le preghiere, cui l'imperatore, pentito forse dell'impeto a cui erasi lasciato andare, diede ascolto finalmente. Parve egli commosso, esitò e finì per promettere di spedire all'indomani lettere di grazia. Per l'indomani ei promise! e il corriere latore del comando di morte stava aspettando, trattenuto unicamente dal protettore della contessa! Raccapricciò la povera donna, perocchè rammentava un episodio dell'antica dominazione austriaca in Lombardia, il fatto cioè di un condannato a morte (era un conte di cui non ricordo il nome), il quale era stato giustiziato un'ora prima che giugnesse l'ordine di grazia. Mostrossi tuttavia lietissima della promessa imperiale, e all'uscir dalla reggia corse dall'amico che avea trattenuto il corriere. Lo zelo di quell'amico non s'intiepidì, chè anzi ei fece ogni sua possa onde ottenere che le lettere di commutazione di pena fossero spedite pria del comando di morte; e la contessa Confalonieri, impaziente d'ogni ritardo al giugnere nella città ove la scure pendea sul collo del marito, si pose in viaggio incontanente con lo suocero alla vôlta di Milano, tremante dalla paura che la tremenda sentenza non venisse eseguita. Dio nol volle. Confalonieri e gli amici suoi viveano, ma destinati a tal vita che allora teneasi quasi peggio che morte.
Evvi legge che comanda l'esposizione pubblica di tutti i condannati a pena del carcere per cinque anni o per tempo più lungo. Io ben ricordo tuttora il giorno destinato all'iniquo spettacolo. I cittadini onesti ed illuminati eransi chiusi in casa, sfuggendo checchè potea loro rammemorare che valentuomini doveano essere in quel giorno trattati a guisa di malfattori, pel loro troppo amore alla propria patria. Il popolo però avea subito l'influenza della doppiezza austriaca. Aveva udito leggere nei templi l'editto contro i carbonari; e avea sentito ripetere tante volte che i liberali macchinavano contro la vita dei poveri, contro la quiete dello Stato e la pubblica felicità che ne deriva, che avea finito per crederlo. Gl'infelici condannati soffrirono certamente di più al veder lo spettacolo di quel popolo traviato, che non soffrissero poi nel subire le umiliazioni cui vollesi altrove assoggettarli. Confalonieri, Andryane, Pallavicini, Castillia, Borsieri e Tonelli, uscirono dal carcere col saio grigio dei prigionieri indosso, e incatenati a coppia. Giunti dinanzi al palazzo di giustizia, salirono sur un palco od armadio di legno, che serve solitamente per queste esposizioni; e di colà udirono leggere la loro sentenza, e subirono gli sguardi insultanti e il mormorare espressivo della plebaglia.
Dopo essere colà rimasti per più d'un'ora, vennero tratti di nuovo nella guisa stessa in carcere, ove passarono ancora alcuni giorni pria di partire alla vôlta dello Spielberg. Invano i loro congiunti arrecaron per essi quei materiali conforti che non sono interdetti nè ai ladri nè agli assassini, i quali sieno in grado di procacciarseli. Volle l'imperatore che i condannati politici avessero a soffrire di più che i galeotti. Ad un pittore amico della casa Castillia, il quale seppe che a Gaetano Castillia era concesso di recare con seco un libro di orazioni, venne in mente di delineare sur un foglio di quel libro i ritratti della sorella e del vecchio genitore del prigioniero; ma essendosi i custodi addati che quest'ultimo tenea per un lungo tempo il libro aperto all'istesso luogo senza voltare la pagina, vollero vedere che cosa ci fosse dentro, o il libro fu incontanente confiscato.