Poco stette l'imperatore a partirsene alla vôlta della Francia, lasciando a Murat il governo dell'esercito; ma questi non tardò molto a seguire l'esempio del suo signore, addossando al principe Eugenio l'imperiale vicariato. La partenza di quei due, che meriterebbe fors'anco il nome più tristo di abbandono, finì di gettar lo sgomento e la confusione fra le grame reliquie del grand'esercito. Gli ufficiali e soldati facevano a gara nell'abbandonare le insegne; o, per dir meglio, non fuvvi più corpo d'esercito, e i pochi soldati che giunsero a salvamento, fuggirono sbrancati, senz'armi, e quasi senza vestimenta, e, che fu più funesto, senza veruno indirizzamento. Giunto a Marienwerden, rassegnò il vicerè gli uomini che lo seguivano, e non ne trovò che dugentotrentatrè, di cui cenventuno ufficiali e centododici sottufficiali o gregari. Ad Heilsberg fece batter di nuovo la chiama per rassegnare le truppe, ma non vide sfilare altri alla sua presenza che quei dugentrentatrè passati di già a rivista in Marienwerden. Scrisse allora al ministro di guerra del reame d'Italia, esser l'esercito d'Italia ricisamente ridotto a quei duecentotrentatrè uomini; che tuttora sperava giugnessero due altre colonne, di cencinquanta all'incirca ciascuna; ma non rimanere altro certamente dei ventitremila trecentonovantasette soldati partitisi da Milano la primavera trascorsa. La perdita non fu però ad ogni modo tanta quanta supponevala il vicerè; conciossiachè, oltre a quei trecento ch'erano da lui aspettati, altri ancora raggiugnessero le file; per modo che il numero de' guerrieri italiani scampati dall'eccidio può essere determinato in un migliaio all'incirca.
Se una tanta sciagura doveva alienare i Lombardi dall'imperatore, più ancora conferirono ad esacerbare viemaggiormente gli animi in quell'occasione la condotta e le parole del vicerè. Nel carteggio di lui con quei della sua famiglia o con gli ufficiali dello Stato, ne' suoi manifesti, ne' suoi bandi cotidiani, trapela ad ognora quel sentimento fatale di soprastanza di cui un Francese stenta sempre moltissimo a sceverarsi inverso all'estrano. Eransi partiti i Lombardi dal loro bel paese, abbandonando il mite loro clima, rinunziando ogni conforto, ogni agio della vita, correndo ad esporsi ai più crudeli stenti, alle fatiche, ai geli, ai patimenti, alla schiavitù e alla morte, e tutto ciò per una causa tutt'altro che propria, e dalla quale non aspettavano alcun pro per la patria loro. Non era egli in debito di dar loro alcuna testimonianza di benivolenza, colui pel quale sagrificavano volonterosi persino le vite, e il quale avea di già acerbamente delusa la loro speranza, col non mai adempire la promessa loro fatta della nazionale independenza? L'Italia, la cui esistenza come Stato independente era mallevata dal trattato di Lunevilla, avrebbe potuto, senza parer troppo esigente, riguardarsi come lesa nei suoi diritti dalla Francia, e contro di essa chiarirsi; eppure, non che astenersene, consentiva a servirla, e faceale omaggio, non solo delle sue ricchezze, ma e del sangue generoso de' giovani suoi figli.
Pareva il vicerè ignaro affatto delle vere relazioni che tra la Francia e l'Italia passavano. Non avvisava la spedizione di Russia come una guerra sanguinosissima, da cui l'Italia non s'aspettava alcun pro, e cui essa accorreva con tutte le sue forze, unicamente per la migliore satisfazione della Francia; parea quasi ch'egli la tenesse per una festa, o in certo qual modo, uno spettacolo, nel quale i Francesi teneansi certi di fare comparsa immensamente avvantaggiata, mentre gl'Italiani, gente disadatta e balorda, eranvi ammessi alla coda de' Francesi, solo perchè non se l'avessero troppo a male, e per effetto della graziosa condescenderza de' Francesi medesimi. Buon pro per l'onore italiano che i fatti parlano alto abbastanza di per sè, e rendono onoratissima testimonianza della bravura e della gagliardia delle soldatesche italiche. Nè il vicerè stesso ricusava loro le lodi; ma in quel tuono con cui pronunziavale, eravi alcunchè di offensivo. Il tale corpo non mancò di coraggio, il tale altro si è diportato valorosamente, oppure si è mostrato degno di marciare a fianco dei Francesi, il tale ufficiale ha dato saggio di buon senno e di sangue freddo. Sono questi, in vero, elogi; ma chi non iscorge a prima vista che le parole, verbigrazia, di sangue freddo e di buon senno sono le più rimesse onde si possa far uso per designare il merito militare? Chi non s'avvisa che se un Francese, e non un Italiano, fossesi dovuto rimeritar di lode, sarebbero stati, invece di quei vocaboli, usati quelli d'intrepidità e di genio? Bastava dare una guardata ai bullettini del grande esercito, e paragonarli ai bandi fatti dal principe Eugenio all'esercito d'Italia, per vedere, dall'un de' lati, l'espressione quasi poetica d'una fiducia e d'un'ammirazione sconfinata, e dall'altro, freddi complimenti per una condotta affatto inaspettata. Eppur queste schiere italiane erano quella medesime da cui il maresciallo Macdonald ricusava di separarsi, perchè, a sua detta, la loro intrepidità, il loro ardore, la loro obbedienza riuscivangli troppa preziose; quelle dêsse che il generale Foix paragonava a lioni, che il maresciallo Suchet agognava di tener seco in Spagna, e delle quali l'imperatore stesso, parlando nel campo di Torgau col generale Fontanelli, diceva: «Con centomila soldati pari ai vostri, Eugenio sarebbe di già sul Danubio». Io cito questi varii, eppure uniformi giudizi per dar a divedere che il tuono freddo e un cotal poco disdegnoso del principe Eugenio, era effetto de' suoi privati sentimenti, ned era in verun modo giustificato dalla condotta delle truppe italiane.
La durezza di cuore è meno offensiva del disprezzo, ma però spiace talmente, che difficil cosa ella è il rimanere affezionato inverso a quegli che la dimostra. Fa stomaco il modo con cui il vicerè ragguagliava il conte Fontanelli, ministro di guerra, del quasi totale eccidio dell'esercito italico. Un capitano, per vero dire, non piange i soldati che gli cadono a fianco, perocchè lo stesso destino gli è forse riserbato, e coll'intenerirsi sopra chi non è più, ei può temere d'apparir timoroso per sè medesimo. Ned io vo' punto che il principe Eugenio avesse recitata l'orazione funebre dei ventisettemila Italiani sepolti nelle pianure della Russia, nè pretenderei che a loro riguardo egli avesse spesa alcuna frase patetica, e detto altrimenti che: i ventisettemila uomini partitisi meco sono ridotti a dugentrentatrè; fate altre leve, e mandatemi gente abbastanza per surrogare gli estinti; ma vorrei sotto queste parole, asciuttissime in vero, travedere un'angosciosa commozione ch'egli tentasse di occultare. Mi si opporrà certamente che la scrittura non dà altro che le parole, e che sarebbe irragionevole il pretendere ch'essa disveli commozioni che lo scrittore non volle esprimere. Una tale opinione può essere savissima; io però forte mi attengo all'opinione contraria. Mi si dieno due scritti contenenti l'uno e l'altro le stesse parole; ma il primo de' quali sia stato vergato sotto l'impulso d'un potente, benchè represso, affetto, e il secondo, all'incontro, non sia altro che il resultato di un calcolo; e la lettura del primo mi commoverà, forse a mia insaputa, mentre dall'altro non sarò punto punto commosso. Non si dà forse persona, per quanto io avviso, la quale non abbia provato alcun che di simile a quello ch'io dico. Saravvi alcuno che, leggendo un qualsiasi racconto, non siasi sentito di repente commosso e quasi colpito nel cuore da una parola semplicissima in sè stessa, e che per la centesima volta fors'anco gli cade sott'occhio senza che mai gli abbia fatto dianzi un tale effetto?
Il comico o risibile non sembra esso, del pari che il patetico, connesso per un certo quale misterioso vincolo con una tal parola, espressa in quel tal momento, con quella tale giacitura? E ciò donde deriva? da che lo scrittore, commosso egli stesso o dal dolore o dall'allegria, imprime nella frase uscita allora allora dal suo cuore o dal suo spirito, una parte della disposizione che gli diede la forma. Questa frase ha ricevuto dal suo autore una fisionomia, la quale, simile in tutto alla fisionomia del volto umano, non potrebb'essere attribuita a causa veruna fisica e materiale.
Tornando al principe Eugenio, io dico che quegli il quale si è sentito commosso nell'intimo del cuore dal racconto delle sciagure provate dai nostri nella Russia, sente dileguarsi rapidamente la sua commozione al leggere le lettere e i rapporti del vicerè d'Italia, tranne che l'indignazione sottentri allora alla mestizia. Da siffatti documenti sarebbe impossibile il ritrarre che si tratti d'uomini estinti e di altri destinati a perir come quelli. Vi troviamo prescritto che nel numero uno vadano a fondersi i numeri due, tre, quattro, cinque, tanti insomma che valgano a formare un soddisfacente complesso; che un tale stato di ufficiali di un corpo sia conservato, in difetto del suo reggimento; e particolarmente e anzi tutto che altri uomini giovani e atanti sieno strappati dalle braccia di un vecchio genitore, d'una consorte, d'una famiglia bisognosa, per mandarli, lontan lontano dalla patria loro, a compire le vuote file, a saziar la vendetta e l'odio del nemico: e ciò a qual fine? A quello di servire all'ambizione d'un uomo e di un popolo stranieri entrambi dell'Italia; di sorreggere alcuni istanti di più uno stato di cose per cui l'ultim'ora dovea ben presto scoccare, e che null'altro avea fruttato agl'Italiani che menzognere promesse, e quindi speranze deluse.
Conferivano pure altre circostanze ad aggravar l'avversione de' Lombardi inverso al vicerè. E diremo anzi tutto, per non omettere di notare le più puerili, che vi conferivano i portamenti dei conti Paradisi e Vaccari, due dei principali sostegni del partito francese in Italia. Il conte Paradisi, di Modena, era un dotto, un bell'ingegno, uomo d'aspetto aggraziato, di nobili e affabilissimi modi, ricco assai, di nome chiaro e di grande autorevolezza. Non così ben nato, nè così dovizioso, nè dotato di tanta grazia come il conte Paradisi, il conte Vaccari, suo amico, ponea, per così dire, in comune con lui il suo capitale d'ingegno e il bel conversare, a tal che l'uno e l'altro formavano come il centro d'una eletta brigata in cui difficil cosa era l'ottenere l'accesso. Coloro cui piace segnare attorno a sè stessi come un cerchio cui a pochi è dato superare, non sanno di quant'ire contro di sè medesimi facciano sacco. I begl'ingegni sono sempre un po' mal visti dal vulgo; ma una brigata di begl'ingegni che tengasi a bella posta appartata per non mischiarsi con esso, dee tenersi certa d'incorrere pienamente nell'odio e nell'ira sua. In una città poco ragguardevole per ampiezza e per frequenza di abitatori, in un tempo di generale irritazione, e di effervescenza delle passioni politiche, ambiziose, egoiste, non v'è calunnia, non beffa, non ischerno da cui una brigata di begl'ingegni possa preservarsi. In Francia, ai tempi della Rivoluzione, al boia davasi il carico di disciogliere siffatte brigate. Nell'anno 1814, in Milano, quantunque le cose non paressero disposte per nulla onde dar luogo ad un sì tragico scioglimento, poco mancò tutta via che il conte Paradisi e i suoi amici non iscontassero con la vita il fio di aver voluto godere il poco grave diletto di mostrarsi da più di quei che li circondavano.
Il segretario degli ordini del principe Eugenio, per nome conte Méjean, erasi tirato addosso, più ancora che non avessero fatto i conti Paradisi e Vaccari, lo sprezzo e l'odio de' Milanesi. Era il Méjean francese, e godea dell'assoluta fiducia del vicerè; talmente che se non vi si fosse attraversato l'espresso e formale divieto dell'imperatore, sarebbe salito in pochi anni alle più eccelse dignità dello Stato. Coloro che hanno praticato costui quand'era in auge, accertano ch'ei non difettava di abilità; ma quanto alle doti del cuore, egli non gode di fama sì buona. Questo difetto era in lui ricompensato da un'ammirazione cieca per l'imperatore e pel vicerè; ammirazione di cui esagerava talmente l'impressione, che non potea non irritare così lo spirito un po' beffardo de' Lombardi. Io ho in questo momento sott'occhio una lettera del Méjean al Villa, prefetto di polizia in Milano, data da Mantova il dì 30 marzo 1814, nella quale egli sclama contro la voce che correa d'un armistizio pattuito fra il principe Eugenio, e i duci delle truppe nemiche, asserendo esser quella voce non solo falsa, ma destituita d'ogni verosimiglianza; chè niuno era, a sua detta, in grado di dover pattuire alcunchè di simile, e non avea nemmeno le facoltà necessarie a tal uopo. L'armistizio, che fu sottoscritto di fatti il 16 aprile susseguente, diè poi una formale smentita alle previsioni del conte Méjean; ma il poco intendimento ch'egli in quell'occasione appalesava è ancora scusabile a paragone di quello ch'ei mostra nell'istessa lettera quando si prova a far giudizio della difficile condizione in cui si trovavano posti i suoi signori. Dopo di essersi lagnato che le mosse delle truppe nemiche attorno a Lione intercettavano le comunicazioni, per modo ch'egli era ignaro della marcia dell'esercito imperiale, aggiunge le seguenti parole: «Ma esse non possono ritardarle più a lungo (le notizie di Parigi). E poi, chi sa se le mosse del nemico attorno a Lione non sieno volute dall'imperatore? Per quanto a me, non ne stupirei».
Nel conte Méjean poneva il principe Eugenio, siccome ho detto, la massima fiducia. Questo prototipo dei cortigiani, degli uomini saliti in alto da abbietta fortuna, che si ostinava a non tenere i successivi e prolungati rovesci degli anni 1813 e 1814, che per effetti dei sublimi, comunque incomprensibili, segreti concepimenti dell'imperatore; e che degli sgraziati eventi d'allora non trovava possibili che questi due scioglimenti: o una splendida e decisiva vittoria riportata dall'imperatore, o un accordo onorato di pace tra l'imperatore stesso e gli altri potentati; con istentato disdegno parlava dei timori di quelli fra' Lombardi ch'erano amici dei Francesi, e delle speranze di quegli altri ch'erano o partigiani dell'Austria o fautori dell'independenza italica; e faceasi dagli uni e dagli altri odiare, perchè si mostrava non mai dimentico di appartenere alla nazione conquistatrice e di trovarsi accasato presso la vinta.
Giova qui riferire un fatto il quale, benchè accaduto dopo i tempi di cui parlo, può tuttavia essere contemplato nell'enumerazione delle accuse fatte al vicerè. Offese questi sconsigliatamente il generale Pino, affidandogli un poco rilevante comando in una delle città della Romagna; e questa mortificazione del Pino fu, se non una delle cause, uno almeno dei pretesti della defezione di lui, della quale mi toccherà parlare in appresso. Basti qui avvertire che l'accordo fatto tra Murat e Pino non rimase a lungo occulto al generale Zucchi, che ne venne in cognizione per una lettera del re di Napoli al Pino, cadutagli nelle mani, dalla quale evidentemente appariva il tradimento di quest'ultimo.