L'involontario ribrezzo che ogni uomo onorato prova a bella prima contro una delazione qualsiasi, un sentimento forse di amicizia per un antico commilitone, la vergogna fors'anche di svelare il tradimento di un concittadino, congiunti probabilmente ad altri motivi ch'io ignoro, trattennero il generale Zucchi dal recare al vicerè la lettera venutagli in mano. Correva allora la metà di febbraio, e il principe Eugenio, aggiugnendo alla passata una nuova imprudenza, lasciava intanto il generale Pino senza ufficio e bisogna in Milano, dicendo aspettare buona occasione per valersi del senno di quel generale. Il carteggio di quell'anno tra il vicerè e il Pino, ben mostra da quale insaziabile cupidigia fosse roso quest'ultimo; perocchè, sebbene avesse un salario di 145,000 franchi all'anno, non cessava perciò dal chiedere continuamente danaro, e dal lagnarsi della misera condizione in cui diceva essere. Nel vicerè poi si scorge da quel carteggio una dispettosa impazienza delle importunità di quel soldato in alto salito, il quale con un'entrata di 145,000 diceasi povero e tacciava d'ingratitudine altrui. Prudentemente avrebbe allora adoperato il vicerè, se avesse dissimulato il disprezzo che in lui eccitavano le instanze del generale; ma conviene tuttavia confessare non esservi cosa più atta a stomacare un cuore retto ed onesto, che il vedere un uomo fortunato il quale si lagna del suo destino, frammezzo alle pubbliche calamità. Conturbato dalle dolenti parole che gli volgevano da ogni parte i parenti dei giovani soldati morti in Russia, non che quelli dei soldati più giovani ancora, ch'erano chiamati allora all'armi ed alla difesa della patria; testimonio degl'immensi sacrifici di sangue e di sostanze che l'Italia continuava a fare a pro dell'imperatore; consapevole della gravità delle circostanze e della condizione quasi disperata delle cose; temendo per la propria consorte, pei propri figli, per sè medesimo; con quale occhio poteva egli il vicerè leggere queste lettere in cui il Pino faceva continue istanze per nuove elargizioni a suo favore? Non è però dubbio che il tuono asciutto e alcun po' beffardo con cui il principe Eugenio raccomandava al ministro della guerra le domande del generale, non abbia conferito ad accrescere la stizza e il malumore di questi.
Mi fo ora a parlare di quei giorni che tennero dietro immantinenti alla ritratta dalla Russia. Già prima di quegli sciaurati eventi il conte Fontanelli, ministro della guerra, aveva avviato verso il Nord la brigata Zucchi. La divisione Palombini fu in appresso richiamata di Spagna, e contemporaneamente con le novelle leve s'incamminò per alla Russia. Ventottomila Italiani raggiunsero il vicerè in Alemagna, e formarono sotto gli ordini suoi una parte di quell'immensa linea militare che distendevasi dal Baltico all'Adriatico. L'esercito degli alleati, più numeroso dell'esercito imperiale, e schieratogli dinanzi, procedeva mentre l'altro indietreggiava. Entrambi giunsero a tal modo, da un canto, fino al Reno, e dall'altro, per a traverso le Alpi, fino all'Adige.
Ond'ecco il vicerè risospinto di posto in posto, di piazza in piazza, da Mosca a Verona. Le province venete erano invase dalle truppe austriache, quantunque Venezia reggessesi tuttora contro il blocco. La neutralità svizzera poco stette ad essere violata, per lo che i Francesi poterono giustamente temere d'essere assaliti a' fianchi come pure quasi alle spalle; il re di Napoli parea vacillante nella fede dell'alleanza, e il grido che corse bentosto della sua defezione non permetteva al vicerè di volgersi confidentemente a lui. Nè deesi poi sdimenticare che grande era la defezione nell'esercito italiano fra' soldati che appartenevano alle province occupate dall'Austria. Il desiderio di difendere o almeno di proteggere le proprie case, il timore di tirar rappresaglie addosso alle proprie famiglie col rimaner nelle file de' Francesi, si affacciavano allo spirito dei Veneti come tanti motivi più gravi e più sacri, che non fosse il debito di fedeltà ad una causa straniera e ad un padrone parimenti straniero.
Le avversità che parevano piovere sopra l'imperatore e i suoi, ridestarono nei cuori degl'Italiani certi pensieri che la sola necessità avea fino allora attutati. Non era dunque più invincibile l'imperatore; l'arte di far chinare dinanzi a sè ogni cosa era da lui perduta; non era più altro che un uomo col quale si potea trattare, e cozzare altresì con successo. Non appena entrò questa convinzione negli animi degl'Italiani, che parve infranto subitamente il giogo e con esso il vincolo che univa a forza tutte le volontà italiane; di modo che sursero, quasi per incanto, un gran numero di partiti. Dei quali sarammi concesso menzionar qui i principali.
Gli antichi partigiani di Casa d'Austria vedeano le truppe del discendente di Maria Teresa e di Giuseppe II giunte in distanza di due giornate di cammino dalla capitale, e andare intanto ritraendosi su tutta quanta la linea quelle dell'usurpatore. Sentivano spirare dal canto loro quel soffio misterioso della vittoria che dà animo anche ai meno intrepidi, e che, volgendosi all'uno o all'altro dei campi nemici, sembra, per così dire, diffondere anticipatamente lo sgomento in quello degli eserciti che dee andare in rotta, e la letizia del trionfo in quello che è destinato a riportarlo di fatto. Pei veri e fidi partigiani di Casa d'Austria, com'erano i conti Giuseppe Gambarana, Alfonso Castiglioni, Ghislieri, Giulio Ottolini, il marchese Maruzzi di Venezia e parecchi altri, la rivoluzione e la dominazione francese nel reame d'Italia non erano altro che accidenti, passeggera tempesta che il sole del governo austriaco dovea dissipare ben presto. Non toccava loro far altro che affrettare quell'avventurato ritorno, e perciò potea giovare l'addormentare quegl'indisciplinati ragazzi ch'eransi infiammati all'udire le voci di progresso, di libertà, d'independenza, di gloria, e che non ancora sapevano pregiare al giusto suo valore l'amministrazione quieta, regolare e inalterabile di Casa d'Austria. Scaltri erano questi Austriaci puri, nè la dissimulazione in politica era loro punto ripugnante. Perciò la vinsero.
Dopo il partito austriaco rimaso vincitore, io pongo il partito italico che avrebbe dovuto vincere, riserbandomi d'accennare in seguito i partiti di mezzo, talmente vicini fra loro da confondersi insieme. Il partito italico, denominato anche muratista, proponevasi di separar l'Italia dalla Francia, non meno che dalle potenze collegate, e farla stare e camminare da sè, col mezzo delle forze che già in essa esistevano e delle quali potea valersi in sull'atto. Queste forze ad ostro erano comandate da Murat, a borea dal principe Eugenio. Opportuna cosa è qui pertanto l'investigare sino a qual punto il re di Napoli e il vicerè d'Italia fossero meritevoli dell'assoluta fiducia degl'Italiani.
Per corto che fosse il senno del re di Napoli, i fatti avevano parlato a sì alta voce, ch'egli pure doveva averne inteso il linguaggio. L'imperatore stava per cadere; suoi vicari dovevano essi cader secolui, oppure tentare di reggersi da sè? Non era difficile cosa il dar risposta ad una tale domanda; e certo coloro che hanno rimproverato Murat di tradimento, si son mostrati a trafatto esigenti in fatto di fedeltà. L'imperatore, per vero, era il benefattore del re di Napoli; ma la caduta di questo re non poteva fare aiuto alcuno all'imperatore; che anzi solo col serbare la sua corona avrebbe potuto Murat in alcun tempo render servigi all'imperatore o ai membri della famiglia di lui. Nè già dovea Murat volgere l'armi sue contro il cognato, ma dichiarare soltanto, che col salire il trono di Napoli egli avea cessato di tenersi per un luogotenente dell'imperatore dei Francesi, ed erasi fatto italiano, e come principe italico voleva difendere la propria patria contro una novella invasione. Un suo accordo a tal uopo col principe Eugenio; l'uso fatto dall'uno e dall'altro delle loro forze congiunte per custodire i passi dell'Alpi; l'aperta chiamata fatta da loro pel concorso dell'Italia intiera alla difesa della causa italiana, ecco quel tanto che doveasi fare, e che ai due membri della famiglia imperiale, fra' quali era allora diviso l'imperio della Penisola, avrebbe fruttato la gratitudine e la devozione della massima parte degl'Italiani, ed una splendida condizione, e la reverenza di tutta quanta l'Europa. Ho detto già che Murat aveva inteso i dettami dei fatti accaduti, ma debbo aggiugnere che inteseli solo imperfettamente. Imperciocchè, se avvidesi esservi per lui in Italia un cómpito da eseguire, se addiedesi che l'ostinarsi a cadere con l'imperatore, per ciò solo che l'imperatore cadeva, era sciocchezza, anzi che fedeltà, andò poi errato grandemente nella scelta di un appoggio. Da vero soldato qual era, Murat non vedeva altro che l'esercito, cioè le truppe imperiali dall'un canto, e quelle delle potenze alleate dall'altro; e perchè le prime cancellavano, ne trasse ch'era forza volgersi alle seconde e riunirsi con esse. Quant'è alla Italia, non pareva essa altro a Murat che una sedia sulla quale desiderava sedersi egli stesso, e non già un corpo animato, una nazione investita del dritto e della facoltà di determinare il proprio destino. Tenendo ad accordi colle potenze alleate, Murat incorse la taccia d'essersi collegato coi nemici del suo cognato e del suo signore, e in vece di farsi il capo d'un partito ragguardevolissimo, che solo sarebbe stato degno del nome di partito italico, videsi fatto seguace di quella cieca fazione che si aspettava dalla grandezza di una delle potenze confederate il ritorno dell'età dell'oro.
Il principe Eugenio poi non dava rêtta ad altro che a' consigli d'una fedeltà affatto cavalleresca. Egli non si era mai anzi tenuto per altro che per un luogotenente dell'imperatore, e non aveva governata altrimenti l'Italia, che come una provincia dell'ampio impero francese. Ciò appunto aveagli alienato gli animi della massima parte degl'Italiani; ma per altra parte è debito di giustizia il dire che quel suo affetto alla Francia ed all'imperatore non si dileguò nemmeno di poi che la Francia fu invasa e l'imperatore balzato dal trono. Fintanto che la proposta di separarsi dall'imperatore e di stabilirsi in Italia, a lui giunse dal canto delle potenze alleate per mezzo del re di Baviera, suo suocero, il principe Eugenio sempre la ributtò. L'esempio di Murat preoccupavagli e angosciavagli l'animo. Ma non lo vinse. Però egli pure tenea per nulla l'Italia, e quando venne il giorno in cui diliberossi di farla sostegno a sè medesimo, era già troppo tardi e l'Italia aveala rotta affatto con lui. Avrò più sotto occasione di parlare delle disposizioni personali del principe Eugenio; e qui mi basta indicare i motivi che indussero i partigiani dell'independenza assoluta dell'Italia a volgersi verso Murat, e contro Eugenio. Il generale di divisione Pino e il crocchio militare che gli si stringeva attorno, dandosi l'aria d'un partito, e ch'era composto degli amici, dei congiunti e degli aiutanti di campo del generale stesso, non che il conte Luino, capo della direzione generale di polizia, e il generale Giuseppe Lecchi, si erano indettati col re di Napoli. Vedesi dalla prima qual potente alleato fossesi procurato il partito muratiano, tirando dalla sua il direttore della polizia. Imperocchè la polizia imperiale aveva gran parte nella condotta della cosa pubblica; lo spionaggio largamente spaziava; il segreto delle private corrispondenze era violato senza scrupolo; e le precauzioni ingiunte alla polizia e i mezzi ond'essa disponeva doveano indurre in timore che nulla di quanto riguardava lo Stato potesse ad essa rimanere lungo tempo celato. Ora che cosa doveva accadere quando il capo stesso della polizia era egli pure complice di una cospirazione? Doveva, giusta ogni probabilità, avvenire che la cospirazione ottenesse il suo intento; perciocchè l'indole stessa degli uffici affidati al capo della polizia richiedeva che la potestà di questo ufficiale fosse assoluta e disciolta da ogni sopravegghianza, o, per dirla in più precisi termini, che i suoi andamenti e la sua condotta rimanessero celati alla vista di tutti. Mi si risponderà per avventura, che il partito muratiano non potè conseguire l'intento suo, ad onta della cooperazione del capo della polizia; ma io farommi ad esporre più sotto le cagioni che vi si opposero, e dirò intanto, che questo partito dovea, per seguire l'intendimento degli stessi suoi capi, nulla tentare a Milano se non contro il governo del vicerè. Questo partito, simile in ciò a tutti gli altri che ferveano allora in Italia (tranne, ben inteso, il partito francese), indirizzava i suoi sforzi contro la potenza di già vacillante dell'imperatore e dei suoi luogotenenti. Tutti volevano aspettare il giorno dopo la vittoria per ravvisarsi, numerarsi, dividersi, combattersi, perseguitarsi e spegnersi vicendevolmente. Ben sapevano i partigiani dell'Austria che, atterrato il governo esistente, non si frammetterebbe più ostacolo tra l'esercito austriaco e Milano; e i partigiani di Murat si teneano certi dal canto loro, che, non appena fossesi avverata la rimozione e la ritirata del vicerè, il re di Napoli, accorrendo a marcia sforzata, avrebbe occupata la Lombardia, prima che gli eserciti delle potenze alleate avessero fatto alcun passo. Un terzo partito, di cui entrerò fra poco a parlare, voleva esso pure, ed anzi tutto, la caduta dell'ordine stabilito.
La Francia, o, per meglio dire, l'imperatore, e più ancora il vicerè avevano essi pure i loro partigiani, i quali, benchè uniti per la difesa d'una stessa causa, erano però mossi da diversi motivi. La massima parte dell'esercito aderiva pur sempre al suo capo, perchè questo capo avealo spesso condotto alla vittoria, perchè il reggimento imperiale era un reggimento militare, perchè i prìncipi locati dall'imperatore sui varii troni dell'Europa, ed anzi l'imperatore stesso, non eran altro che soldati saliti da basso in alto grado; il che dava ad ogni soldato una segreta speranza di grande avanzamento. L'esercito e il principe Eugenio erano stretti fra loro da quell'invisibile vincolo onde sono stretti gli uomini che hanno insieme tentato grandi fatti, e durato stenti, fatiche e pericoli. Camerati ei sono, e questo titolo è più sacro talvolta, che non sia quello di amico. Avea pure il vicerè alcuni partigiani fra i membri dell'amministrazione, e quelli in ispezieltà che appartenevano all'antico ducato di Modena e Reggio. Gli abitatori di quella provincia d'Italia, gente svegliata ed operosa, perspicace e risoluta, eransi mostrati, fin dai princìpi della potenza napoleonica, caldi fautori delle novelle idee che la rivoluzione francese portava inscritte nei suoi vessilli. Giustamente pregiati dall'imperatore, che travedere seppe, frammezzo alla effervescenza delle passioni liberali, il pratico senno ond'essi erano copiosamente forniti, e chiamati nei consigli imperiali, concorsero efficacemente i Modenesi alla creazione di quel codice che forma per avventura oggidì il più bel titolo per cui l'imperatore debba essere con grata ricordanza onorato dalla posterità. Lo scambievole affetto dei Modenesi e del governo franco-italico fu poi in seguito sempre fomentato da meriti e rimeriti; talmente che, in occasione delle turbolenze insorte nella seconda metà dell'aprile del 1814, i membri della così detta fazione estense furono quelli che con maggior calore sostennero fino agli ultimi istanti il principe di già vinto.
Meriterei la taccia d'ingiusto inverso alla mia patria se non confessassi che il partito eugeniano non constava già solo di militari devoti per istinto ai loro capi, a quella guisa che il cane al padrone, di ufficiali del governo, ed in ispezieltà di ufficiali modenesi. Eranvi, eranvi certamente uomini prescienti del prossimo avvenire, i quali, veggendosi presi di mezzo tra la potenza imperiale tentennante, e quella floridissima degli alleati, e volendo sfuggire alle strette della prima, del pari che a quelle della seconda, e perciò conoscendo il bisogno imperioso di reggersi da sè medesimi, temevano sopra ogni cosa quella diminuzione delle forze italiane che potea provenire dal porle in opera intestinamente, e quell'indebolimento dei vincoli che stringevano ancora la nazione italiana, il quale dovea derivare dalla introduzione di mutamenti nella costituzione dello Stato. Eranvi, certo, uomini di tal fatta, ed io ne conobbi parecchi, i quali dicevano: «La nostra presente condizione non è beata, e siamo vogliosi di migliorarla; ma per ottenere l'intento è forza accordarci con potentati che non potrebber vedere di buon occhio le nostre riforme. Ci troviamo perciò in grado di dover esigere date condizioni in ricompenso dell'appoggio che daremo a questo, anzichè a quell'altro sovrano. Ma qual è di loro cui sia più necessario il nostro appoggio, e che perciò più volonterosamente si adatterà alle riforme chiestegli da noi in iscambio? Non è egli il più debole? Ecchè? Dobbiamo ottener grandi concessioni, e ci faremo a chiederle al più forte, a quello che può agevolmente far senza di noi? Sarebbe questa una vera mattía, perciocchè, se imponesi la legge al debole, il forte l'impone egli stesso».