Entro ai mille dugento sessant'anni
Guerra non più, non turbini, non danni.
Chè, tocco il Grifo da mortal bipenne.
Gioco del vento ne saran le penne.
Sino a che punto si siano verificati i suesposti presagi, molti hanno potuto vederlo; ed anch'io l'ho veduto e n'ho udito ragionare, ed entro la mia mente ci ho studiato sopra molto a fondo, e so che si sono avverati, ad eccezione di pochi; p. e. che Federico, in generale, non fu il martello del mondo quantunque molto di male abbia fatto. Nè la nave di Pietro naufragò, se per avventura non vogliasi alludere alla lunga vacanza della sede pontificia avvenuta, per discordia tra i Cardinali. Ma che poi entro il 1260 tutti i turbini che sconvolgevano il mondo avrebbero sedate le loro ire, non s'è verificato punto, come pare, da qualunque parte si guardi; perocchè tuttora infuriano guerre, discordie e maledizioni sotto ogni plaga di cielo. Tuttavia nel 1260 cominciò la divozione dei flagellanti, e gli uomini si rappaciavano reciprocamente, e smorzavano le ire, e si faceva molto di bene, come ho visto io co' miei occhi. Or resta da dire chi fossero coloro che ebbero signoria in Lombardia ed in Romagna. In Piemonte il Marchese di Monferrato; a Vercelli, Pietro Becherio; a Milano, Napoleone Dalla Torre e Tassone suo figlio; in Alessandria, Lanzavecchia; a Piacenza, Uberto d'Iniquità; a Parma, per il partito della Chiesa, Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Papa Innocenzo VI, (ebbe per moglie una sorella del detto Papa, ed era un bellissimo Principe); per il partito imperiale, Bertolo Tavernieri. In seguito poi dominò in Parma Ghiberto da Gente molti anni, ed era cittadino Parmense, che ebbe anche Reggio sotto la sua signoria. In Reggio, per il partito della Chiesa, Ugo De' Roberti; per gli imperiali, Guido da Sesso e Re Enzo figlio di Federico; in Modena, Giacomino Rangone e Manfredo da Sassuolo, ossia da Rosa, suo nipote, per la parte della Chiesa; per la parte dell'Impero, i Pio, Lanfranco e Gherardino; in Cremona, Uberto Marchese Pallavicino, e Boso di Dovaria signoreggiarono lungamente, e diedero il bando a molti cittadini, e ridussero al nulla molte famiglie; e tennero sempre viva una grossa guerra, e danneggiarono molto gli altri, ma alla lor volta ne ricevettero anch'eglino a usura il ricambio; a Mantova, Pinamonte, cittadino mantovano, che dominò lungamente e duramente; a Ferrara, Salinguerra; dopo il quale, Azzone Marchese d'Este; e dopo questo, Obizzo figlio di Rainaldo, che era figlio del predetto Azzone, morto in una prigione della Puglia, ostaggio dell'Imperatore. Quest'Obizzo poi era figlio di una ignota napoletana e di Rainaldo figlio del prenominato Azzone, e fu portato ancor fanciullo dalla Puglia, ed io ne sono testimonio oculare, e fu uomo magnanimo ma non buono, e commise non poche iniquità. Espulse da Ferrara i Fontana, che lo avevano sublimato, e signoreggiò lungo tempo con una durezza, che era fuor d'ogni misura. La città di Ferrara era di pertinenza della Chiesa, come ho udito io dalle labbra di Innocenzo IV, quando predicava al popolo Ferrarese; ma siccome i Marchesi d'Este sono stati ab antico sempre amici della Chiesa romana, perciò la Chiesa li appoggia e lascia che ne abbiano in loro mano il dominio. A Treviso signoreggiò a lungo Alberico da Romano, la cui Signoria, come ben se lo sanno coloro che la sperimentarono, fu durissima e crudele. Questi fu veramente un membro del diavolo e figlio dell'iniquità, ma finirono malamente egli, la moglie, i figli e le figlie. Perocchè i loro uccisori divelsero le gambe e le braccia dal corpo di que' bambini ancor vivi, e sotto gli occhi dei loro genitori, per usarne a schiaffeggiare la faccia del padre e della madre loro; e poscia legarono la madre e le figlie ad un palo, e le abbruciarono, quantunque esse fossero nobili, e le più belle ragazze del mondo, ed innocenti, e, per odio al padre e alla madre, non la perdonarono nè all'innocenza nè alla leggiadria loro. E in vero i loro genitori avevano con terrore orribile afflitti e tormentati i Trivigiani. Laonde accorrevano essi in piazza frementi contro Alberico, e vivo ancora, ogni cittadino colla tanaglia gli stracciava un boccone delle carni; e così tra ludibri, vituperi e tormenti, ne scarnificarono il corpo. Perocchè a chi aveva tolto di mezzo un consanguineo, a chi il fratello, a questo aveva morto il padre, a quello un figlio, e imponeva tributi e multe così gravi e così di frequente, da essere ridotti a distruggere le loro case, ed imbarcarne i mattoni, le asse, i mobili, le botti, i bigonci e mandarli a vendere a Ferrara per far denaro, pagare, e riscattarsi. Queste cose sono accadute sotto i miei occhi. E, per poterle fare con più sicurezza, simulava di essere in guerra con Ezzelino da Romano suo fratello. E non risparmiava ai cittadini suoi sudditi neppure la vita. E in un sol giorno ne fece impiccare venticinque de' notabili di Treviso, senza che gli avessero fatto in nulla nè sfregio, nè danno; ma se li tolse di sotto gli occhi mandandoli brutalmente al patibolo per timore che gli potessero nuocere. E fece trascinare trenta nobili donne, madri, o mogli, o figlie, o sorelle di loro, perchè li vedessero ad impiccare, e perchè eglino avessero sotto gli occhi chi ne avrebbe fatta più straziante la morte. Aveva anche comandato che a quelle donne fosse tagliato il naso; ma per istratagemma di un tale[160] che in quell'occasione fece credere spurio un suo figlio, sebbene realmente non lo fosse, fu ritirato l'ordine; invece però furon tagliate loro le vesti, all'altezza delle mammelle, sicchè tutto il corpo restò nudo, e in quello stato le videro que' loro cari che dovevano salire sul patibolo; e furono sospesi a studio così vicino a terra, che fosse possibile forzar quelle donne a passar tra le gambe de' loro cari, i quali mentre esse passavano, per non essere ancora spenti gli ultimi spiriti vitali, battevano loro il volto co' piedi e colle tibie, che ancora si contraevano: ed esse vivevano nello strazio e nello schianto del cuore in mezzo a tanto atroce ludibrio. Nè spettacolo di più feroce brutalità fu mai veduto nè udito. Poscia, che nulla bastava a sbramare tanta ferocia, le fece trasportare di là dal Sile[161], e andassero dove volessero. Elle allora di quel po' di veste, che restava attorno alle mammelle, composero un qualche cosa da velare le pudende, e tutta la giornata vagarono per quindici miglia di una landa deserta tra spine, triboli, ortiche, lappoli, ronchi, e carzeti pungenti; e camminando scalze, e a corpo nudo, le martoriava anche il morso e il pungiglione di molti insetti; e andavano piangendo, e n'avevan ben d'onde, chè al resto si aggiunse che nulla avevano di che cibarsi se non del proprio pianto. Ah! quale colmo di miseria, o Dio! Volgi a loro il tuo benigno sguardo, e vedi. Alla tua misericordia tocca prestare soccorso; la tua misericordia sola può essere pronta, presente ad aiutarle. Io le ho vedute quelle figlie del dolore, le ho vedute riservate, per aver consolazione, alla tua destra pietosa; le ho vedute a te solo abbandonate; chè è ben necessario che provegga la potenza divina, ove manca ogni provvidenza umana. Questo si mostrò palese in Susanna......... Ma ritorniamo alla storia. Arrivarono lo stesso giorno alla laguna di Venezia ad ora già tarda; ed ecco che videro subito un pescatore, solo nella sua barchetta, e lo chiamarono che s'avvicinasse a loro. Ma egli, credendo che le apparenze che aveva in lontano davanti agli occhi fossero ombre, o fantasmi del demonio, oppure mostri marini usciti al lido, se ne spaventò, e inorridì. Ma poi per ispirazione divina, e per la loro insistenza, s'andò avvicinando. E, dopo che esse gli ebbero narrata per punto la loro dolorosa istoria e sventura, egli sclamò: Voi mi avete straziata l'anima; ed io non vi abbandonerò mai, finchè la provvidenza divina non vi abbia procacciato di meglio. Ma siccome questa mia barchetta peschereccia è tanto angusta che appena ve ne sta una, vi traghetterò ad una, ad una, sicchè vi trasporterò tutte, e vi collocherò in un isolotto che si va ora formando, ove però la terra è già soda, perchè se stanotte restaste qui al lido, sareste preda de' lupi. Domani poi per tempissimo, provveduto di barca più capace, vi porterò e collocherò nella chiesa di S. Marco, ove spero che Dio rivolgerà sopra di voi lo sguardo della sua misericordia. Che più? Dopo dunque che le ebbe trasportate tutte, tranne una, quell'ultima la condusse alla sua casa da pescatore, ove le apprestò buona mensa, e la trattò con bontà di cuore, cortesia, umanità, amorevolezza ed onestà. L'indomani, pronto adempì la promessa. E condottele nella chiesa di S. Marco, si presentò al Cardinale della Corte romana Ottaviano, Legato in Lombardia, che allora si trovava a Venezia; gli narrò tutta la storia di queste donne, tutte le loro sventure, e gli disse dov'erano. Udita questa cosa, il Cardinale volò subito a loro, le servì di una refezione; e fece bandir voce per la città, che subito, in fretta, senz'indugio di sorta, tutti, uomini, donne, piccoli e adulti, garzoni e donzelle, vecchi e ragazzi, tutti accorressero a S. Marco, che udirebbero cosa non mai più udita, e farebbe loro vedere spettacolo non mai più veduto. E, più presto che non si dice, tutta Venezia si trovò stivata in Piazza S. Marco, e udirono narrarsi tutta la inumana istoria; e dopo averla narrata, fece venire quelle donne così malconcie e nude, come aveva saputo malconciarle la efferatezza del maledetto di Alberico. Ed il Cardinale volle questa scena per irritare più vivamente i Veneziani contro di lui, e destare negli animi maggior compassione per loro. Quando i Veneziani ne ebbero udita la storia, e vedute le donne così nude, ad alte grida sclamarono: Morte, morte a quel maledetto; bruci vivo colla sua consorte; e tutta la sua progenie sia estirpata. A questo punto il Cardinale soggiunse: La divina Scrittura....... E tutti gridarono: Si faccia, si faccia. Poscia, secondando il desiderio di tutta la città, bandì una crociata contro quella maledizione di Alberico; e che chiunque vi prendesse parte, e andasse, o mandasse in vece sua altra persona a proprie spese per sterminarlo, avrebbe piena indulgenza de' proprii peccati. La quale indulgenza data a tutti, egli pienamente la confermò coll'autorità di Dio onnipotente, e dei beati Apostoli Pietro e Paolo, non che della Legazione conferitagli dalla sede Apostolica. Tutti dunque s'infiammarono, e presero parte alla crociata, giovani, vecchi, uomini, donne, sovreccitati dalla allocuzione del Cardinale, che era persona di alto merito e di sì elevato ufficio rivestito; dalle atrocità di quel maledetto di Alberico; dalla condanna a morte di que' nobili ed innocenti cittadini; dalla pietà che facevano quelle donne, che avevano ancora sotto gli occhi turpemente malconcie; e dalla promessa indulgenza che andavano ad acquistarsi. Il Cardinale Legato per isvegliare ne' Veneziani più risoluto furore, si valse anche dell'esempio della moglie del Levita, della morte, e vitupero, e abuso della quale il popolo ebraico, per volere di Dio, prese sì aspra vendetta, che ne rimase distrutta una tribù quasi intera. Corsero dunque unanimi contro di lui; molto lo danneggiarono, ma non lo ridussero a completo sterminio. Però non molto tempo dopo questa crociata, fu sterminato con tutta la sua famiglia, e soffrì i ludibrii, i tormenti e gli strazii, di cui è parlato più sopra. E ne fu ben degno. Perocchè un dì che aveva smarrito un suo sparviero, trovandosi all'aperto, calò le brache, e mostrò il culo a Dio per oltraggio, insulto ed irrisione, credendo con ciò di vendicarsi contro Dio; e quando fu a casa cacò sull'altare, precisamente in quello spazio ove si consacra il corpo del Signore. Sua moglie poi dava delle puttane e delle meretrici alle matrone e nobili donne. Nè mai il marito ne la rimproverò; che anzi essa lo faceva per fidanza che aveva del consenziente marito. Perciò meritamente di loro si vendicarono i Trevigiani. Dopo la allocuzione, che ebbe fatta ai Veneziani, il Cardinale raccomandò loro quelle donne come sè stesso; ed essi di buon grado e con larga liberalità le provvidero di vitto e di vestito. A quell'uomo poi, per cui stratagemma quelle donne non ebbero mozzo il naso, i Trevigiani perdonarono, e gli lasciarono la vita, anzi lo beneficarono assai, chè ben lo meritava, perchè spesso aveva distolto Alberico e i suoi da molte tristizie, di cui avevano concepito il pensiero. Nell'altra Marca poi signoreggiò Ezzelino, fratello di questo Alberico, come anche in Padova, Vicenza e Verona. Fu costui un membro del diavolo e figlio dell'iniquità; e un giorno nel campo di S. Giorgio in Verona, dove talvolta io sono andato, fece bruciare undicimila Padovani in un ampio edifizio, nel quale li teneva a' ceppi in carcere; e mentre bruciavano, faceva, cantando attorno a loro, un torneo co' suoi cavalieri. Veramente fu egli il peggior uomo che si trovasse sulla faccia della terra; nè un sì pessimo credo siavi mai stato dal principio del mondo sino a noi. Tutti tremavano al suo cospetto, come trema un giunco nell'acqua corrente. E n'avevano ben d'onde; poichè chi era vivo oggi, non era al sicuro d'esserlo ancora all'indomani. Per piacere ad Ezzelino, si era arrivati al punto che un padre cercava la morte d'un figlio, un figlio quella del padre, o d'altro parente; e sterminò tutti i maggiorenti, i migliori, i più potenti, i più ricchi e i più nobili della Marca Trivigiana. Castrava le mogli altrui, e co' figli e colle figlie le cacciava in prigione, e ve le lasciava morire di fame e di dolore. Fece trarre a morte molti religiosi, e molti li tenne lungamente nelle carceri, tanto dell'Ordine dei frati Minori e Predicatori, che d'altri Ordini....... Pari a lui per feroce atrocità non furono nè Decio, nè Nerone, nè Diocleziano, nè Massimiano; e nemmeno Erode ed Antioco, che furono i più crudeli mostri del mondo. Veramente questi due fratelli furono due demonii, per ciascun de' quali io potrei scrivere un grosso volume, se avessi tempo, e non mi mancasse la pergamena. Alberico però sul punto di morte fu tocco dal pentimento; nel che si mostrò grandissima la misericordia di Dio, stendendo in morte le braccia anche a uomo tanto brutale; ma Ezzelino non s'è mai convertito a Dio. Ad Ezzelino successe nella Signoria di Verona un tal Mastino, Veronese, che fu poi ucciso da assassini. E il Conte di S. Bonifacio, a cui era devoluta la Signoria di Verona, andava vagando pel mondo, come io ho veduto; ed era tutto del partito della Chiesa, buon uomo, santo, saggio, onesto, d'animo forte, prode dell'armi e dotto nell'arte della guerra. Suo padre aveva nome Guicciardo, egli Lodovico, e il figlio maggiore, Vinciguerra. A Rimini signoreggiò il Malatesta, che s'attenne sempre fidissimo al partito della Chiesa. La Signoria di Forlì la ebbe in mano il Conte Guido da Montefeltro, che era un battagliero possente e dotto nell'arte della guerra, e non poche vittorie sui Bolognesi, che parteggiavano per la Chiesa, riportò, quand'ebbe a trovarsi loro di fronte. Molti anni in tempo di grossa guerra tenne la Signoria di Forlì, ma in fine si esaurirono le forze sue e de' Forlivesi, quando Papa Martino IV si intromise in quella lotta con pertinace ed irremovibile proponimento di entrare vittorioso in quella città. Per cui, venuto Legato in Romagna Bernardo Cardinale della Corte romana, ed i Forlivesi datisi a lui, mandò a confino il Conte Guido di Montefeltro, prima a Chioggia, poi in Lombardia, ad Asti, ed obbedì sommessamente. A Ravenna dominò, di parte della Chiesa, Paolo Traversari, nobiluomo, ricco, potente e saggio; di parte dell'Impero, un certo Anastasio. Poi, dopo Paolo Traversari, dominò in Ravenna Tomaso Fogliari di Reggio, fatto da Papa Innocenzo IV Conte delle Romagne, perchè era suo parente; ed ebbe moglie una nipote di Paolo Traversari, figlia d'un figlio, di nome Traversaria, legittimata dal Papa perchè potesse ereditare. La sposò poi, dopo la morte di Tomaso, Stefano, figlio del Re d'Ungheria, che assunse la Signoria di Ravenna. Dopo la morte di lui venne di Puglia un certo Guglielmotto, che conduceva seco una donna, e diceva che era sua moglie e figlia di Paolo Traversari Ravennate, la quale era in Puglia come ostaggio dell'Imperatore. E signoreggiò molti anni, ed ebbe integralmente tutte le possessioni di Paolo Traversari: ma fu creduto che tutto fosse un'ingannevole e frodolenta finzione sì dell'uomo che della donna. Ma non era di parte della Chiesa, e quindi fu espulso in una colla moglie da Ravenna, e spogliato di tutti i beni, che aveva occupato. A Faenza signoreggiarono gli Alberghetti, chiamati anche Manfredi, di parte della Chiesa, principale de' quali Ugolino Buzola, e suo figlio, frate Alberico dell'Ordine dei Gaudenti; di parte dell'Impero, signoreggiò Accarisio e suo figlio Guido di Accarisio. Il partito poi della Chiesa in Faenza prendeva nome dai Zambrasi, e non erano che in due di quella famiglia, cioè frate Zambrasino, che fu, ed è, dell'Ordine de' frati Gaudenti, e Tebaldello di lui fratello illegittimo, che godeva molta stima, essendo uomo forte, bello, ed anche ricco, perchè Zambrasino, unico erede, quale figlio solo legittimo, volle dividere con lui a parti eguali il patrimonio paterno. Costui fu due volte traditore della sua città di Faenza. La prima volta la pose in mano ai Forlivesi, e in quel tempo abitava io appunto a Forlì; la seconda, restituilla alla Chiesa; ma poco dopo morì nella fossa della città, affogato col suo cavallo e molte altre persone. In Imola, i principali partigiani della Chiesa erano i Nurduli; e capo del partito imperiale, Ugucione dei Binicli, cui Re Carlo fece prigioniero nella guerra contro il Principe Manfredi, e gli fece tagliar la testa. A lui succedette in Imola suo fratello Giovanni de' Binicli; ma nella parte montuosa della provincia signoreggiava Pietro Pagano, di parte imperiale, e risiedeva in un castello, che si chiamava Susinana[162]; ed era personaggio magnanimo, di singolare reputazione e rinomanza, e dotto nell'arte della guerra. Aveva moglie una buona donna di nome Diana, ed una buona sorella di nome Galla Placidia, che erano ambedue mie divote. In Alconio signoreggiava il Conte Bernardo, magnifico Signore e potente, partigiano della Chiesa. Il Conte Rugiero di Bagnacavallo, di parte imperiale, dominava in Ravenna; ed era sagace, furbo, astuto, ed una volpe frodolenta e di tutti i colori. Questi fu mio famigliare; aveva una figlia unica, nè ebbe maschi, e in sul morire disse che la voleva maritare con uno che sostenesse risolutamente gli imperiali. E frate Gherardino Gualengo avendogli detto che quello non era tempo di scherzare, rispose: Perchè? Non sono io un uomo? Ed il frate di rimando: Voi siete bene un uomo; ma in punto di morte dovete perdonare a tutti, nè parteggiare per nessuno, ma pensare solo a Dio, come dice il Profeta: O Signore, parte della mia eredità, e del mio calice; tu sei quello che restituirà a me la mia eredità. Parimente in Romagna, di parte dell'Impero, fu grande il Conte Taddeo Boncompagni. Questi era avanti in età, ed entrò nell'Ordine de' frati Minori. Anche Giacomo di Bernardo parteggiò un tempo per l'Impero; ma dopo che l'Imperatore fece tagliare la testa al figlio di lui, passò al partito della Chiesa, e poi si fece frate dell'Ordine de' Minori. E tanto in Romagna che in Lombardia molti ve ne furono di nobili e potenti, sì di parte della Chiesa che dell'Impero, che sarebbero degni di essere ricordati, se fossero stati buoni e amanti di Dio, e di sè stessi. Così in Bologna per la Chiesa hanno signoreggiato i Geremei; e per l'Impero i Lambertazzi, tra' quali fu principale Castellano di Andalò, che poi morì miseramente, perchè i Bolognesi partigiani della Chiesa, in occasione di una guerra intestina, lo presero e lo cacciarono tra ceppi nelle carceri del palazzo del Comune. Ed i Geremei espulsero da Bologna i Lambertazzi, che andarono in quel tempo a dimorare a Faenza; d'onde furono poi cacciati, quando Tebaldello la rimise in mano al partito della Chiesa. Questa città, cioè Bologna, fu l'ultima a bere il calice dell'ira di Dio, e ne ingollò fino alla feccia, affinchè, restando illesa, non si vantasse di essere sempre stata giusta e non insultasse alle altre città, che avevano già trangugiato il calice dell'ira, anzi del furore dello sdegno di Dio; giacchè dentro di essa vi erano assassini, nè si imponeva a loro.......... In Cremona, que' che parteggiavano per la Chiesa si chiamavano Cappellini, o Cappelletti; que' che tenevano per l'Impero, si nominavano Barbarasi. Ho letto più volte, cioè nè una nè due soltanto, nel pontificale di Ravenna: Verranno i Barbarasi; incrudeliranno assai; ed è incerto se si abbia da riferire ai presenti, o ai futuri. Tuttavia i presenti incrudelirono assai quando chiamarono l'Imperatore in Lombardia ed a Cremona, e da Cremona espulsero quelli che tenevano le parti della Chiesa; e l'Imperatore col loro aiuto tenne viva in Lombardia una lunga guerra. Di che si moltiplicarono i mali sulla terra; nè è finita ancora, nè parne vicina la fine. In Parma, dopo la distruzione di Vittoria e la fuga dell'Imperatore, chiunque non aderiva saldamente al partito della Chiesa si chiamava di Malafucina, cioè di cattiva fabbrica, così detti perchè spacciavano monete false; ma siccome v'ha differenza da bue a bue, così si conosceva......... Parimente quelli che tenevano allora le parti dell'Impero non potevano ristarsi dal parlare del proprio partito, e così si conoscevano da ciò che dicevano.
In processo di tempo poi que' Parmigiani del partito imperiale, che risiedevano a Borgo S. Donnino, pregarono i loro concittadini di parte della Chiesa che per amore di Dio, e della beata Vergine gloriosa, li accogliessero in città, poichè, essendo morto l'Imperatore, desideravano riamicarsi con loro. E di fatto si rappaciarono, e furono ammessi in città, come ho veduto io co' miei occhi; ma quando videro le loro case atterrate (si noti che eglino altrettanto avevano fatto ai partigiani della Chiesa, allora che anch'essi furono espulsi) cominciarono a voler contendere, trattar da pari a pari, e insultare il partito della Chiesa. Di più, sapendo che Uberto Pallavicini aveva in mano il dominio di Cremona e di molte altre città, si proposero di farlo Signore anche di Parma. A che Uberto aspirava ed ogni sua cura rivolgeva, e volevano mandare in bando sino all'ultimo tutti i partigiani della Chiesa, e ridurli siffattamente al nulla che non potessero mai più ripor piede nella loro città. La quale trama venuta a conoscenza de' Parmigiani, cominciarono a tremare come giunchi nell'acqua, ed a nascondere le cose che s'avevano più care. Ed io pure nascosi i miei libri, poichè in quel tempo io dimorava a Parma; e molti Parmigiani del partito della Chiesa si preparavano già a partire spontaneamente da Parma, prima che il Pallavicino, arrivando, li incogliesse nella rete, rapisse loro ogni bene, e li costringesse di forza al bando. Quando dunque cominciò a diffondersi in Parma la voce che il Pallavicino era sulle mosse per arrivare, e d'altronde si vedeva che il suo arrivo non era poi lì lì per effettuarsi, (ed il ritardo derivava da ciò, che egli s'era deliberato di impadronirsi prima di Colorno e di Borgo S. Donnino, come realmente fece; sia per entrare in Parma con maggiore trionfo; sia, perchè, occupate quelle due posizioni, i Parmigiani parteggianti per la Chiesa, che avessero voluto fuggire, non avrebbero saputo da che parte voltarsi; e così avrebbero essi ricevuto scacco matto, essi che s'erano allevato il serpente in seno) ecco d'improvviso sorgere un uomo, che abitava in Parma in Cò di Ponte, tra la chiesa di Santa Cecilia, e Santa Maria dell'Ordine de' Templarii[163]. Costui era un sartore, e si chiamava Giovanni Barisello, ed era figlio d'un contadino della famiglia Tebaldi, di que' contadini che i Parmigiani chiamano mezzadri. E, presa in mano una croce e il libro de' Vangeli, andò girando per la città alle case di coloro, che passavano per imperiali, e si sospettava volessero a tradigione consegnar Parma al Pallavicino, e li faceva giurare di obbedire alle leggi del Papa e aderire al partito della Chiesa. Egli aveva seguaci un cinquecento uomini in armi, che l'avevano fatto loro Capitano, e lo seguivano come fosse un principe o un condottiero. E molti degli imperiali giurarono di essere ossequenti alle leggi del sommo romano Pontefice, e di aderire al partito della Chiesa; parte de' quali lo fecero con sincerità, e parte per il timore, che li incoglieva, al vedersi tanta gente armata alla porta della casa. Quelli poi che non avevano l'animo disposto a quel giuramento, alla chetichella se n'uscivano di Parma, e andavano a dimorare in Borgo S. Donnino. Ed ogni volta che bolliva in Parma discordia tra cittadini, chi fuggiva trovava sempre quel castello aperto; ed i Borghigiani esultavano sempre delle discordie che s'accendevano in Parma, e l'esultanza loro sarebbe stata maggiore se l'avessero veduta rasa al suolo. I Borghigiani difatto non hanno mai guardata di buon occhio la città di Parma; anzi, quando Parma era in guerra, in Borgo S. Donnino si raccoglievano tutti gli assassini di Lombardia, ove erano di buon grado ospitati, per far danno e vergogna a Parma. Eppure i Parmigiani avevano fatto ai Borghigiani i seguenti benefici, come ho visto io co' miei occhi, chè ivi ho abitato un anno, cioè nel 1259: (In quell'anno l'Italia fu colpita da desolantissima morìa d'uomini e di donne, ed Ezzelino da Romano fu fatto prigioniero dai Cremonesi e da quelli de' loro alleati che si trovavano al campo). Il primo beneficio fu che ogni anno mandavano loro un Parmigiano per Rettore, o Podestà, e ne pagavano la metà dello stipendio. Secondo, che a partire dal Taro, che è distante da Parma cinque miglia, tutti gli abitanti potevano andare al mercato di Borgo S. Donnino senza opposizione alcuna da parte de' Parmigiani; e così Borgo S. Donnino aveva il concorso d'un territorio di dieci miglia, appartenente alla Diocesi di Parma: ed ai Parmigiani restava la sola estensione di cinque miglia. Terzo, che i Parmigiani accorrevano a loro difesa quando o i Piacentini, o i Cremonesi, o chicchè altri fosse, moveva loro guerra. Quarto, che quantunque in Borgo non vi fossero che due sole famiglie nobili, i Pinchilini ed i Verzoli, mentre le altre erano di popolani, o di ricchi campagnuoli, pure i Parmigiani non isdegnavano mandare ivi a marito le loro nobili donzelle; il che non era poco onore. Io credo d'averne vedute quivi di donne Parmigiane ben venti, che vestivano pelliccie di vaio[164], o stoffe di colore scarlatto. Ma i Borghigiani, nulla valendo per loro tanti benefici ricevuti, furono ingrati ai Parmigiani; epperciò questi, e a gran ragione, quando se ne presentò l'occasione opportuna, distrussero Borgo S. Donnino...... Girando dunque Giovanni Barisello per Parma a intimare di prendere giuramento alle persone sospette, arrivò alla casa di Rolando di Guido Bovi, che abitava in Cò di Ponte, nei pressi della Chiesa di S. Gervaso; e, chiamatolo fuori di casa, gli impose di giurare subito, senza indugio, e di abbracciare il partito della Chiesa, se volesse aver salva la vita, altrimenti partisse da Parma (Il prenominato milite Rolandino di Guido Bovi era di parte imperiale, e aveva avuto dall'Imperatore molte Podesterie). Or egli veduta tanta radunata di gente, che esigeva tale giuramento, e lo minacciava del bando, fece secondo il consiglio del Savio ne' Proverbii 22:º L'uomo avveduto vede il male e si nasconde; ma gli scempii passan oltre, e ne portano pena. Giurò dunque e disse: Giuro di stare ed obbedire agli ordini del romano Pontefice, e di aderire al partito della Chiesa per tutta la mia vita, a scorno di quel partito, di cui nessun altro più miserabile e più abbietto si trova sotto il padiglione del cielo. E voleva alludere al suo partito, cioè a quello degli imperiali, che lo avevano abbandonato, e lo lasciavano tanto vituperosamente conculcare dagli avversari. E gli ecclesiastici Parmigiani lo amarono...... Pertanto in quel tempo i Parmigiani vollero tentare la riconquista di Borgo S. Donnino, ma non ne vennero a capo, perchè il Pallavicino e que' Parmigiani di parte imperiale che erano profughi dalla città l'occuparono e lo tenevano sotto buona guardia. Quel castello era munito di forte muraglia, e cinto di ampie fosse, che si estendevano anche attorno al suburbio. Ma Colorno lo ripresero prestissimo, e molti imperiali vi caddero morti di spada, tra quali Francesco figlio di Giovanni Pucilesio, e Rolandino Gogo di Parma, e Manfredino da Cànoli[165] di Reggio, cui il Pallavicino aveva fatto Capitano. Questi era uno de' figli di Manfredo di Modena, ed era di persona tanto avvenente, che a pena l'avrebbe vinto in bellezza Assalonne figlio di Davide. Molti altri, e degni di essere ricordati, morirono, ma per ragione di brevità corro innanzi, e mi affretto a dir d'altro. Il Pallavicino perciò depose il pensiero di correre su Parma, perchè non lo poteva. La città aveva avuto sospetto degli intendimenti di lui, ne conosceva le astuzie e le malizie, e quindi si ebbe buona guardia; ed accadde al Pallavicino ciò che il Savio dice ne' Proverbii 26.º ecc. Giovanni Barisello fu il povero e saggio uomo che si trovò in Parma, e per virtù della sua saggezza si mantenne libera la città. Laonde i Parmigiani non gli furono ingrati, anzi riconobbero il beneficio ricevuto, e con molti favori lo ricambiarono. Ed anzi tutto, di povero che era, lo arricchirono; poi, gli diedero moglie una nobil donzella, che era de' Cornazzani; in terzo luogo, lo nominarono consigliere perpetuo, stantechè era fornito di molta grazia e attitudine naturale a fare concioni; finalmente gli concedettero facoltà di poter sempre fare adunata di gente in armi, di condurla seco, e di apporre alla compagnia il suo nome, purchè avesse per iscopo l'onore e l'utilità della città e del Comune di Parma. Questa compagnia di gente in armi ebbe vita di molti anni; ma un Modenese, che era Podestà di Parma, cioè Manfredino da Rosa[166], che si chiama anche da Sassuolo, come si chiama suo padre, per mostrarsi premuroso dell'onore de' Parmigiani, la sciolse, non piacendogli che i Parmigiani si denominassero da tal uomo e da tal nome. E tanto zelo provenne dall'amore che Parmigiani e Modenesi si hanno scambievole, intimo e caldo. Manfredino adunque ordinò che Giovanni Barisello attendesse a' fatti suoi, e a casa sua, e sciogliesse quella compagnia di uomini d'armi, e cessasse di farne pompa, perchè essendo egli Podestà di Parma, voleva governare la città a suo talento. E Barisello ubbidì sommessamente; e il giorno stesso, ripreso l'ago e il refe, tornò alla sua bottega, e ricominciò sotto gli occhi de' Parmigiani a cucire vestimenta..... Il padre del prenominato Podestà era un mio conoscente, e sua madre e sua moglie erano mie divote. Nulla ostante i Parmigiani usarono sempre deferenza a Giovanni Barisello, e fu sempre tenuto in considerazione, e mantenuta alta la sua reputazione. In processo di tempo poi Re Carlo, fratello del Re di Francia S. Lodovico, che andò oltremare al riscatto di Terra Santa, avendo udito che i Parmigiani erano prodi guerrieri e suoi amici, e sempre pronti ad aiutare la Chiesa, mandò invitandoli a formare, ad onore di Dio e della santa romana Chiesa, una compagnia che s'intitolasse dalla croce, a cui egli pure desiderava di essere ascritto; e bramava che in tale compagnia si fondessero tutte le altre che vi fossero in Parma, e che stessero sempre pronti a soccorrere la Chiesa ad ogni bisogno. Ed i Parmigiani annuirono, e, quella che si costituì, chiamossi la compagnia dei Crociati. Ed i Parmigiani, in fronte al quaderno che registrava i nomi degli ascritti, segnarono a lettere d'oro il nome di Re Carlo, proclamandolo loro Capitano, primicerio, principe, condottiero, compagno, Re e trionfatore magnifico. E se in Parma, chi non appartiene alla compagnia, offende alcuno di quelli che vi sono ascritti, questi accorrono subito, come fanno le api, a difesa del consocio, e si aiutano reciprocamente, e subito corrono alla casa dell'offensore e la smantellano radicalmente, sicchè non se ne vede più pietra su pietra. Laonde i cittadini non ascritti alla compagnia vivono in continua agitazione d'animo, e sono costretti o a starsene mogi, o ad inscriversi alla compagnia stessa. La quale perciò crebbe numerosissima. Ed ora i Parmigiani non sono più denominati da Giovanni Barisello, ma da Re Carlo, e dalla Croce di nostro Signore Gesù Cristo, a cui sia gloria e onore per i secoli de' secoli, e così sia.
E, giacchè la nostra penna scrive ancora di Parma, resta che parliamo dei Pallavicini. Eglino hanno il titolo di Marchesi, ed elessero per soggiorno il territorio di Parma e di Piacenza. Nella diocesi Piacentina, sui confini di quella di Parma, hanno due castelli, quello di Pellegrino[167], in cui abitò Uberto Pallavicini (che fu bell'uomo e sollazzevole e compositore di canzoni, e lasciò parecchi figli), e il castello di Scipione[168], presso Borgo S. Donnino, a cinque miglia. In questo castello abitò Manfredo, fratello germano del sunnominato Pallavicini, che fu padre di sette figli, quattro maschi e tre femmine, leggiadrissime donzelle, nobilmente maritate in varie parti del mondo. La moglie di lui, e madre di cotestoro, fu Clara dei Conti di Lomello[169], avvenentissima donna, saggissima e sollazzevole. Primogenito dei detti figli fu Guglielmo, bell'uomo e amante della quiete, come suo padre; restò sempre in concordia coi Parmigiani, e abitava in Parma. Moglie sua era Costanza di Azzone Marchese d'Este, nè da essa potè aver prole; ebbe altri due mariti, ma non figliò mai. Manfredo poi aveva un bel palazzo in Parma, ch'io ho veduto, presso la piazza del Comune, ove sorgeva una volta il palazzo de' Pagani; ma in tempo di guerra, i Parmigiani rasero al suolo l'uno e l'altro, ed i beccai vi eressero un macello. Ora....... vi è la piazza del Comune. Questo Manfredo fu uomo di pace e quasi religioso. Amava i religiosi e le loro Regole, e specialmente i frati Minori, e a tutti i conventi regalava in abbondanza il sale; essendochè possedeva, vicini al castello di Scipione, molti pozzi di acque salse, d'onde s'è arricchito e fatto grande. Il secondogenito era Enrico, guerriero dotto nell'arte, e credo che se fosse campato più a lungo, avrebbe ridotta sotto la sua dominazione tutta la Lombardia; giacchè si può dire di lui quello che de' Macabei ecc. Questa conquista la tentò un tempo anche il Marchese di Monferrato, che cadde poi ucciso nella guerra contro Re Carlo, combattendo egregiamente e coraggiosamente, come addetto, quale principe e condottiero, all'esercito di Manfredi, figlio di Federico Imperatore deposto. Il terzogenito fu Uberto, pari in tutto al precedente, sicchè quanto è detto a lode di quello, si può ripetere di questo[170]. E n'ebbe molte prove il Marchese Guglielmo di Monferrato, che non poteva mai uscire da' suoi fortilizii, perchè era in guerra con suo zio, Uberto Pallavicino, che allora signoreggiava in Cremona, e dava a questo suo nipote trecento militi spesati affinchè guerreggiasse validamente contro il Marchese di Monferrato. Causa di queste guerre erano le città di Alessandria e Tortona, di cui, ciascuno de' due Marchesi, voleva il dominio. Questi fu ucciso dai Piacentini presso il castello di Fiorenzuola[171], una volta che era andato a predare in su quel di Piacenza insieme ai Parmigiani di parte imperiale. E questa depredazione la faceva quantunque non vi fosse guerra tra lui e quelli a cui portava via la rapina fatta; ma finì col perdere il bottino, la battaglia e la vita. Quarto ed ultimo figlio di lui era Guidotto, che vive tuttora, ed è uno dei grandi della Corte di Spagna. Uberto Pallavicino dunque, che signoreggiò in Cremona, fu fratello germano dei sunnominati, cioè del Pallavicini da Pellegrino, e di Manfredo da Scipione. Egli ebbe due castelli nella diocesi di Piacenza, cioè Landasio[172] e Ghisaleggio[173]; ma siccome di costui abbiamo parlato abbastanza più sopra, qui non occorre parlarne. Fu di animo grande, e gonfiava la cupidigia sino a voler occupare tutto il mondo. Il padre di questi tre fu detto il Pallavicino, che ebbe due fratelli germani, cioè Marchesopolo e Rubino, che abitarono in Soragna, Villa fertile della diocesi di Parma, distante cinque miglia a settentrione di Borgo S. Donnino. Marchesopolo ebbe moglie una Borgognona, dalla quale non gli nacquero maschi, ma due sole femmine; alle quali la madre volle porre nomi presi dalla lingua del suo paese nativo, cioè Mabelon e Isabelon, che in lingua lombarda suonano Mabilia e Isabella. Il padre maritò la primogenita Mabilia, quando io era ancora nel secolo, cioè prima ch'io entrassi nell'Ordine de' frati Minori, l'anno 1238, e venne da Soragna a Parma, e ospitò nella casa di quei da Colorno, accanto alla Chiesa di S. Paolo. Le furono assegnate in dote mille lire imperiali, e sposò Azzone Marchese d'Este, che era buon uomo, cortese, umile, dolce, pacifico e mio amico; ed una volta gli lessi l'esposizione dell'Abbate Gioachimo, intorno ai doveri di Isaia; ed era solo con me sotto ad un fico, e nosco un altro frate Minore. Donna Mabilia anch'essa fu mia divota, come la fu anche di tutti i religiosi, specialmente frati Minori, dai quali si confessava, e recitava sempre il loro ufficio ecclesiastico, ed è sepolta presso suo marito e riposa in pace nel convento de' Minori presso Ferrara. In vita sua fece molto di bene, e alla sua morte fece distribuire molte limosine, e lasciò ai poveri parte dei possedimenti, che il padre le aveva lasciati in Soragna. Io abitai sette anni in Ferrara, dove abitava anch'ella. Fu bella donna, saggia, clemente, benigna, cortese, onesta, pia, umile, paziente, pacifica, e sempre divota a Dio. Aveva un fornello in luogo appartato del suo palazzo, come ho visto io co' miei occhi, ed essa stessa distillava l'acqua di rose, e la dava ai malati; e perciò i medici ivi residenti ed i farmacisti l'avevano in uggia; ma essa non s'impensieriva di loro, purchè soccorresse i malati e facesse opera meritevole al cospetto di Dio. Visse molti anni col marito, e non ebbe mai figli; dopo la morte poi del marito si fece fare una casa presso il convento dei frati Minori di Ferrara, e in quella abitò in sua vedovanza, finchè fu sepolta, come s'è già detto, accanto a suo marito nel convento de' frati Minori di Ferrara; e la sua anima per la grazia di Dio riposi in pace, che fu buona donna. Dopo la morte del Marchese però venne a Parma, e la vidi, e udii da lei che ne provava mirabile consolazione, perchè si trovava presso il convento dei frati Minori, e presso la chiesa della Vergine gloriosa. Non conobbi mai altra donna, che quanto questa si assomigliasse alla Contessa Metilde, per quanto di essa si legge. Veramente, per me, tre sono le donne ammirabilissime, che forse da altri non sono tenute in molta reputazione; e sono: Elena, madre di Costantino; Galla Placidia, madre di Valentiniano; e la Contessa Matilde. Marchesopolo poi, dopo che ebbe maritata Mabilia, andò in Romanìa, ove si diede a perseguitare i Greci, li aggrediva, li catturava e uccideva, come Davide i Filistei. Altrettanto faceva Marchesopolo coi Greci, onde con insidie ingegnosamente tese fu dai Greci ucciso in casa sua; perocchè tutto cede alla potenza dell'oro. Egli aveva maritata la sua seconda figlia Isabella ad un ricco, nobile e potente di Romanìa. Essa era bella donna e saggia, ma zoppa e sterile; e dopo la morte del marito le restò il castello di Bonicea, che ella con accorgimento, coraggio e cautela seppe difendere contro i Greci. Il motivo poi della partenza di Marchesopolo da Parma si dice sia questo: Che essendo egli nobile, e di cuore magnanimo, lo moveva a sdegno e sopportava di mal animo che un popolano qualunque, borghese o campagnuolo che fosse, mandandogli a casa un usciere in berretto rosso, lo potesse citare al palazzo del Comune e chiamarlo in giudizio. Suo fratello Rubino abitò in Soragna, ed ebbe in moglie Ermengarda da Palù, sorella di Guidotto de' Canini, che era bella donna, ma lasciva. Ebbe cinque maschi e cinque femmine. La prima di nome Mabilia, bellissima (e qualche volta la ho confessata). Uberto Pallavicino la maritò a Pontremoli, sperando così di ridurre in suo dominio quella Terra. Rubino era vecchio carico d'anni, quando l'anno in cui imperversò quella mortalissima pestilenza preaccennata, cioè nel 1249, e che Ezzelino da Romano fu fatto prigioniero in guerra, mi mandò a chiamare, si confessò da me, aggiustò i conti dell'anima sua, e morì in una lodevole vecchiaia, passando da questo mondo in grembo a Dio. Sua moglie poi si rimaritò e prese Egidio Scorza; poscia precipitò da un solaio e ne fu morta e sepolta. Altri Pallavicini ancora abitavano nella diocesi di Parma, in una Terra che si chiama Varano[174], bel paese tra Medesano[175], Miano[176], Costamezzana, e Borgo S. Donnino. Ve ne sono ivi moltissimi, ricchi, potenti, cortesi, pacifici; stanno sempre di buon accordo coi Parmigiani, perchè sono anch'essi cittadini di Parma. Uno di loro era quel Delfino Pallavicini, che l'anno 1238 fa Podestà di Reggio e fece fare duecento braccia delle mura della città, di seguito a quella già fatta, come ogni Podestà aveva obbligo di fare ogni anno. Tanto basti aver detto dei Pallavicini. In Verona, come s'è detto, dopo la morte di Ezzelino da Romano, signoreggiò Mastino, morto da alcuni Veronesi forti e pugilatori, per la speranza di avere dopo lui la signoria di Verona. Ma s'ingannarono, perchè a lui succedette suo fratello germano, Alberto dalla Scala, che vendicò il fratello colla morte degli uccisori di lui. Questi vive tuttora, ed ha in mano la signoria, ed è amato dai Veronesi, perchè si comporta bene. È persona accostevole, fa giustizia, ama i poveri, come faceva suo fratello; pur tuttavia è Podestà altra persona. In Imola, que' che tengono le parti della Chiesa si chiamano Bricci; quelli che parteggiano per l'Impero, Mèndoli. Ma il partito imperiale in Imola è spento; e il partito della Chiesa, per invidia ed ambizione, s'è diviso in due campi, perchè gli Audaci vogliono in mano il potere, come prima lo avevano quelli che si chiamavano Nurduli. Questa maledetta discordia s'è già infiltrata in Modena, e comincia a far capolino in Reggio. Dio voglia che non metta radici in Parma, di che già si comincia a temere..... Ora passiamo a parlare della Toscana, e spediamoci lesti; poichè molto di altro resta che non deve essere taciuto. Le due più nobili città della Toscana sono, a parer mio, Firenze e Pisa. A Pisa hanno tenuto signoria Conti e Vice-Conti; ed i Pisani furono molto attaccati all'Impero; e, come in Lombardia i Cremonesi avevano impugnate le armi a sostegno dell'Impero così avevan fatto i Pisani in Toscana. A Firenze poi per parte della Chiesa hanno tenuta la signoria i Guelfi; per parte dell'Impero i Ghibellini; e da queste due fazioni hanno preso nome tutti i partiti in Toscana; e sussistono tuttora. E gli uni e gli altri bevvero del calice dell'ira di Dio, e ne ingollarono sino alla feccia; e chi se la passò meno male, non può vantarsi d'aver in tutto declinata la spada dello sdegno e della vendetta divina; perchè se eglino provocarono scissure e divisioni nelle loro città, anch'essi furono divisi tra loro dall'ira del volto di Dio..... Quanto vero sia ciò che dico, lo videro i miei occhi, e gli occhi di moltissimi altri; ma sopratutto coloro che ne fecero sui loro corpi esperienza. Pertanto tutte le suaccennate fazioni, scissure, divisioni e maledizioni, tanto in Toscana che in Lombardia, in Romagna, nella Marca d'Ancona, nella Marca Trivigiana e in tutta Italia, le provocò quel Federico che si chiamò Imperatore: e perciò fu a piena ragione punito, e la mano di Dio aggravò i colpi su tutti i peccati di lui, percuotendolo nell'anima e nel corpo; e i Principi del suo regno, che aveva tolti dal nulla ed esaltati dalla polve, gli diedero il calcio, non gli tennero fede, anzi lo tradirono..... «Non è prudenza in lui» cioè in Federico, quantunque si vantasse tanto prudente. Così lo trattarono i tirannelli suoi, di cui abbiam fatto menzione più sopra; ma anch'essi ricevettero il colpo della vendetta, non perchè spodestarono Federico, che riconobbero per malvagio, ma perchè anch'essi peccarono di molto. Conobbi quasi tutti quelli che ho nominato, e in breve tempo disparvero dal mondo, e i più terminarono malamente la loro vita, perchè folleggiarono in vanità..... Or resta da parlare dei Legati che la Corte Romana mandò ai nostri giorni in Lombardia. Primo de' quali fu Ugolino, Cardinale dell'Ordine dei Minori, cioè governatore, protettore e censore della Frateria e della Regola del beato Francesco, del quale egli era stato intimo amico, e che poscia diventò Papa Gregorio IX. Fece molte buone cose, delle quali parleremo più innanzi ampiamente. Il secondo fu Rainaldo Vescovo di Ostia, anch'egli Cardinale dell'Ordine de' Minori, come è stato detto altrove, e che diventò poi Papa Alessandro IV. E quando era Legato in Lombardia aveva seco come Vice-Legato il Cardinale Tomaso, che era di Capua. Papa Gregorio IX summenzionato compose ad onore del beato Francesco un inno: Dal ciel discese un figlio; ed un responsorio: Dal granaio della povertà; ed una prosa: Ultima testa del Dragone, ed un'altra prosa per la passione di Cristo: Piangete, anime dei fedeli; e, ad istanza de' frati Minori, nominò Cardinale Rainaldo, che fu poi Papa Alessandro IV; il quale Papa Alessandro canonizzò santa Chiara, e compose gli inni e le collette di lei. Il Cardinal Tomaso, che era di Capua, fu il più bello scrittore della Corte, e dettò quella lettera, che il sommo Pontefice mandò a Federico Imperatore spodestato, rimproverando lui de' molti e svariati eccessi, e giustificando se stesso e la Chiesa romana delle accuse che le erano mosse, e rammentogli i servigi e i benefici, che la Chiesa gli aveva conferiti. E la lettera cominciava così: Viva impressione fece la nostra lettera sull'animo tuo, come hai scritto; ma più viva ancora la fece sull'animo nostro la lettera tua. Compose anche ad onore del beato Francesco l'inno: Tra i celesti cori; e l'altro: Splendore de' costumi; ed il responsorio: Spica della carne; e parimente fece quella sequenza per la Beata Vergine, che comincia: La Vergine che figlia si rallegri. E ne fece la composizione letteraria soltanto; la musica per canto la fece, a sua preghiera, frate Enrico da Pisa, che fu mio custode e maestro di canto. Il contraccanto lo compose fra Vita da Lucca, dell'Ordine de' Minori, altro mio maestro di canto. Dopo i prenominati, venne Legato in Lombardia Ottaviano Cardinal diacono. Egli era bello e nobile, cioè uno dei figli di Ubaldino da Mugello nella diocesi fiorentina. Fu reputato molto partigiano dell'Impero, ma a difesa del suo onore faceva talvolta qualche cosa a vantaggio della Chiesa, non dimenticando che questo era il suo mandato. Onde, un giorno, quando l'Imperatore teneva Parma stretta d'assedio, io, che era a Lione, interrogato da Guglielmo Fieschi Cardinal diacono, nipote di Papa Innocenzo IV, che cosa dicevano i Parmigiani del Legato Ottaviano, risposi: I Parmigiani s'aspettano che sarà traditore di Parma, come lo fu di Faenza. Allora Guglielmo sclamò: Ah! per Dio non è da credere. A cui io replicai: Se sia credibile, o non credibile, non so; è certo che i Parmigiani lo dicono. Bene, bene, soggiunse Guglielmo..... Ma ivi i presenti erano tanta moltitudine, che l'uno s'innalzava sulle spalle dell'altro, per udire notizie di Parma. Imperocchè da questo dipendeva la sorte della Chiesa romana, come in una battaglia, dalla quale l'uno e l'altro dei contendenti spera vittoria. L'Imperatore era allora già deposto dall'Impero, e la Corte romana era fuori della sua sede, ed esulava in Francia, a Lione. E Parma aveva dato di piglio all'armi a difesa della Chiesa, e si batteva valorosamente, sperando dal cielo aiuto e vittoria; e Federico Imperatore accanitamente la assediava.... Avendomi dunque gli astanti udito a sostener tali cose, restarono ammirati, e l'un l'altro, a mia udita, si dicevano: In vita nostra non abbiamo mai udito un frate a parlare tanto franco e così sicuro. Ma esprimevano questi sensi perchè mi vedevano seduto tra il Patriarca di Costantinopoli e il Cardinale, dal quale io invitato a sedere, non giudicai conveniente di rifiutare, e tenere in poco conto l'onore offertomi, e l'accennata ammirazione nasceva anche dall'udirmi parlare apertamente d'un uomo costituito in sì alta carica, e al cospetto di tanti cospicui dignitari della Chiesa. Io allora era diacono e di 25 anni..... Ritornato in Lombardia, ed essendo ancora, dopo molti anni, Ottaviano Legato a Bologna, io pranzai molte volte con lui; e mi faceva sempre sedere in capo della sua mensa, sicchè tra me e lui non vi era che il frate mio compagno, ed egli occupava il terzo posto, contando dal capo della mensa. In tali circostanze io faceva come insegna il Savio ne' proverbii 23.º ecc; ed era opportuno regolarsi in quel modo, perchè tutta la sala del palazzo era gremita di commensali. Eppure ce n'era per tutti da star bene e in abbondanza, e si mesceva in copia vino scelto, ed ogni cosa era squisita. Allora cominciai a voler bene al Cardinale. In seguito poi invitò me e il mio compagno a pranzare con lui ogni giorno che ne piacesse; ma pensai di stare all'ammaestramento dell'Ecclesiastico 13.º ecc. Di questo Cardinale corse voce che fosse figlio di Papa Gregorio IX, forse perchè gli usava speciali deferenze. Così io ho conosciuta una figlia di questo Cardinale, monaca in un certo convento, la quale mi invitò, e pregò con molta insistenza, ch'io fossi devoto a lei, ch'ella voleva essere devota a me; e non sapeva di chi fosse figlia, e chi fosse suo padre. Ma io il sapeva bene, e le risposi: io non ti voglio per amica, perchè Pateclo scrive:
É 'n tedianza cu'no posso parlare:
e vuol dire che secca l'avere un'amica, a cui l'amico suo non può parlare, quale sei tu chiusa in un monastero. Ed ella rispose: «Se non può passare tra noi mutuo colloquio, almeno amiamoci col cuore, e preghiamo l'uno per l'altro a fine di salvarci»; Giacobbe nell'ultimo libro. E mi parve che a poco a poco volesse tirarmi a sè, e adescarmi ad amarla; perciò le dissi: Il beato Arsenio.... Ottaviano fu uomo sagacissimo. Di fatto facendosi un giorno una solenne processione, un giocoliere nel momento ch'egli passava, disse a voce sì alta che il Cardinale udiva: Largo, largo, toglietevi di quà, e lasciate passare quell'uomo, che fu traditore della Corte Romana, e molte volte ingannò la Chiesa. Udite il Cardinale queste cose, ordinò sottovoce ad uno de' suoi di chiudere la bocca al giocoliere con monete, ben sapendo che tutto cede alla potenza dell'oro. E così si liberò da quella vessazione. Anzi il giocoliere, intascati i danari, si portò subito su di un'altra strada, per la quale dovea passare il Cardinale, e ne fece mille elogi, dicendo che nessun Cardinale meglio di lui aveva la Corte Romana, e che era veramente degno del papato. Parimente ho udito dire che, se Papa Innocenzo IV avesse vissuto un po' più, avrebbe deposto Ottaviano dal cardinalato, perchè era troppo partigiano dell'Impero, e non trattava con fedeltà gli interessi della Chiesa. Ma egli che sapeva di non essere nelle grazie del Papa, e che molti cortigiani ed altre persone lo avevano divulgato, si studiava di far mostra di godere la confidenza papale. Perciò quando i Cardinali uscivano dal quotidiano concistoro che il Papa soleva tenere, e andavano affrettandosi ai loro alberghi, Ottaviano, o in anticamera, o sul passeggio, che era subito fuori della porta del palazzo del Papa, si fermava a parlare con qualche chierico sino a tanto che vedeva che i Cardinali se n'erano andati tutti, sicchè paresse che, di quelli che erano nella sala del palazzo al cospetto del Papa, egli fosse stato l'ultimo, a uscire, e con ciò voleva far credere che il Papa l'avesse trattenuto a confidenziale colloquio per trattare seco di affari importantissimi, e così tutti lo stimassero il Cardinale più influente in Corte, e il più potente presso il Papa, e quindi con lui largheggiassero in regali, come a uomo, che avrebbe potuto giovarli assai negli affari che avevano col Papa...... In quel tempo che Ottaviano fu Legato in Lombardia, fu Legato in Lombardia stessa anche Gregorio Montelungo. Egli era una volta uno dei sette notai della Corte Romana, e fu un antico Legato di Lombardia. Di fatto quando Ferrara fu tolta dalle mani e dalla signoria del Salinguerra, vi era presente; e quando l'Imperatore assediava Parma, era ivi Legato, e alzava la sua tenda sempre di fronte alla tenda dell'Imperatore. Egli era uomo coraggiosissimo, dotto nelle armi e aveva composto un libro intitolato: Della sagacia nell'arte della guerra. Sapeva condurre e ordinare le milizie alla battaglia; sapeva simulare e dissimulare; conosceva quando s'aveva a star cheti, e quando si dovea irrompere contro il nemico. L'Apostolo nell'epistola agli Ebrei 5º dice: Ma il cibo sodo è per li compiuti ecc; de' quali uno era Gregorio da Montelungo, che aveva tanta pratica di battaglie, che sapeva discernere e quando una battaglia la s'avea da ingaggiare, e quand'era il momento di finirla..... E così faceva Gregorio da Montelungo, perchè era dotto nell'arte della guerra, e sperava ed aspettava la vittoria da Dio; e la ebbe segnalata quando s'impossessò di Vittoria.......... Anche Vegezio, ne' libri dell'arte militare a Teodosio Imperatore, insegna mille accorgimenti atti a ben condurre una battaglia, libri ch'io ho veduti e letti, e sono molto utili a chi deve sostenere una guerra contro i suoi nemici. Similmente il Legato Gregorio di Montelungo, quando si trovava in Parma assediata da Federico, udendo che i Parmigiani mormoravano, perchè non arrivavano soccorsi contro le astuzie del dragone, cioè di Federico, egli ne teneva alti gli animi con suoi scaltrimenti. Perciò invitava talora seco a pranzo alcuni militari dei maggiorenti della città, tra' quali io fui talora commensale alla sua tavola nel palazzo del Vescovo di Parma, e mentre si pranzava, ecco arrivare un messo alla porta, che ad alta voce chiamava e voleva entrare. Allora uno de' famigli del Legato, a udita di tutti, annunziava al Legato l'arrivo di un nuovo messo. Egli comandava che subito senza indugio si facesse venire alla sua presenza; e si presentava un uomo succinto, come in abito da viaggio di persona che arrivasse da lontano paese, colle scarpe polverose, e alla cintura la valigia delle lettere; e, prese le lettere, il Legato comandava che conducessero il messo in disparte a rifocillarsi e riposare, e che gli imbandissero un buon pasto. Ma il Legato faceva così per darsi l'aria d'aver compassione della stanchezza del messo, mentre lo scopo diretto era di impedire che i commensali cercassero al messo notizie, che poi esso non avrebbe saputo dare, oppure, per dire qualche cosa, sarebbe caduto in qualche scempiaggine. Nè qui era finita. Il Legato leggeva le lettere ai commensali, nelle quali si preavvisava dell'arrivo di soccorsi. Queste cose que' militari le divulgavano per la città, e il popolo ne faceva le feste, e senza rincrescimento aspettava. Ma due frati Minori di Milano, cioè frate Giacomo e frate Gregorio, che stavano permanentemente in casa del Legato, mi assicurarono che le accennate lettere erano state scritte la sera antecedente nella camera del Legato. Ma egli, a cautela e con accorgimento, faceva spesso queste cose per tener vivo lo spirito nel popolo; e tanto in varii modi tenne alti gli animi de' suoi guerrieri contro la città di Vittoria edificata da Federico, che la fu presa, e si completamente rasa al suolo, da non trovarsene più una pietra. È poi da sapere che l'Imperatore tentò più volte la costanza di Gregorio con insistenti preghiere, per tirarlo dalla sua, e far seco amicizia, e gli prometteva di crearlo primo ministro della Corte, sicchè sarebbe stato secondo dopo lui primo; ma invano Federico s'ingegnava cogli inganni e colle tentazioni di vincere Gregorio, perchè più facilmente e più presto si sarebbe fatto deviare dal suo corso il sole (la qual cosa è creduta impossibile), che corrompere Fabrizio. Così nessuno mai potè distogliere Gregorio dalla fede data. Questo Legato soleva abitare o a Milano, o a Parma, o a Ferrara. Ed una volta, ora è già passato molto tempo, che era a Ferrara, aveva un certo corvo, cui al bisogno dava in pegno per grosse somme di danaro, e che poi dopo riscattava, restituendo il danaro ricevuto. Quello era un corvo, che parlava come un uomo, e si prendeva gabbo di tutti. Di notte sorgeva e chiamava alle loro stanze gli ospiti forestieri, gridando: Chi vuol venire a Bologna? Chi vuol venire a Doiolo? Chi vuol venire a Peola? Venga, venga, venga, presto, presto: sorgete, alzatevi, correte; andiamo, andiamo; alla barca, alla barca: voga, voga, arranca, arranca: al largo: Timoniere, prendi la rotta, la rotta. S'alzavano dunque i forestieri novelli, che non sapevano delle canzonature e delle gabbature di questo corvo, e colle loro robe e co' bagagli quasi tutta la notte aspettavano in riva al Po la barca, che li trasportasse ove volevano andare; e non trovando ivi nessuno restavano tra lo sdegno e la meraviglia di non sapere da chi fossero stati in tal modo giocati. Così pure questo corvo era tanto molesto ad un cieco, che quando andava a piedi e a gambe nude mendicando lungo la riva del Po, gli beccava le calcagna e le gambe, e poi fuggiva, e, beffandosi del cieco, gli diceva: Or pigliati questa, or abbiti quest'altra. Ma un dì il povero cieco lo colse col bastone sull'ala, e disse: Or tocca a te; or tocca a te. E il corvo rispose: Or tocca a me; or tocca a me. E il cieco: Tienla; prendi la tua e vanne; i simulatori e gli astuti provocano l'ira di Dio; ti ho colpito una volta; non sarà necessaria la seconda; va dal medico a vedere se ti può guarire, giacchè la tua frattura è immedicabile, la piaga è maligna. Ma il Legato diede in pegno il corvo per danaro, nè volle più riscattarlo, perchè era ferito. Altrettanto fanno molti, che licenziano i loro servi quando cominciano a malare. Come fece quello del 1º dei Re 30º ecc. Operò bene il Centurione, che disse al Signore Mattia 8º ecc. Così il Legato Gregorio fu un personaggio pari a quello che descrive l'Ecclesiastico 34º dicendo: Uomo in molte cose esperto. Trattò con fedeltà e con accorgimenti gli interessi della Chiesa, e meritossi il Patriarcato di Aquileia, e lo tenne molti anni sino alla morte. Ebbe in un certo luogo un colloquio famigliare con Ezzelino da Romano, e molti fecero le meraviglie che tali due uomini potessero avere tra loro un colloquio, stantechè Ezzelino era in fama d'essere un membro del diavolo, e figlio di Belial, a cui nessuno potesse parlare; e il Legato si reputava un alto cedro del Libano. Tuttavia è da sapere che Gregorio di Montelungo patì di podagra, e non fu casto; ed io ho conosciuto alcuna delle sue amanti. Intorno al raccomandare la castità a molti chierici secolari..... Così è da sapere di Ezzelino da Romano che Papa Alessandro IV trattava con lui e lo preparava a diventare d'un membro del Diavolo un figlio di Dio, e un amico della Chiesa. Ma due ostacoli si frapposero: 1.º che l'ecclesiastico dice, 7º: Considera le opere di Dio ecc; 2.º che Ezzelino, l'anno 1259, fu fatto prigioniero di guerra, e l'anno stesso morì e fu sepolto nel castello di Soncino[177], nella diocesi di Cremona. L'anno successivo poi, 1260, appena cominciata la devozione dei flagellanti, morì Papa Alessandro IV; e fu ordinato di celebrarne l'anniversario nella vigilia della traslazione del beato Francesco, cioè ai 24 di Maggio. Dopo Gregorio da Montelungo fu eletto Legato della Sede Apostolica Filippo, per grazia apostolica e divina, Arcivescovo di Ravenna; il quale parla ne' seguenti termini della circoscrizione della sua Legazione in una sua Notificazione: «E perchè non si sollevi alcun dubbio sulla circoscrizione della nostra Legazione, sappiano tutti che a noi è pienamente affidato l'ufficio di Legazione nei patriarcati di Aquileia e di Grado; nelle città, diocesi e provincie di Ragusa, Milano, Genova, e Ravenna; ed in generale in Lombardia, in Romagna e nella Marca di Treviso». Questo Legato era oriondo di Toscana, nel distretto della città di Pistoia; e, povero qual era, andò scolare a Toledo, volendo imparare l'arte della negromanzia. Assiso un giorno sotto un porticato di quella città, un soldato gli domandò che cercasse; ed avendogli esposto che era Lombardo, e il motivo che lo aveva condotto là, lo presentò ad un maestro togato di quell'arte, vecchio, bruttissimo, e glielo raccomandò, pregandolo che per amor suo lo istruisse diligentemente nell'arte che professava. Quel vecchio lo fece entrare in camera sua, gli porse un libro e gli disse: Quand'io mi sarò ritirato, tu potrai quì studiare. E partendosene chiuse bene la porta e la camera. Ma quando questo giovane cominciò a leggere, gli apparvero demoni sotto varie forme, di sorci, di gatti, di cani, di porci, e n'era piena la camera, e per la camera quà e là saltellavano e scorrazzavano. In mezzo a quella scena egli non osò aprir bocca, quando d'improvviso si trovò fuori della camera seduto in istrada. E, sopravvenuto il maestro, gli disse: Che fai quì o figlio mio? Allora egli raccontò al maestro quanto era accaduto, ed il maestro lo ricondusse dentro ancora, e, come prima, partissene chiudendo diligentemente la porta. Ma, riprendendo il giovanetto la sua lettura, eccogli comparire molti garzoncelli e donzellette ballonzolanti per la camera. E di nuovo non osando dir verbo, si trovò fuori seduto sulla via. Ciò vedendo il maestro, gli disse: Voi Lombardi non siete fatti per quest'arte; lasciatela a noi Spagnuoli, che siamo uomini fieri e simili ai demonii. Tu poi, o figlio, vattene a Parigi, e studia la divina Scrittura, che puoi diventar grande anche nella Chiesa di Dio. Andò dunque a Parigi, e studiò, e imparò assai; e, ritornato in Lombardia, dimorò a Ferrara in casa del Vescovo Garsendino, che era uno dei figli di Manfredo di Modena, e fratello dell'Abbate di Pomposa[178]. Diventò poi camerlengo del Vescovo, che, morto, ebbe un successore, e morto anche il successore, costui fu eletto Vescovo di Ferrara, e restò molt'anni l'eletto di Ferrara, finchè fu poi creato Vescovo di Ravenna. E quando Papa Innocenzo IV da Lione venne a Ferrara, costui ivi...... Fatto dunque Legato l'Arcivescovo di Ravenna Filippo, si recò a Ferrara nel tempo, in cui i Re sogliono cominciare le guerre. (Il tempo, in cui i Re sogliono cominciare le guerre è il mese di Maggio, perchè la stagione è serena, ridente, temperata, nella quale l'usignolo canta quasi sempre, e si trova erba in abbondanza pe' buoi e pe' cavalli). Venuto a Ferrara convocò tutti gli abitanti della città e i Padovani fuorusciti, che ivi erano ospiti, e arringò dalla porta principale della chiesa madre, dedicata a S. Giorgio, (quella della diocesi poi era dedicata a S. Romano) e vi si trovarono tutti i religiosi e i popolani, ragazzi e adulti, i quali speravano di udir parlare della grandezza delle opere di Dio. Anch'io vi era, e mi trovava a fianco dell'Arcivescovo, e con me, e seduto accanto a me, vi era Bongiorno Giudeo, che era mio famigliare, e desiderava anch'egli di udire. Ritto adunque il Legato sulla porta della casa del Signore, cominciò a parlare a voce alta; e l'arringa fu breve, perchè poche parole, e molte opere, debbono farsi, quando sono da tradurre in atto le imprese di cui si parla. Notificò adunque al popolo che egli era stato fatto Legato dal papa per andare contro Ezzelino da Romano, e che perciò voleva fare una crociata per riconquistare Padova, e ricondurre nella loro città i Padovani espulsi; e che chiunque si facesse inscrivere soldato nell'esercito, che voleva levare per quella impresa, acquisterebbe l'indulgenza, il perdono e l'assoluzione di tutti i proprii peccati. E nessuno osi dire: È impossibile che noi possiamo sconfiggere quell'uomo diabolico, temuto dai diavoli stessi; perchè ciò non sarà impossibile a Dio, che combatterà per noi. E aggiunse: Io dico a Voi, ad onore e gloria di Dio onnipotente, e dei beati Pietro e Paolo di lui Apostoli, nonchè del beato Antonio, che si venera in Padova, che se anche io non avessi con me che orfani, pupilli e vedove, e le persone bersagliate da Ezzelino, non mi verrebbe meno la speranza di riportare vittoria sopra quel membro del diavolo e figlio dell'iniquità; poichè già le grida della sua iniquità sono salite al cielo, e dal cielo si roterà la spada contro di lui. Queste parole del Legato fecero esultare di allegrezza gli ascoltatori; e, raccolto un esercito, a tempo opportuno marciò all'espugnazione di Padova, fortemente munita da Ezzelino di mille cinquecento armati, uomini robusti ed espertissimi della guerra. Ma Ezzelino era altrove, e temeva tanto di perdere Padova, quanto Iddio teme che cada il cielo, specialmente perchè era cinta da triplice muraglia, ed aveva fosse ed acque all'esterno ed all'interno, ed, oltre i soldati, una moltitudine di popolo; e, per giunta, Ezzelino, anzi che potenti ad espugnare e prendere quella città, giudicava i suoi nemici, imbelli, senza valore e senza perizia dell'arte della guerra. Ma in questo esercito vi era un frate laico dell'Ordine dei Minori, nativo di Padova, di nome Clarello, da me veduto e conosciuto a fondo, che aveva cuor di leone, e ardeva di desiderio che i Padovani, profughi già da tanto tempo, fossero rimessi nella loro città. Questi, riconosciuto che il momento era favorevole, e sapendo che: «Dio si vale dei più deboli per umiliare i forti» si fece portabandiera dell'esercito, per provare se mai per caso volesse Iddio per mano di lui salvare tanta gente. Si mise dunque alla testa dell'esercito, e, trovato un campagnuolo che aveva tre cavalle, gliene tolse a forza una, e montatala, impugnò una pertica che gli servisse come di lancia: e cominciò a scorrazzare di quà e di là, e gridare altamente: Su via, coraggio, soldati di Cristo; su via, coraggio, soldati del beato Pietro; su via, coraggio, soldati del beato Antonio; scuotetevi di dosso il timore, e confortatevi in Dio. Non ci volle di più. Alle parole di lui si inanimò e infiammò tanto la milizia che si deliberò di seguirlo ovunque andasse. E ripigliava frate Clarello: Andiamo, andiamo; Addosso, addosso; la salvezza è nelle mani di Dio; sorga Iddio.......... Andò dunque l'esercito seguendo Clarello che precedeva e col vessillo in mano e coll'accesa parola infocava gli animi alla guerra, e campeggiò all'assedio della città. A quelli poi che eran dentro svegliò Iddio la paura in cuore, e non osarono resistere. In quell'esercito eravi anche un altro frate Minore, uomo santo e devoto a Dio, che da secolare era stato ingegnere meccanico di Ezzelino coll'incarico di costruire macchine, trabucchi, gatti e arieti per diroccare le città e le castella. Il Legato, stantechè costui non voleva uscire dall'Ordine, gli comandò, in virtù di santa obbedienza, di svestire l'abito del beato Francesco, e indossare un vestiario bianco, e fabbricare un gatto così potente da poter aprire subito le muraglie della città. Il frate obbedì umilmente, e prestissimo inventò un gatto, che nella parte anteriore gettava fuoco, e dentro vi stavano rimpiattati uomini in armi; e così la città fu presa incontanente. Entrati in città, i partigiani della Chiesa non vollero fare offesa ad alcuno, nè uccidere, nè imprigionare, nè spogliare, nè rapinare, ma perdonarono a tutti, e li lasciarono tutti liberamente uscire. E si tenevano ben felici di potersene partire schivando offese e catture. Pertanto tutta la città si levò in allegria ed esultanza. Erano uomini pestiferi quelli che se la svignarono da Padova; erano distruttori e dissipatori quelli che da Padova fuggirono; e furono riparatori quelli che vi rientrarono...... E siccome la vittoria l'ebbero riportata e la città fu presa l'ottava di S. Antonio, perciò i Padovani festeggiano più solennemente l'ottava che la festa di S. Antonio. Quindi s'attaglia ottimamente a questo fatto ciò, che si legge sulla fine del libro di Ester: Perocchè questo giorno ecc. sino all'ultimo versetto, che parla di cose consimili. Ma così non cantano i Bolognesi di parte della Chiesa, che non vogliono sentirlo nominare questo Santo in Bologna, perchè l'anno 1275 furono, appunto il dì di S. Antonio, dai Bolognesi fuorusciti, cioè dai Lambertazzi, e dai Faentini, e dai Forlivesi, al ponte di S. Procolo, sconfitti in battaglia, morti, fugati, fatti prigionieri e incatenati nelle carceri. E l'anno avanti, cioè nel 1274, gli stessi Lambertazzi furono espulsi di Bologna dal partito della Chiesa il 1º di Giugno, dopo aver avuto tra loro guerra civile......... Ed il Legato, che anche prima era uomo di gran rinomanza e riputazione, dopo la presa della città di Padova, riacquistò fama che risuonò altissima ed amplissima. Egli molto tempo prima era stato Legato in Alemagna, allorchè, dopo la deposizione di Federico, fu eletto Imperatore il Langravio. (Al tempo di quella sua Legazione vi erano in Alemagna tre provincie, nelle quali dimoravano alcuni famigerati religiosi, che dato un calcio alle discipline del loro Ordine, non volevano obbedire ai Ministri. E, andando eglino a consultare il Legato, li faceva sostenere e consegnare nelle mani de' Ministri, perchè li giudicassero, e su loro pesasse quella sentenza, che era conforme agli Statuti dell'Ordine). Or avvenne che il Langravio morì; ed egli, che era in altra città, udito della morte del Langravio, e temendo di Corrado figlio di Federico, che faceva tener molto vigili gli occhi sull'Alemagna, comandò ad uno de' suoi domestici che per parecchi giorni non aprisse la camera di lui a nessuno, macchinando egli di fuggire per non restare prigioniero; e con mentito vestiario e un solo compagno occultamente andò al convento de' frati Minori, e chiamato il Guardiano in disparte, gli disse: Mi conosci tu? A cui egli rispose: No. E il Legato ripigliò: Conosco ben io te; e ti comando in virtù d'obbedienza di tenere in te e non rivelare a nessuno le cose che ti dirò, sino a che non ne avrai licenza da me; e di non parlare a nessuno se non in mia presenza, e non in tua lingua tedesca, ma sempre in latino. Or ti dico che il Langravio è morto, ed io sono il Legato: darai dunque a me e al mio compagno un abito del tuo Ordine, e senza indugio ci trafugherai e condurrai in luogo sicuro, chè io fuggo per non cader prigioniero di Corrado. Questo bastò perchè ogni cosa fosse subito e di buon grado eseguita. Ma volendolo condurre fuori di città, trovò una porta chiusa; trovò chiusa la seconda e la terza. Ma alla terza videro che un cane grosso usciva fuori per un vano che era sotto tra l'imposta e la soglia, e parve loro di poter per quello uscire anch'essi. Ma provandovisi, il Legato per la sua grossezza non poteva sbucare. Allora il Guardiano puntò con un piede su le natiche del Legato e spingendo lo fece passare. Usciti per quel pertugio tutti e quattro, presero la via, ed in giornata arrivarono ad una città, ove era un convento di sessanta frati Minori; dai quali, interrogato il Guardiano che cercava ospitalità chi fossero quei frati che conduceva seco, egli rispondeva: Sono Grandi di Lombardia; per amor di Dio mostratevi con loro liberali e cortesi, fate a loro servizio e onore a voi; giacchè l'onore non è solo e tutto di quelli a cui si fa, ma la miglior parte è di chi lo fa, ed è da reputarsi veramente cortese colui, che di buon animo e con fronte lieta e serena, e senza speranza di ricambio, è liberale di servigi a persone sconosciute. Si presentò dunque il Guardiano di quel convento con dieci frati del convento stesso, e pranzò col Legato e compagni in foresteria con tutta famigliarità e allegramente, mostrando di ricevere molta consolazione dalla presenza di quegli ospiti. Or conoscendo il Legato di essere in sicuro, e di aver sfuggito ogni pericolo, dopo il pranzo diede facoltà al Guardiano che lo aveva accompagnato di farlo conoscere. Perciò quel Guardiano forestiere disse ai frati: Sappiate, fratelli carissimi, che questo frate, col quale avete pranzato, è il Legato del Papa; e l'ho condotto qui da voi perchè è morto il Langravio, e qui non c'è punto da temere di Corrado. Nessuno finora ne sapeva nulla, neppure il compagno mio, che è venuto qui meco. Udendo queste cose i frati, cominciarono a tremare come giunchi nell'acqua corrente; ma il Legato disse loro: Non abbiate timore, o frati; io ho conosciuto che voi albergate negli animi vostri l'amor di Dio; ci serviste con prontezza; ci accoglieste con festa e cortesia; Iddio ve ne rimeriti. Io era amico dell'Ordine del beato Francesco, e lo sarò in tutta la mia vita. E di fatto fu così. Diede ai frati Minori la chiesa di S. Pietro maggiore di Ravenna; ne concedeva ogni grazia che si domandava, di predicare, di confessare, di assolvere da tutti i peccati a lui riservati. Aveva una caterva di servidorame terribile e feroce, ma tutti erano reverenti verso i frati Minori, come fossero stati gli Apostoli di Cristo, sapendo che eravamo addentro nelle grazie del loro padrone; ed erano ben quaranta uomini armati, che aveva sempre seco a guardia della sua persona, e lo temevano come il diavolo. Ed Ezzelino da Romano era poco più temuto. Imponeva a' suoi servi severissime punizioni. Di fatto andando un giorno ad Argenta[179], che è castello arcivescovile, fece legare un servo con una fune ed immergerlo nell'acqua, e, così legato ad una barca, lo fece trascinare per le acque delle valli, come se fosse stato uno storione. E tutto questo perchè s'era dimenticato di portar seco il sale. Altra volta ne fece legare uno ad una grossa pertica, e girare come allo spiedo vicinissimo al fuoco. E piangendo gli altri servi per compassione e per pietà al vedere quel crudele spettacolo, si rivolse a loro dicendo; A che piangete, o miserabili? e comandò che si allontanasse dal fuoco; ma ne aveva già avuto spavento e scottature. Gettò in una prigione legato un suo castaldo di nome Ammanato, Toscano, per accusa d'aver consumate le rendite di lui, e i sorci lo rosicchiarono tutto. Molte altre crudeltà commise colle persone del suo servizio per vendetta, per punizioni e per esempio agli altri. Perciò Iddio permise che restasse prigioniero di Ezzelino, quando era tuttavia Legato; e lo teneva sotto buona guardia e lo conduceva seco ovunque andava per sicurezza che non gli sfuggisse. Però Ezzelino lo trattava con reverenza e onorificamente, sebbene gli avesse rapita di mano la città di Padova. Ma Colui che liberò dal carcere Manasse, e lo restituì nel suo regno, liberò anche costui nel modo che segue. Un certo Gerardo, banchiere di Reggio, lo cavò dalla prigione di Ezzelino, e con una fune lo fece calar giù dal solaio, e così nel nome del Signore evase dalle mani di Ezzelino. Egli poi non fu immemore del beneficio, o piuttosto del servigio ricevuto, e ne lo ricambiò nominandolo Cardinale di Ravenna. E a frate Enverardo di Brescia, dell'Ordine de' Predicatori, e lettore magno, diede il Vescovado di Cesena, perchè apparteneva alla sua Corte, e fu fatto insieme a lui prigioniero; il qual frate Enverardo uscì di carcere dopo la morte di Ezzelino, quando furono scarcerati anche tutti gli altri, che quel maledetto di Ezzelino teneva prigioni. Questo Arcivescovo aveva due nipoti, cioè Francesco e Filippo; ma veramente Filippo era suo figlio, ed aveva venticinque o trent'anni, avvenente e bello come un Assalonne; e Filippo Arcivescovo di Ravenna e Legato della Chiesa romana lo amava come l'anima sua..... Chiunque pertanto voleva empir le mani di quei due, poteva avere o una prebenda, o qualunque altra cosa avesse voluto dall'Arcivescovo; onde ne diventarono ricchissimi. Ebbe anche una figlia bellissima, cui volle dare in moglie a Giacomo di Bernardo, ma non la volle, perchè non era figlia legittima, e poi non voleva in dote beni che erano della Chiesa, ed anche perchè inclinava dell'animo a farsi frate Minore, e morire nell'Ordine del beato Francesco, come poi avvenne. Questo Arcivescovo era poi talora tanto melanconico, triste e furioso e figlio di Belial, che nessuno gli poteva parlare. A me però fu sempre benevolo, famigliare, cortese e liberale; e mi regalò quelle reliquie del beato Eliseo, che erano in S. Maria del Fortico presso Ravenna, nel monastero di S. Lorenzo, in un'urna di marmo nella cappella reale; ed io ne portai le ossa principali e più cospicue a Parma, e le collocai nell'altar maggiore della chiesa dei frati Minori, e vi sono tutt'ora colla seguente epigrafe, oltre un'altra che vi avevano apposta in piombo:
HIC VIRTUTE DEI
PATRIS OSSA MANENT HELYSEI,
QUAE SALIMBENE
DETULIT OSSA BENE