Compose anche una Somma che si denomina Copiosa. Poscia fu mandato dal Papa, come Legato, un certo Cappellano, che coscrisse soldati da ogni città in aiuto di Re Carlo contro Manfredi figlio di Federico. E pronti mandarono i Lombardi e i Romagnoli buona quantità di armati, che nella battaglia combattuta da Carlo e dall'esercito Francese riportarono vittoria contro Manfredi. Essendo quel Legato venuto a Faenza per la levata di soldati, convocò i frati Minori e i Predicatori in una sala, ove era il Vescovo di Faenza co' suoi canonici; ed io pure fui presente, e in poche parole ci sbrigò, alla francese, che taglian corto a parole; non alla Cremonese, che non la rifinano mai più. Disse vituperi di Manfredi, e in nostra presenza lo diffamò in molte maniere. Poi soggiunse che l'esercito Francese veniva marciando a grandi giornate; e disse vero, come vidi io co' miei occhi nella vicina festa del Natale di Cristo. Finalmente assicurò che lo scopo, per cui si movevano, si conseguirebbe presto con una pronta vittoria. E così fu; sebbene però alcuni di quelli che l'ascoltavano non gli prestassero fede e prendessero a canzonarlo dicendo: Ver, ver, cum bon baton; cioè i Francesi con buoni bastoni riporteranno vittoria. Dopo costui venne un altro Cappellano per Legato in Lombardia, che seppe con molta destrezza ricondurre in Cremona i Cremonesi di parte della Chiesa fuorusciti, che, da lungo tempo espulsi, erravano esuli e vagabondi. Con molta sagacia trovò anche modo di scacciarne Bosio di Dovara[190] e il Pallavicino, e tolse loro la Signoria di Cremona, che tenevano da lungo tempo, facendo immensa strage d'uomini e di cose. Ma i Cremonesi fuorusciti, rientrati nella loro città, diedero agli avversarii pan per focaccia, atterrando le loro torri, smantellandone case e palazzi, occupandone terre e possessioni a uso longobardico. In seguito fu mandato il Cardinale Latino, un giovinetto mingherlino, dell'Ordine de' Predicatori, eletto da Papa Nicolò III Cardinale, e poi Legato, in grazia della parentela che aveva con lui. Questo Legato colle sue ordinanze diede vivamente sui nervi alle donne, comandando che non indossassero più vesti a lunga coda, come usavano prima. Ordinò anche che le donne dovessero andare col capo velato, e irritò poi specialmente le Bolognesi l'ordinanza di smettere un certo fregio che a pompa e vanagloria portavano alla spalla sul manto, e che in loro volgare chiamavano regolio. Dopo i sunnominati, fu Legato in Lombardia e Romagna Bernardo nativo della Provenza, Cardinale della Chiesa romana. Questi, mandato da Papa Martino IV, inviò frate Fatebene, Guardiano de' Minori di Forlì, a Mantova con molte sue lettere per Pinamonte, colle quali lo pregava di rappacificare i suoi vicini e i suoi concittadini, affinchè potessero vivere tranquilli e quieti. E Pinamonte fece ai messi cortese accoglienza come frati Minori e come rappresentanti di un potente Signore, quantunque avess'egli già da tempo fatta legge per la quale dovesse aver mozzo il capo chiunque portasse lettere a Mantova. E in occasione dell'arrivo di questi messi mandò, dono ai frati Minori, un carro di buon vino, ed una mezza mezzina di lardo; ed uno de' suoi figli regalò ai frati stessi una larghissima e buonissima torta e molte altre cose. Furono finalmente di ritorno al Cardinale, riportando lettere di Pinamonte. Che cosa dicessero, Dio lo sa. Ciò avvenne l'anno 1283, verso il dì d'Ognisanti. Pinamonte era un Mantovano, che si aveva usurpato la Signoria della sua città nativa, espellendone que' cittadini che reputava ostili, impadronendosi de' loro beni, smantellandone le torri e le case. Era temuto come il diavolo, vecchio co' capelli tutti bianchi e padre di una turba di figli; tra quali uno, frate Minore, di nome Filippo, buono ed onest'uomo, e lettore di teologia. Questi fu un tempo inquisitore degli eretici, molti ne imprigionò e molti ne estirpò e cacciò in fuga dalla Terra che si chiamava Sermione[191]. Quel Pinamonte era solito menar vanto di non aver mai avuto nella sua signoria alcun infortunio, e che ogni cosa gli era sempre andata a seconda. Questa vanteria era però una stoltezza, perchè il Savio dice ecc. Poi sta scritto in una Novella poetica:
Si bene successit, non prima sed ultima spectes.
A casu describe diem, non solis ab ortu.
Se tristo fu l'evento, oppur felice
Non il principio, ma la fin lo dice.
Non quando s'alza il sol, quando s'abbassa
Giudicare convien del dì che passa.
Parleremo poi ancora di questo Legato, quando arriveremo a Papa Martino IV, che lo inviò Legato in Romagna a fine di riconquistarla, e per la guerra vi si spese 1,400,000 fiorini d'oro; e pel solo assedio di Meldola[192], durato cinque mesi, Papa Martino IV sciupò 300,000 lire imperiali. Questa somma era il frutto di un balzello del decimo della rendita imposto a tutte le chiese da Papa Gregorio X, da erogarsi in soccorso di Terra Santa, e che, stornato, si usò per questa impresa. I sunnominati furono i dodici più cospicui Principi e Legati della Chiesa, mandati in Lombardia ed in Romagna, non solo per la salute delle anime, ma anche contro l'astuzia del Dragone, cioè di Federico, che co' suoi Principi e aderenti tentava con ogni sforzo di incatenare la libertà della Chiesa, e disrompere l'unità de' fedeli. Perciò pensai utile nominare anche alcuni de' Principi di Federico per dare notizia delle cose passate. Perocchè come dice Daniele 5º L'Iddio altissimo aveva dato Regno, e grandezza, e gloria, e magnificenza (a Federico); e per la magnificenza che gli aveva data, tutti i popoli, nazioni e lingue tremavano e temevano nella sua presenza ecc. Federico ex-Imperatore uccise completamente e disperse i nobili del regno di Sicilia, Apuglia, Calabria e Terra di Lavoro, ed altri ne surrogò. Questi sono i Principi che ebbe Federico: Il conte Gualterio di Manopello[193]; Conte Tomaso di Acerra[194]; Conte Rizzardo di Caserta; Marchese Umborgo Bertoldo; Marchese Lancia, Lombardo di Piemonte (la cui sorella, o nipote fu madre del Principe Manfredi, che occupò il regno dopo la morte del padre, e del fratello Corrado, e che fu debellato, ucciso, e privato del regno da Carlo); Rizzardo di Montenegro[195]; Marino di Eboli[196]; Rizzardo di Filangieri; Tebaldo Francese; Pietro di Calabria Maliscalco; Pandolfo di Fasanella[197]; Pietro delle Vigne (questi fu segretario imperiale, assai potente nella Corte dell'Imperatore, che lo nominò suo tesoriere); Taddeo di Sessa[198] giudice; Aldobrandino Cazaconte. N'ebbe anche molti altri per le città d'Italia, a difesa dell'Impero, ed a martello degli ecclesiastici; ma l'istoria loro disdegno di raccontarla..... E nota che quando l'Imperatore elevava a potenza qualcuno, se si accorgeva che avesse abbondanza di ricchezze e d'onori, usava dire: Non ho mai ingrassato un porco, da cui io non ne abbia tratta la sugna, e voleva significare che lo spogliava poi degli onori impartiti, e delle ricchezze accumulate. Ed era alla lettera così. Tanta era la sua avarizia, che trovava sempre appigli per accusare or l'uno or l'altro de' Principi di tradimento dell'Impero. Con tali imputazioni calunniava la persona, e tolto di mezzo il Principe, ne occupava i beni. Ma non impunemente. Per lui fu letteralmente scritto: Con lui finirà l'Impero, perchè, sebbene siano per esservi successori, saranno privi dei titoli e della dignità d'Imperatori romani. Questo vaticinio pare che si avverasse. Or seguendo l'Abbate Gioachimo parliamo di quel diavolo di Dragone, di cui parla nell'Apocalisse 12º....... L'abbate Gioachimo nel libro Delle Figure pone le seguenti parole sopra i capi del Dragone suaccennato: «Prima persecuzione..... Quarta, dei Saraceni; il tempo delle vergini; Macometto; il quarto sigillo. Quinta, dei figli di Babilonia, secondo lo spirito, non alla lettera; Muthselmutus[199]; quinto sigillo. La sesta è la presente; Saladino; sesto sigillo; sono dieci Re, e un altro sorgerà dopo loro, che sarà più potente dei primi. Segue la settima; tempo di calamità e di miseria; questo è il settimo Re, che propriamente si chiama Anticristo, quantunque ne sia per venire un altro dopo lui di non minore malignità, designato dalla coda...... Della Esposizione di Aimone sopra Isaia alla fine del ventesimo capitolo......... È chiaro che la Repubblica deve sottostare al Pontefice romano. Parimente maestro Filippo cancelliere di Parigi descrive ad evidenza la vita del Prelato e dei sudditi sotto l'immagine delle membra del corpo umano..... Ora passiamo a Corrado, figlio di Federico ex-imperatore.
L'anno 1250 Re Corrado figlio di Federico, la cui madre era figlia del Re Giovanni, morto il padre, arrivò per mare in Puglia a prendere possesso del Regno di Sicilia; e, presa Napoli, ne distrusse sino alle fondamenta le mura. Ma l'anno successivo del suo regno cominciatosi a malare, un serviziale, che si credeva dato dai medici come curativo, per veleno commistovi, lo trasse al sepolcro. E trasportandosene la salma a Palermo per darle sepoltura, perchè quivi sono le tombe dei Re, arrivato a Messina, i Messinesi per odio e vendetta contro il padre di lui, che una volta aveva oppressi ed uccisi i più cospicui e migliori loro concittadini, ne gettarono le ossa in mare. Anche Corrado stesso aveva fatto loro grave offesa, e finalmente in questo modo ne presero vendetta. Nello stesso anno, in Danimarca, Enrico, inclito Re dei Danesi, fu affogato in mare da suo fratello Abele per rapirgli il Regno, che poi ne ricavò poco onore e vantaggio, poichè l'anno seguente lo uccisero i Frisoni, cui aveva tentato di soggiogare.