L'anno 1251 si radunò in Francia una moltitudine innumerevole di pastori, che dicevano di dover andar oltremare allo sterminio de' Saraceni per vendicare il Re di Francia. E molta gente dalle varie città della Francia si metteva al loro seguito, nè alcuno osava fare loro resistenza; si davano loro vittovaglie e tutto quello che volevano, onde i mandriani abbandonavano i loro armenti per correr loro dietro. E, per affascinarli, colui, che s'era messo alla loro testa, affermava che Dio gli aveva rivelato che il mare si aprirebbe, e che egli condurrebbeli a vendicare il Re di Francia. Ed io, all'udir narrarmi quelle cose, sclamava: Guai ai pastori che abbandonano il proprio gregge! E potranno costoro quello che il Re di Francia col suo esercito non ha potuto fare? Prestò loro fede il volgo de' francesi e terribile insorgeva contro i religiosi, e specialmente contro i Predicatori ed i Minori, perchè essi, avevano predicato la crociata, e apposta la croce al petto di chi seguiva quel Re, che fu poi debellato dai Saraceni. S'arrovellavano dunque i Francesi rimasti a casa contro Cristo, tanto che non mancava loro l'empietà di bestemiarne il nome, che è sopra ogni altro nome benedetto. E quando in quel tempo i frati Minori e i Predicatori cercavano la limosina ai Francesi, questi digrignavano contro loro i denti; e quando vedevano frati, che accattavano, chiamavano qualche altro povero, gli davano danari, e dicevano: Prendi in nome di Macometto, che è più potente di Cristo. E con ciò si adempiva quel detto del Signore, Luca 8º Un momento credono, e al tempo della tentazione si ritraggono indietro. Miseranda miseria! Mentre il Re di Francia non si turbava per i passati eventi, quel volgo sommoveva una terribile turbolenza! E quella accozzaglia di pastori, perchè i frati Predicatori in una certa città avevano osato lasciarsi sfuggire dalle labbra qualche parola contro di loro, ne smaltellarono siffattamente il convento, che non ne rimase più pietra sopra pietra...... Ma..... l'anno stesso furon ridotti al nulla, e quella ragunata fu distrutta. Lo stesso anno fu preso il castello di Castellarano[200], nella diocesi di Reggio, sulla Secchia. Parimente lo stesso anno il Marchese Uberto Pallavicino andò a Piacenza e concordò fra loro i Piacentini e i Cremonesi; ed i militi uscirono di Piacenza a malgrado del popolo, e stettero il mese di Maggio per le castella dei Piacentini; e Uberto Iniquità, di Piacenza, fu Podestà del popolo Piacentino. L'anno stesso Papa Innocenzo IV, Genovese, venne a Genova da Lione, città di Francia nella Borgogna, ove aveva tenuta la sua sede parecchi anni. Arrivò là il mese di Maggio, e vi ammogliò un suo nipote, alle cui nozze egli assistette con ottanta Vescovi e i suoi Cardinali; ed a mensa furono servite molte varietà d'imbandigioni, e vini di varie specie di tralci, e de' più squisiti e più allegri; eppure ogni servito costava molte marche. Non si videro mai a' dì nostri nozze più sontuose in nessun luogo, sia per altezza di grado de' commensali, sia per la squisitezza e quantità delle imbandigioni, sicchè se l'avesse viste la Regina Saba, anch'ella ne avrebbe fatte le meraviglie. Dopo, il Papa andò a Milano, dove si soffermò un mese e più. In quel tempo della sua dimora a Milano, i Milanesi corsero sopra Lodi e se ne impossessarono. Ma avuta di ciò notizia il Marchese Uberto Pallavicino, che allora signoreggiava in Cremona, con un grosso esercito di Cremonesi e parte di Piacentini, corse, la riprese e s'impadronì del Castello che l'Imperatore s'aveva fatto ivi costrurre (in ogni città, in cui signoreggiò, l'Imperatore volle avere un palazzo o castello). Stettero dunque quivi per bene un mese. E stando quivi a campo il mese di Luglio e di Agosto l'uno di fronte all'altro co' loro eserciti i Milanesi e i Cremonesi, avvenne che i Cremonesi misero a fuoco alcune contrade di quella città, spianarono parte del muro di cinta e le fosse, poi se ne tornarono senza conflitto al loro paese; e i Milanesi ne rimasero padroni. Poscia Innocenzo andò a Brescia, dipoi a Mantova, poi al monastero di S. Benedetto, che è tra il Po ed il Lirone, ove riposa la Contessa Metilde sepolta in un'arca di marmo. E il Papa coi Cardinali, memori dei benefici della Contessa alla Chiesa e ai romani Pontefici, recitarono sulla tomba di lei il salmo: De profundis. Di là passò Innocenzo IV a Ferrara, ove io mi trovava. E mandò avvisando i frati Minori che al suo ingresso in città l'andassero ad incontrare, e gli facessero ala; il che fu lungo tutta la via di S. Paolo. Nunzio di questi ordini fu un frate Minore di Parma, chiamato Buiolo, che era addetto al servizio del Papa, e che dimorava a Corte. Confessore del Papa era poi un'altro frate Minore, di nome Nicola, mio amico, cui poi il Papa creò Vescovo di Assisi; e frate Lorenzo, pure mio amico e compagno, anch'esso dimorava in Corte del Papa, e lo fece Arcivescovo di Antivari; ed, oltre i sunnominati, anche due altri frati Minori erano addetti al servizio del Papa. Il quale si fermò più giorni in Ferrara fra l'ottava del beato Francesco, e predicò dal balcone del palazzo del Vescovo, e gli facevano ala quinci e quindi i Cardinali, e uno di loro, cioè Guglielmo di lui nipote, dopo la predica fece la sua confessione pubblica. E vi era immensa folla di popolo accorsa, quasi adunata al supremo giudizio; e il Papa s'era preso per tema della predica: Beata la gente che ha Dio per suo Signore; beato il popolo designato da Dio suo erede. Dopo la predica, il Papa soggiunse: Iddio fu mio custode quand'io partiva d'Italia e quando soggiornai a Lione; ora che in Italia ritorno, sia egli benedetto per tutti i secoli. E aggiunse: Questa città è mia, vi conforto a vivere in pace, poichè l'ex-Imperatore, che perseguitava la Chiesa, è morto. Io poi era così a costa del Papa, che poteva toccarlo quand'io voleva, perchè egli andava lieto d'avere frati Minori attorno. In quel momento frate Gerardino da Parma, che fu maestro di frate Bonagrazia, mi toccò di gomito, e mi disse: Senti che è morto l'Imperatore, che non l'hai mai voluto credere. Lascia dunque in disparte il tuo Gioachimo, e fatti saggio, o figlio mio, dammene la consolazione, acciochè tu possa ora rispondere qualche cosa a me, che ti rimproverava. I Cardinali, nei giorni della loro fermata a Ferrara, mandarono più volte regalandoci maiali uccisi e già pelati, stati loro donati; e noi a volta nostra, ne facevamo parte alle nostre sorelle dell'Ordine di S. Chiara. Anche il dispensiere del Papa mandonne a dire: Domani il Papa è di partenza per Bologna; mandatemi i vostri barcaiuoli che vi darò il pane e il vino che ne resta, di cui non abbiamo più bisogno. E così si fece. All'arrivo a Bologna i Bolognesi fecero al Papa una festosissima accoglienza; si fermò poco tra loro, e partissene turbato e quasi improvviso, perchè domandarono che cedesse loro in dono Medicina[201], che è una Terra della Chiesa nella diocesi di Bologna, cui i Bolognesi da lungo tempo avevano violentemente occupata. Ma il Papa non li esaudì, nè gliela donò, anzi rispose: Di forza tenete una Terra della Chiesa, ed ora volete che ve la doni? Andatevene con Dio, ch'io non posso nè voglio darvela. Nulla ostante però, alla sua partenza il Papa trovò molte nobili e belle donne Bolognesi, accorse dalle lor ville alla strada, per cui doveva passare, bramose di vederlo; le benedisse nel nome del Signore, continuò sua via e fece sosta a Perugia. Lo stesso anno arrivò in Lombardia Re Corrado, prima a Verona, poi a Cremona, d'onde ritornò a Verona, e da Verona partì per la Puglia; e fu in Novembre. L'anno stesso fu preso il castello che era nella città di Lodi, e tutti i Lodigiani che vi erano dentro ne ebbero mozza la testa, ed i Pavesi, che pur vi si trovavano, li lasciarono andare liberi senza molestia. Lo stesso anno furono fatti prigioni la maggior parte degli uomini di Tortona dagli Alessandrini e dai Milanesi; e dal Marchese Uberto Pallavicini e dai Cremonesi fu preso in Ottobre il castello di Brescello. Brescello è una Terra posta nella Diocesi di Parma; una volta era città, e fu distrutta sino alle fondamenta dai Longobardi.
a. 1252
L'anno 1252 Ghiberto da Gente, cittadino di Parma, coll'aiuto dei beccai di Parma si fece Signore della città e lo fu molt'anni. Egli fece due buone cose durante la sua signoria: Rappacificò tra loro i Parmigiani, e fece murare alcune porte della città. Ma ne fece anche di cattive, come ne giudicarono i Parmigiani, i quali finalmente si levarono contro di lui, gli rapirono di mano la signoria, atterrarono le sue case nella villa di Campeggine[202] e in Parma, e lo mandarono in esiglio ad Ancona, dove stette sino alla morte. Prima però di essere definitivamente espulso da Parma, quantunque spogliato della signoria e ridotto a vivere come privato cittadino, ebbe la Podesteria di Pisa, e poi quella di Padova; e vi si trovava quando fu trasportato il corpo del beato Antonio alla nuova chiesa, ove era presente anche frate Bonaventura Ministro Generale. Le colpe di Ghiberto da Gente erano queste. Primo, s'avea molta ragione di sospettare della sua fede al partito della Chiesa, che anzi teneva più per la parte del Pallavicino; e siccome aspirava egli alla signoria di Parma, per ciò solo non permetteva che il Pallavicino vi entrasse. Secondo, era troppo ingordamente avaro, tanto che nel tempo della sua Signoria nessuno poteva vendere vittovaglie se non per conto del Comune; e si faceva poi socio con quelli, che erano autorizzati alle vendite, per espillarne da ciascuno parte del lucro....... E spingeva tant'oltre la sua avarizia, che avendogli un milite della Corte domandato che gli desse qualche cosa, gli offerse un Bolognino per comperarsi i fichi. Ed io stesso ho veduta, conosciuta, provata e misurata la sua abbietta grettezza a Campeggine, quando a suo non poco vantaggio, io mi era recato colà con frate Bernardino da Buzea........ Terzo, che delle ricchezze de' suoi concittadini si fabbricò alti e magnifici palazzi nella villa di Campeggine ed in Parma, mentre prima non era che un povero soldato; con che provocò l'invidia, e glieli smantellarono..... Quarto, ebbe la follìa di condannare iniquamente alcuni nella persona, come si disse che fece mozzar la testa al Da-Cavaza; altri, nella borsa; e interrogane, che te lo dirà, Giacomo Sanvitali. Così ad alcuni, per denaro, perdonava; contro altri, che non volevano spillarne, infieriva... Il Signore dice Levitico 19º. Abbiate bilancie giuste, peso giusto, moggio giusto, e staio giusto. Tutte queste cose egli falsificò. Quinto, gli fu apposto di prendere uno stipendio annuo troppo vistoso per compenso delle cure che aveva pel governo della città, assegno maggiore di quello che Parma usava pagare agli altri Podestà. La qual cosa non c'era delicatezza a farla, essendo egli nel proprio paese, in casa sua, sulle proprie possessioni; e perciò fu espulso dal governo e dalla città. Sesto, fu una soperchieria quella di adunare il popolo di Parma nella piazza del Comune, tenere una concione, e insignorirsi della città per sè e pe' suoi figli in perpetuo...... (L'utile rettore viene da Dio). Non tale fu Ghiberto da Gente, che portato sugli scudi dai beccai, si usurpò la Signoria di Parma. Settimo, fu una iniquità quella di alterare le monete, e impicciolirle riducendole a minor valore effettivo; alterazione, per la quale, dicono i banchieri che i Parmigiani ebbero un danno maggiore di un quarto del valore di tutta la città. E tienti ben fitto in mente che le due cose, di cui suole più vivamente dolersi il popolo, sono la carestia del frumento, e la falsificazione delle monete. Fece dunque un male assai grave Ghiberto da Gente falsificando le monete più direttamente a fine del vantaggio proprio che del Comune. Ottavo, per dare maggior splendore e grandezza alla sua signoria, ebbe la pazza vanità di formarsi una guardia di cinquecento uomini armati, che gli facessero sempre corteggio, quando che a lui piacesse. Io li ho visti quegli uomini in armi, la vigilia dell'Assunta, quando per ambizione, per pompa, per onore e vana gloria si faceva fare corteo mentre andava coi ceri, secondo l'uso de' Parmigiani, alla chiesa matrice. Poi s'era proposto di far Vescovo di Parma un suo fratello germano, Abbate nel monastero di S. Benedetto di Leno[203], nella diocesi di Brescia. Ebbe l'ingordigia di voler aggiungere alla sua Signoria le due vicine città di Reggio e di Modena, e voleva ch'io mi maneggiassi di fargli aver Modena; ma io non mi ci volli immischiare, perchè nella seconda Epistola a Timoteo l'Apostolo, 2º dice..... Ebbe però qualche tempo in sua podestà Reggio, ma i Reggiani ne lo cacciarono presto, e lo spogliarono del potere per le angherie e le perversità che in seguito esporremo. Ricordo che, deposto dai Parmigiani dalla Signoria di Parma, nella sua villa di Campeggine in casa sua, gli dissi: Che fate Ghiberto? Perchè non entrate nell'Ordine de' frati Minori? E rispose: Che vorreste farne di me che ho sessant'anni? Ed io soggiunsi: Dareste ad altri il buon esempio di operar bene, e salvereste l'anima vostra. Al che egli di rimando: Intendo bene che mi date un buon consiglio, ma non posso seguirlo perchè vo mulinando nell'animo mio altre cose..... Che volete? M'affaticai in pregarlo, ma non volle saperne di mettersi sul buon sentiero: perocchè aveva meditato iniquità dentro di sè. Di fatto nutriva speranza di vendicarsi dei Parmigiani e dei Reggiani, che l'avevano deposto dalla signoria; e, a meglio riuscirvi, diede per moglie sua figlia Mabilia a Guido da Correggio..... E nota che siccome Ghiberto da Gente diede il bando ed espulse da Parma Bertolino, figlio di Bertolo Tavernieri, così egli fu sbandito ed espulso dai Parmigiani, e abitò nella Marca, e morì in Ancona, dove è sepolto. Ed assegnò per un certo numero d'anni le rendite annue di alcune praterie, che aveva nella diocesi di Parma, ai frati Minori e Predicatori, a risarcimento di rendite incerte loro rapite; e le ebbero; e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. Lo stesso anno 1252, per la mediazione del Vescovo di Reggio Guglielmo Fogliani, e di frate Egidio della Religione della Santa Trinità da Campagnola, oriondo di Verona, si pacificarono tra loro i Roberti, i Fogliani e tutti i fuorusciti ed espulsi di Reggio, e questo avvenne alla metà d'Agosto nella chiesa di S. Lorenzo. E, per il meglio della città di Reggio, furono creati gli Anziani, estraendoli a sorte dal Consiglio generale; e a principio furono dodici. E lo stesso anno ad onore di Dio e del beato Prospero e di S. Grisanto, e per il bene della loro città, i suaccennati Anziani, in giorno di sabato, sedici Agosto, convocati di volontà del Consiglio, secondo l'uso e la consueta formola di convocazione, e radunati nel palazzo del Comune, giurarono pace e concordia col prenominato Guglielmo Vescovo di Reggio, e coi Reggiani fuorusciti da una parte, e dall'altra i Reggiani che erano in città. E quell'anno una gran brinata, ai diciotto di Maggio, giorno di domenica, distrusse in più luoghi il frutto dei vigneti.
a. 1253
L'anno 1253, indizione 11ª, Guido da Gente, Parmigiano, fu eletto Podestà di Reggio per arti di Ghiberto da Gente suo fratello, allora Podestà di Parma, e per accordi tra i Reggiani fuorusciti, ed i Reggiani che erano dentro la città. E lo stesso anno, il ventotto d'Ottobre, Martedì, festa dei beati Apostoli Simone e Giuda, Ghiberto da Gente Podestà di Parma, cogli Anziani del Consorzio di Santa Maria Vergine della città di Parma, e con altri probi uomini della medesima città, si recarono con grande esultanza, colle croci, cogli stendali, coi sacerdoti e tutti i religiosi a Porta Santa Croce con tutti gli uomini della città di Reggio, e in Reggio, insieme cogli altri fuorusciti, condussero il Venerabile Guglielmo Fogliani, che ne era stato eletto Vescovo. E il Mercoledì, 29 dello stesso mese, il prenominato Ghiberto Podestà di Parma, in piena adunanza del popolo convocato a suono di trombe e di campane, nella piazza del Comune di Reggio, fece il concordato tra i fuorusciti e que' di dentro, il quale concordato fu scritto e inserto nello Statuto del Comune; e fu nel giorno stesso 29 Ottobre che Guido da Gente, per arti del prenominato Ghiberto Podestà di Parma e suo fratello, fu fatto Podestà di Reggio. Quell'anno stesso 1253, ai sette di Dicembre, a sera, poco dopo il crepuscolo, l'anno dodicesimo del suo pontificato, morì a Napoli Innocenzo IV, Papa di inclita memoria; e, il giorno appresso, morì Stefano Cardinal prete di Santa Maria in Transtevere; e i loro corpi, sepolti nella chiesa Napoletana, riposino in pace, e così sia. E Bertolino Tavernieri di Parma, che era allora Podestà di Napoli, fece chiudere le porte della città per ritenere i Cardinali dall'andare altrove, e costringerli ad eleggere, senza por tempo in mezzo, il nuovo Papa in Napoli stesso. E siccome non si potevano concordare ad eleggerlo per voti, che le urne davano sempre molto divisi, fu eletto per compromesso. E Ottaviano Cardinal diacono impose il manto al più degno uomo della Corte, come egli disse, cioè a Rainaldo Vescovo di Ostia; e si nominò Papa Alessandro IV, eletto verso la vigilia di Natale; sicchè il giorno di S. Tomaso di Cantorbery ne giunse la notizia a Ferrara. Alessandro IV, oriondo della Campania, fatto Papa l'anno 1253, tenne il pontificato sette anni. Nacque ad Anagni, e si chiamava Rainaldo Vescovo di Ostia. Fu molti anni Cardinale dell'Ordine de' frati Minori, e Papa Gregorio IX gli conferì la Porpora ad istanza e preghiera de' frati Minori stessi. Questi ascrisse al catalogo dei Santi la beata Clara, convertita al cristianesimo dal beato Francesco; e ne compose la colletta e gli inni. Aveva una sorella nell'Ordine di Santa Chiara, ed un nipote nell'Ordine de' frati Minori; ma non creò nè quella, Badessa, nè questo, Cardinale; nè nominò nel suo pontificato alcun Cardinale, quantunque allora fossero rimasi solo in otto. Fu uomo di lettere, amante dello studio della teologia, e spesso volentieri predicava, celebrava, e consacrava chiese. Fuse in uno solo i cinque Ordini degli Eremitani che prima s'aveano; conferì all'Ordine dei Minori quel privilegio, che si appella Mare magno. Manteneva costantissima l'amicizia, come appare chiaro da quel che faceva con frate Rainaldo da Tocca dell'Ordine de' Minori, cui amò tanto, che all'amicizia di lui non si può paragonare nè quella di Gionata con Davide, nè quella di Amelio e di Amico. E se anche tutto il mondo avesse detto qualche cosa di male contro frate Rainaldo, il Papa non l'avrebbe creduto, e nè pure ascoltato; e quando bussava all'uscio della camera, il Papa gli andava ad aprire anche a piedi nudi. Questa cosa la vide un altro frate Minore, una volta che era solo in camera col Papa, cioè frate Mansueto da Castiglione Aretino, mio amico, dalle cui labbra io l'ho saputo. Questo Papa non s'immischiò in guerre, e passò pacificamente i suoi giorni. Era tarchiato, corpulento e grasso, come un secondo Eglon; era benigno, clemente, pio, giusto, timorato e divoto di Dio. (Sotto il suo pontificato, Manfredi figlio del fu Imperatore Federico, infingendosi l'educatore di Corradino nipote di Federico, e divulgato ovunque che Corradino era morto, si pose in capo la corona del Regno. La qual cosa essendo a danno del Papa, prima fu scomunicato, poi fu raccolto contro di lui un grosso esercito. Tanto è vero che la menzogna a nulla approda). Questi, come è già detto, canonizzò ad Anagni Santa Chiara dell'Ordine di S. Francesco. Ai tempi di questo Papa, sia che l'epoca si voglia far partire dalla morte, sia dalla deposizione di Federico Imperatore, figlio del fu Imperatore Enrico, fatta da Papa Innocenzo IV, cominciò a vacare l'Impero romano, nulla ostante che dai Principi dell'Alemagna si facessero parecchie elezioni. E primo di tutti elessero il Langravio di Turingia, e, dopo lui, Guglielmo Conte di Olanda, i quali morirono prima di essere consacrati Imperatori. Dopo la morte poi di Federico II, gli elettori, divisi in due, una parte elevò alla dignità dell'Impero il Re di Castiglia, gli altri il Conte di Cornovaglia, fratello del Re d'Inghilterra, di nome Riccardo. E la divisione di quegli elettori durò molti anni. Questo Papa riprovò due pestiferi libelli, de' quali uno sosteneva che tutti i Religiosi e predicatori della parola di Dio, che vivono di limosine, non possono salvarsi. Autore di questo libello era Guglielmo di Santo Amore, che lo pubblicò a Parigi, e distolse molti maestri e scolari dall'entrare nell'Ordine de' Predicatori e dei Minori. Ma l'autore non ne restò impunito; ed il Papa Alessandro IV e il Re di Francia S. Lodovico lo espulsero da Parigi, senza che potesse avere speranza di ritornarvi mai più in eterno, e più oltre...... L'altro libello conteneva molte cose false contro la dottrina dell'Abbate Gioachimo, cose che l'Abbate non aveva scritte; p. e. che il Vangelo e la dottrina del Nuovo Testamento non aveva condotto nessuno alla perfezione, e che dovea chiudersi il suo ciclo l'anno 1260. E sappi che l'autore di questo libello fu frate Girardino di Borgo S. Donnino, che nel secolo fu allevato in Sicilia, e vi insegnò grammatica. Ed entrato poi nell'Ordine de' Minori, dopo tempo fu mandato a Parigi per la provincia di Sicilia[204], e fatto lettore di teologia; e a Parigi compose il preaccennato libello, e all'insaputa de' frati lo pubblicò; ma ne fu gravemente punito, come ho detto più su........ Pur tuttavia fu rimandato nella sua provincia, e perchè non volle rinsavire, frate Bonaventura Ministro Generale, che era in Francia, lo chiamò presso di sè. E passando per Modena, ove io allora abitava, ed avendo io seco famigliarità, giacchè ero stato seco a Provins e a Sens, quell'anno che il Re di Francia S. Lodovico di buona memoria andò la prima volta oltremare, gli dissi: Disputiamo, se vuoi, intorno alla dottrina dell'Abbate Gioachimo. E rispose: Non disputiamo, ma comunichiamoci le nostre opinioni, e perciò ritiriamoci in luogo appartato. Lo condussi nell'orto, di dietro al dormitorio, ci mettemmo a sedere sotto una vite, e gli dissi: Io ti domando quando e dove nascerà l'Anticristo. E rispose: È già nato ed adulto, e presto eserciterà il suo ministero d'iniquità. E ripigliai: Lo conosci tu? Non l'ho visto di persona, rispose, ma lo conosco bene per quel che se ne scrive. E gli domandai: Dov'è che ne sta scritto? Nella Bibbia, mi rispose. Dimmi dunque in quale punto, perchè la Bibbia la conosco bene. Ma rispose: Non te lo dirò punto, se prima non avremo fra mani la Bibbia. Andai pertanto a prendere la Bibbia, e di ritorno apertala, conobbi che egli riferiva tutto il capitolo 18º di Isaia ad un Re di Spagna, cioè di Castiglia. Il capitolo di Isaia diceva: Guai al paese che fa ombra coll'ale ecc. sino alla fine. E gli domandai: Tu dunque dici che questo Re di Castiglia, ora regnante, è l'Anticristo? E rispose: Senza dubbio, l'Anticristo, quel maledetto, di cui parlarono tutti i dottori, e i Santi che hanno trattato di questa materia. E cuculiandolo soggiunsi: Spero in Dio che t'accorgerai d'essere caduto in errore. E mentre io pronunciava queste parole, ecco comparire molti frati e secolari nel prato di dietro al dormitorio, che mesti parlavano tra loro. E mi disse: Va ad ascoltare ciò che dicono, perchè hanno l'apparenza di chi porta tristi notizie. Andai, e, ritornandone, disse: Dicono che Filippo Arcivescovo di Ravenna è prigioniero di Ezzelino. Allora replicò: Vedi, se cominciano i misteri! Dopo mi domandò s'io conoscessi un Veronese, che soggiornava a Parma, e che possedeva lo spirito di Profezia, e scriveva il futuro. Sì, lo conosco, e lo conosco bene, io dissi, ed ho anche veduto le sue scritture. E allora, vedrei volontieri, mi soggiunse, quegli scritti; ti prego, se puoi, di provvedermeli. E risposi: Li dà di buon grado, e va in sollucchero quando glieli cercano e vogliono averli. Ha fatto molte omelie, ch'io ho lette; e, smesso il mestiere di tesserandolo, di cui campava in Parma, è andato nel monastero dei Cisterciensi di Fontevivo[205], ove tutto il dì, vestito da secolare, scrive in una camera assegnatagli dai frati, predice il futuro, e vive a spese del monastero; e potrai andare a vederlo, poichè è distante sol due miglia al di sotto della strada. Allora osservò che i suoi compagni non vorrebbero deviare, e che quindi mi pregava di provvederglieli, che me ne avrebbe avuto grado. Continuò egli dunque il suo viaggio, e non l'ho mai più visto. Io poi andai a quel monastero, quando n'ebbi tempo, e vi trovai un cotal mio amico, frate Alberto Cremonella, entrato con me nell'Ordine de' frati Minori il giorno stesso, in cui io vi fui ammesso da frate Elia, Ministro Generale, in Parma l'anno 1238; ma, durante il noviziato, ne uscì, restò secolare, imparò fisica, e finalmente entrò nell'Ordine e nel monastero di Fontevivo, ove tutti lo stimarono dottissimo. E, quando mi vide, disse gli pareva di aver veduto un angelo del paradiso, essendochè mi amava vivissimamente. Allora gli dissi che mi farebbe un segnalato favore se mi prestasse tutti gli scritti di quel Veronese. E rispose: Sappiate, frate Salimbene, che io sono tenuto in molta considerazione e posso molto in questo monastero, e i frati, per loro bontà, e per quel tanto che so di fisica, mi vogliono bene assai; se desiderate, posso prestarvi tutti i libri del beato Bernardo. Colui, di cui parlate, è morto, e de' suoi scritti neppure una sillaba rimase al mondo; perchè io di mia mano ho abraso tutti gli scritti suoi; e ve ne dirò il come e il perchè. Vi era in questo monastero un certo frate che sapeva benissimo l'arte del raspare le carte, e disse all'Abbate: Padre...... giacchè è più chiaro della luce del sole ch'io debbo morire, poichè io non sono punto migliore de' padri miei, vi prego, Padre, se vi par buono, di assegnarmi alcuni alunni, che amino di imparare a raspar le carte, perchè, morto io, potranno tornare utili a questo monastero. Ma non trovandosi nessuno che volesse imparare, tranne io, così dopo la morte del mio maestro, e di quel Veronese, abrasi tutti i libri di questo, di modo che non ne rimase lettera. E lo feci, parte per esercitarmi nelle abrasioni, parte anche perchè quelle profezie avevano sollevato troppo grave scandalo. Udito questo, io dissi in mio cuore: Anche il libro di Geremia profeta una volta fu bruciato; ma chi lo fece bruciare non ne andò impunito, come si legge in Geremia 36º; anche la legge di Mosè fu bruciata dai Caldei, ed Esdra la riprodusse illuminato dallo Spirito Santo. Così sorse in Parma un uomo, che nella sua semplicità ebbe l'intelletto chiaro delle cose future, perché Iddio parla ai semplici di cuore, Proverbi 3º. Però dopo molti anni, abitando io ad Imola, venne nella mia cella frate Arnolfo mio Guardiano con un certo libretto scritto sul papiro, e mi disse: Un notaio di questa Terra, amico dei frati, mi diede a prestito da leggere questo libro, ch'egli copiò a Roma, quando si trovò colà col Senatore Brancaleone di Bologna, e se lo tiene molto caro, perchè lo compose e lo scrisse frate Girardino di Borgo S. Donnino. Voi leggetelo, che avete studiato sui libri dell'Abbate Gioacchimo, e sappiatemi dire se vi abbia qualche cosa di buono. Lettolo e consideratolo, dissi a frate Arnolfo: questo libro non ha lo stile degli antichi dottori, è frivolo, ed ha cose degne di riso; per cui il libro fu diffamato e riprovato, e vi do il consiglio di gettarlo nel fuoco a bruciare, e a quel vostro amico dite che porti pazienza per amor di Dio e dell'Ordine nostro. Così si fece, e il libro fu bruciato. È vero però che quel frate Girardino, autore dell'opuscolo, dava argomento di credere che avesse in sè qualche cosa di buono. Era famigliare, cortese, liberale, religioso, onesto, costumato, temperante di parole, di cibo, e di bevanda, semplice nel vestire, ossequioso con umiltà e mansuetudine; Un uomo veramente amichevole in società, più amico ancora che un fratello, come disse il Savio ne' Proverbi 18º; ma la protervia nella sua opinione eclissava tutte quelle buone qualità..... E per cagione di questo frate Girardino si fece legge che nessuno nuovo scritto si publichi fuori dell'Ordine, se prima non è stato approvato dal Ministro e dai definitori nel Capitolo provinciale; e se alcuno contravvenga, digiuni tre giorni a pane ed acqua, e siagli tolta l'opera sua....................................
a. 1254
L'anno 1254, Guido, fratello di Ghiberto da Gente, fu fatto Podestà di Reggio, e vi morì nell'anno stesso, e fu sepolto nel convento vecchio dei frati Minori, ove ora abitano le Suore Minori dell'Ordine di S. Chiara. Si noti che anche la elezione di Papa Alessandro IV si può ascrivere a questo millesimo, come al precedente, perchè fu eletto tre o quattro giorni prima di Natale, e ne arrivarono le notizie a Ferrara da Napoli il dì di S. Tomaso di Cantorbery.
a. 1255
L'anno 1255, indizione 13ª, fu data la Podesteria della città di Reggio a Ghiberto da Gente, che era anche Podestà di Parma, e mandovvi, come Vicario, un suo nipote, Guido De-Angeli, cittadino Parmigiano; e il Vicario e Ghiberto da Gente in una furono spogliati della Reggenza della città di Reggio dal collegio dei Giudici, i quali, senza il concorso del Consiglio municipale, elessero Podestà Penazzo, figlio del fu Giliolo da Sesso, il 3 di Marzo, lunedì prima della Quaresima. E perciò sorse gran rottura tra Ghiberto da Gente Podestà di Parma e il Comune di Reggio. E lo stesso anno, Bonifacio, figlio del fu Giacomo da Canossa, stando e tenendo occupata la Rocca detta di Canossa contro l'assenso del Podestà di Reggio....... perciò avendo Trisendo, suo figlio, predato sulla strada del Comune di Reggio, il Podestà e il Comune raccolsero un esercito di montanari attorno alla rocca stessa, e l'assediarono, e vi costruirono trabucchi e màngani, a seconda della volontà di quei di fuori, e ne capitanò le armi e l'impresa Alberto di Canossa, e la rocca fu distrutta. Questa era la rocca della fu Contessa Metilde, fondata da Atto suo avolo, a' tempi di Ottone I, Imperatore, e si chiamava Canusia.