E salva i popoli.
E veramente si trova che S. Domenico restò dodici anni sepolto senza che si facesse parola della sua santità; ma per cura di cotesto frate Giovanni sunnominato, che, al tempo di tale divozione, ebbe facoltà di predicare in Bologna, ne fu fatta la canonizzazione. Per questa canonizzazione s'adoperò anche il vescovo di Modena, che era un Piemontese, il quale, fatto poi Cardinale, prese nome Guglielmo, cui io vidi predicare e officiare la vigilia di Pasqua nella chiesa de' frati Minori a Lione, quando ivi si trovava Papa Innocenzo e tutta la sua corte. Questo frate Giovanni era per verità un uomo di nessuna coltura, e si voleva porre tra quelli che fanno miracoli. Fece in quel tempo un gran predicare tra Castel Leone e Castel Franco[44]. Ma frate Giacomino da Reggio, oriondo però di Parma, fu uomo assai colto, lettore di teologia, predicatore facondo, copioso e grazioso; uomo pronto, benigno, caritatevole, affabile, cortese, liberale e largo. Ed una volta fummo compagni di viaggio di giorno e di notte da Parma a Modena in un momento di gran guerra; ed era anche meco il frate mio compagno, ed egli aveva il suo. Questi al tempo di quelle divozioni, di cui abbiamo parlato più sopra, aveva molta grazia nel predicare, e fece molto di bene. Nell'anno stesso ebbe principio in Reggio la costruzione della chiesa del Gesù de' frati Predicatori; e se ne fondò la prima pietra, consacrata dal vescovo Nicolò, il dì di S. Giacomo. E ad erigere quel tempio accorrevano i Reggiani, uomini, donne, militi di cavalleria, di fanteria, campagnuoli, cittadini; e portavano pietre, sabbia, calce sulle spalle entro varie specie di pelli e di tessuti. E beato chi più ne poteva portare; e fecero le fondamenta della chiesa e del caseggiato annesso, e alzarono una parte delle muraglie. Al terz'anno compirono tutto il lavoro. E allora frate Giacomino ne dirigeva la buona esecuzione. Questo frate Giacomino fece nella diocesi di Parma tra Calerno[45] e S. Ilario, al disotto dell'Emilia, una gran predicazione, alla quale accorse una grandissima folla d'uomini, donne, ragazzi, da Parma, da Reggio, dal monte, dal piano e da diverse ville. Ed una donna povera e gravida, ivi partorì un maschio; e per istanze e preghiere di frate Giacomino molte persone diedero non pochi soccorsi a quella povera donna. Perocchè tra le donne, chi regalava una sottana, chi una camicia, chi una veste, chi una benda; sicchè ne raccolse da caricare un asino. E dagli uomini n'ebbe cento soldi imperiali. E chi era presente e vide, riferì a me queste cose dopo tempo assai, quando ebbi a passare con lui per quei luoghi: Cose che ho saputo poi anche da altri. A questo frate Giacomino, malato a Bologna nell'infermeria de' frati Predicatori, ritto a sedere sul letto, verso il mezzodì, e desto, apparve frate Giraldo da Modena dell'Ordine dei frati Minori, quello stesso giorno in cui morì, dicendo: Io sono alla visione della gloria di Dio, alla quale Cristo chiamerà presto anche te a ricevere il premio delle tue fatiche, e soggiornerai sempre presso chi hai devotamente servito. Ciò detto, frate Giraldo disparve; e frate Giacomino raccontò a' suoi frati quanto aveva veduto, che se ne rallegrarono. Ed a frate Giacomino avvenne per punto quanto avevagli predetto frate Giraldo; poichè pochi giorni dopo s'addormentò nel Signore; e il suo corpo fu sepolto a Mantova. Frate Giovanni poi da Vicenza, più sopra menzionato, chiuse i suoi giorni in Puglia. Ebbero anche i frati Predicatori in Parma, nel tempo di quella divozione, che si chiamò alleluia, un frate Bartolomeo da Vicenza, che fece molto di bene, come ho veduto co' miei occhi; ed era buon uomo, prudente ed onesto; e dopo molto tempo fu fatto Vescovo della sua città natale, ove fece fabbricare un bel convento pe' frati del suo Ordine, che prima ivi non abitavano. I frati Minori poi ebbero un frate Leone milanese, predicatore famoso, che perseguitò potentemente, e confutò e confuse gli eretici. Fu molti anni ministro provinciale nell'Ordine de' frati Minori, e poi Arcivescovo di Milano. Costui era di tanto singolare coraggio, anzi audacia, che una volta da solo andò collo stendardo in mano alla testa dell'esercito Milanese contro l'Imperatore, e passato il ponte d'un fiume, solo, stette a lungo di piè fermo squassando lo stendardo; mentre i Milanesi non osavano passare perchè vedevano l'esercito imperiale in ordine di battaglia. Questo frate Leone confessò un amministratore dell'ospedale di Milano, uomo che godeva gran nome e fama di santità. E quando esso fu agli estremi della vita Leone si fece promettere che sarebbe tornato dopo morte a dargli contezza dello stato in cui si trovava. E promise di buon grado. Verso sera si sparge in città la voce della sua morte. Frate Leone invita due frati suoi compagni particolari, ch'egli aveva come ministro Provinciale, a vegliare seco quella sera in un angolo dell'orto, nella camera dell'ortolano. Vegliando tutti e tre insieme, frate Leone fu preso un momento da un lieve sonno; e, volendo dormire, pregò i compagni che, se qualche cosa sentissero, lo svegliassero. Ed ecco che subito odono uno venire disperatamente urlando, e lo videro rotar giù dal cielo come un globo di fuoco, e precipitarsi sul comignolo della casetta come uno sparviero sull'anitra. Pel rumore, e scosso dai frati, Leone si svegliò. E continuando colui i lamenti Ahi! Ahi!. frate Leone gli domandò come si trovasse. Ed egli rispose dicendo che era dannato, perchè era stato causa che morissero senza battesimo alcuni bambini nati da unione illeggittima, avendoli egli con isdegno reietti dall'ospedale, perchè vedeva che per accoglierli l'Ospizio andava incontro a spese e disagi. E domandandogli frate Leone perchè non si fosse confessato di questa colpa, rispose: o perchè me ne sono dimenticato, o perchè non credetti che la fosse da confessarsene. Quindi frate Leone soggiunse: Giacchè nulla hai a che fare con noi, partiti da noi, e vanne per la tua strada. Ed egli gridando e urlando dipartissi. Pertanto questo Frate Leone nel tempo di quella divozione, che i posteri chiamarono poi l'alleluia, molto s'adoperò, e molto fece di bene. Vi fu anche un cert'altro frate Minore di Padova che nel tempo di quella divozione fece molto di bene. Questi predicando una festa a Como, e facendo un usuraio murare una sua torre, disturbato il frate dal martellare degli operai, disse al popolo, che l'ascoltava: Vi predico che nel tal tempo quella torre ruinerà, e sin dalle fondamenta sarà divelta. Ed accadde, e fu giudicato un gran miracolo. Perciò l'Ecclesiastico dice 37: L'anima di un uomo pio scopre talora la verità meglio che sette sentinelle, che stanno alla vedetta in luogo elevato. Così ne' Proverbii 17: Chi molto alta fa la casa sua, va cercando ruine. Miracolo eguale a quello della profezia della torre che doveva ruinare, è quello pel figlio di Grilla, e delle tre zucche, e del sorcio in una zucca. E tutto diceva così a casaccio, a sorte, e perciò fu chiamato l'indovino. Vi fu anche Girardo da Modena dell'Ordine de' frati Minori, che a' tempi della suddetta divozione, operò cose miracolose e fece molto di bene, come ho veduto io co' miei occhi. Questi nel secolo si chiamava Girardo Maletta. Nacque di potente e ricca famiglia, cioè dai Boccabadati. Fu uno dei primi frati dell'Ordine dei Minori, non però uno dei dodici. Fu amico ed intimo del beato Francesco, e talvolta compagno: uomo cortese assai, liberale, splendido, religioso, onesto, di costumi assai castigato, e misurato nelle parole e nelle opere. Non ebbe che poca coltura di lettere: Tuttavia fu grande oratore, e predicatore ottimo e pieno di grazia. Voleva andare in giro per tutto il mondo. Fu egli che pregò per me frate Elia ministro Generale dell'Ordine de' frati Minori, che mi ricevesse nell'Ordine; e accolse l'istanza in Parma l'anno 1238. Fui talvolta suo compagno di viaggio. Al tempo della detta divozione i Parmigiani affidarono a lui la signoria di Parma, acclamandolo Podestà, con potere di accordare in pace fra loro quelli, che per rancori erano in dissidio. E così fece, e, molti che per discordie erano nemici, ricompose in pace ed amicizia. Tuttavia in un caso di composta pacificazione, incorse in calunnia, avendo irritato Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Papa Innocenzo IV, per non aver data sufficiente soddisfazione ad alcuni di lui amici. Frate Girardo tenea molto dalla parte dell'Impero; ma nulla ostante egli camminò al cospetto di Dio in pace ed equità, e molti ritrasse dalle vie dell'iniquità, come disse Malachia II. E qui a proposito richiamati alla mente la storia di quei tre compagni, de' quali uno volle pensare a sè solo, e a sè solo vivere, e fare il solitario; il secondo amò curare i malati; il terzo riamicare i nemici. Del primo dice S. Girolamo: La santa selvatichezza giova a sè soltanto, e di quanto vantaggia la Chiesa di Cristo coi meriti della vita, d'altrettanto le nuoce, se non faccia opera di resistenza a' suoi demolitori. Perciò ricordati bene di S. Sindonio, a cui un Angelo del Signore comandò di andare attorno a predicare contro gli eretici. Del beato Francesco ancora fu scritto che non vuol vivere per sè solo, ma giovare gli altri, indottovi da amore di Dio. Ogni volta che mi torna a mente frate Girardo da Modena, mi torna a mente anche quella sentenza dell'Ecclesiastico XIX: È da preferirsi l'uomo che manca di sagacità, ed è privo di scienza, ma è timorato, a quello che abbonda di avvedutezza, e trasgredisce la legge dell'Altissimo. Io mi trovai malato a Ferrara con frate Girardo di una malattia, di cui egli morì dopo essere venuto a Modena verso l'anno nuovo; e fu sepolto in un sarcofago di marmo nella chiesa de' frati Minori. E Iddio si degnò di operare per mezzo di lui molti miracoli, che per brevità tralascio di narrare, perchè può esservene occasione altrove. Una cosa però non vuolsi passare sotto silenzio, ed è che questi frati, valenti predicatori, al tempo della prenominata divozione, si adunavano talvolta in qualche luogo, e insieme prestabilivano per le loro prediche il luogo, il giorno, l'ora e l'argomento. E l'uno diceva all'altro: Tien fermo ogni cosa dell'accordo preso; sicchè le cose immanchevolmente accadevano come erano state prefisse. Stava dunque frate Girardo, come l'ho visto io co' miei occhi, nella piazza del Comune di Parma, o altrove quando voleva, sopra un palchetto portatile di legno, fatto a posta per uso delle concioni; e, quando il popolo era tutto intento, ad un tratto interrompeva la predica, e s'incappucciava, quasi in atto di pensare a Dio. Poi, dopo lunga pezza, scappucciatosi, parlava al popolo meravigliato, quasi dicesse coll'Apocalisse I: Io era in Ispirito nel giorno della domenica, ed ascoltai il dilettissimo nostro fratello Giovanni da Vicenza, che predicava vicin di Bologna, nella ghiaia del Reno, ed aveva un affollatissimo uditorio, e queste furono le prime parole della sua predica: Beata la gente che per suo signore ha Dio, beato il popolo eletto da Dio per sua eredità. Altrettanto diceva di frate Giacomino. E quelli sapevan dire parimente di lui. Meravigliavano i presenti, e, punti da curiosità, spedivano messi per sapere se era vero ciò che loro si diceva. E trovando che sì, vieppiù restavano meravigliati; sicchè molti, abbandonando il secolo, entravano nell'Ordine de' frati Minori, e de' Predicatori. E in diversi altri modi, e in molte parti del mondo gran bene si fece a tempo di quella divozione, come ho visto io co' miei occhi. Vi furono però anche a que' tempi molti barattieri e gabbamondi, che facevan di tutto per calunniare gli innocenti. De' quali fu un Boncompagno fiorentino, rinomato maestro di grammatica in Bologna, che compose libri intitolati Del comporre. Costui, che tra' fiorentini era il più arguto nel mettere in canzone la gente, compose una rima in derisione di frate Giovanni da Vicenza, di cui non ricordo nè il principio, nè la fine, perchè da molto tempo non l'ho letta, e quando la lessi non mi curai tanto d'impararla bene a memoria. V'erano però questi versi, che mi ricorrono a mente:
Et Johannes johannizat,
Et saltando choreizat,
Modo salta, modo salta
Qui coelorum petis alta:
Saltat iste saltat ille,
Resaltant choortes mille;
Saltat chorus dominarum,
Saltat dux Venetiarum ecc.