E Giovanni giovanneggia

E ballando caroleggia,

Or tu salta, vola, sali,

Tu ch'al cielo batti l'ali;

Saltan questi, saltan quelli,

Saltan pur mille drappelli;

Danzan donne in giro, in coro

Danza il Sir del Bucintoro ecc.

Così pure questo maestro Boncompagno vedendo che frate Giovanni s'era messo in capo di far miracoli, anch'egli volle provarsi a farne, e annunziò ai Bolognesi che voleva volare sotto i loro occhi. Non ci volle altro. La notizia corre per Bologna; arriva il giorno prefisso; si raduna tutta la città, uomini, donne, vecchi, fanciulli, alle falde d'un colle, che si chiama S. Maria in monte. S'era fatte due ali, e stava sulla vetta del monte guardando la folla. Ed essendosi reciprocamente a lungo guardati, proferì queste parole: Andatevene colla benedizione di Dio, e vi basti aver veduta la faccia di Boncompagno. E ne ritornarono derisi. Questo maestro Boncompagno, essendo un ottimo scrittore, per consiglio de' suoi amici andò a Roma, volendo provare se per avventura potesse colla sua abilità nelle lettere, trovar grazia nella corte romana. Ma non avendo trovato favore, se ne partì, e divenuto già vecchio, si era ridotto a tanta miseria, che fu costretto a chiudere i suoi giorni in un ospedale a Firenze. A frate Giovanni da Vicenza poi più sopra menzionato, gli onori ricevuti e la grazia nel predicare gli avevano siffattamente beccato il cervello da avernelo travolto e credere di poter fare veri miracoli anche senza l'aiuto del braccio di Dio. Il che era somma stoltezza, perchè il Signore dice in Giovanni 15. Senza me nulla potete fare. Parimente ne' Proverbii 26. Chi dà gloria allo stolto fa come chi gittasse una pietra preziosa in una mora di sassi. Essendo frate Giovanni rimproverato delle sue fatuità da' suoi confrati, rispondeva loro, dicendo: Se non la finite, io vi infamerò pubblicando le vostre azioni. Per ciò lo tollerarono sino che morì, non trovando modo di contrastargli. Questi essendo venuto un giorno al convento de' frati Minori, ed avendogli il barbiere rasa la barba, s'ebbe a male che i frati non ne avessero raccolti i peli da serbare per reliquie. Ma frate Diotisalvi da Fiorenza dell'Ordine dei Minori, che, secondo il costume de' Fiorentini era prontissimo a canzonare la gente, a capello rispose allo stolto come si conviene alla sua follìa, chè talora non gli paresse d'esser savio. Proverbii 26. Perocchè andato un giorno al convento de' Predicatori, ed essendo stato da loro invitato a pranzo, disse che in niun modo accetterebbe, se non dessero a lui un lembo della tonaca di frate Giovanni, che stava in quel convento, da conservare come reliquia. Promisero e diedero una larga pezza di tonaca, colla quale, sgravatosi dopo pranzo il ventre, forbissi l'ano, poi la gittò nello sterco. Poscia, presa una pertica, rimestava lo sterco gridando e dicendo: Ahi! Ahi! aiutatemi o fratelli, che cerco la reliquia del santo che ho smarrita nella latrina. E guardando essi in giù dalle finestre delle celle, egli rimestava più forte perchè ne sentisser l'odore. Pertanto nauseati da tali esalazioni, ed inteso che erano stati scherniti da quel canzonatore, ne restarono confusi e svergognati. Questo frate Diotisalvi una volta fu comandato di andare per obbedienza ad abitare nella provincia di Penne, in Puglia. Egli allora andò nell'infermeria, si cavò nudo, e, scucito un materasso, vi si nascose dentro e vi stette tutto un giorno involto nelle penne. Cercato da' frati, ivi lo trovarono, e disse che aveva adempiuto all'obbedienza impostagli. Perciò, a cagione di questa spiritosità, gli fu condonata l'obbedienza, e non andò. Così un giorno d'inverno camminando per Firenze scivolò per ghiaccio, e stramazzò disteso sulla via. Vedendo questa scena i fiorentini, che è gente nata per dar la beffa, cominciarono a ridere. Ma uno chiese anche al frate se volesse un cuscino da mettersi sotto. A cui il frate rispose che sì, che sì, purchè da mettersi sotto gli si desse per cuscino la moglie del suo interlocutore. I fiorentini udendo questa risposta non ne ebbero scandalo; anzi lodarono il frate, dicendo: quest'è veramente de' nostri. (Alcuni attribuirono questa risposta ad un altro fiorentino, che si chiamava frate Paolo Millemosche dell'Ordine de' Minori). Ma noi dobbiamo piuttosto domandare a noi stessi, se il frate facesse bene, o male a rispondere in quel modo: e sosteniamo che per molte ragioni rispose male..... Però frate Diotisalvi, che diede occasione a questo racconto, per molte altre ragioni si può anche scusare. La sua risposta però non deve trarsi ad esempio, che altri la ripeta... La terza ragione è che parlò tra suoi concittadini, i quali non se ne scandolezzarono essendo eglino tutti uomini sollazzevoli ed usi alle beffe. Ma in altro paese avrebbe suonato male quella risposta del frate. Di questo frate Diotisalvi inoltre io so molte cose, come anche del conte Guido, di cui da molti molte e varie cose sogliono contarsi, che, essendo più scandalose che edificanti, io non racconto. Tuttavia frate Diotisalvi andò oltremare coll'arcivescovo di Ravenna, chiamato Teodorico, che fu sant'uomo e persona assai onesta. Dopo lui fu Arcivescovo di Ravenna Filippo di Pistoia, o di Lucca, a cui successe frate Bonifacio dell'Ordine de' Predicatori, nativo di Parma, che ebbe l'Arcivescovado da Papa Gregorio X non in grazia dell'Ordine suo, ma perchè era suo parente; ed ora è Arcivescovo anch'esso, grande oratore, e tenace sostenitore del partito della Chiesa. Una cosa però non è da tacere, ed è, che i Fiorentini non si scandalizzano se taluno esce dell'Ordine dei Minori, ed anzi dicono di far le meraviglie come vi sia stato tanto tempo, stantechè i frati Minori sono una gente povera, che si impone mille maniere di penitenze. Questi Fiorentini avendo un giorno udito che frate Giovanni da Vicenza dell'Ordine dei Predicatori, di cui è parlato più sopra, voleva andare a Firenze, dissero: Oh! Dio! non venga quà. Perochè si dice che risusciti i morti, e noi siamo già tanti che la città non ci potrà contenere. Ed il parlare de' Fiorentini suona assai grazioso in loro dialetto. Sia benedetto Iddio che abbiam finita questa parte. Vi fu a questi tempi un canonico Primasso di Colonia, argutissimo a mettere in canzone e dar la baia alla gente e versaggiatore facile e potente, che se si fosse dedicato di cuore a servire Iddio sarebbe stato grande nella letteratura religiosa, e utile alla Chiesa di Dio. Fece un'Apocalisse, ch'io ho veduto, e molte altre opere. Costui condotto un giorno dal suo Arcivescovo ai campi, non a meditare, ma a passeggiare, e avendo veduto i buoi del podere dell'Arcivescovo, che aravano, belli, forti e grassi, e avendogli detto l'Arcivescovo: Se, prima che i buoi arrivino quì, saprai far versi intorno ad un regalo di buoi, io te li donerò: Primasso soggiunse: Sta fermo ciò che hai detto? Fermissimo, rispose l'Arcivescovo. E allora subito cantò:

Indigeo bobus — ad rura colenda duobus,