Il decimoterzo secolo che, ricco in Italia del retaggio di S. Tommaso, di S. Bonaventura e di altri sommi maestri, dava Dante al mondo intero, era secolo di grande intellettuale entusiasmo fra noi, sì che ognuno, il quale si avesse da natura sortito fervido lume di mente, era vago di rovistare nel tesoro trasmessogli da' maggiori e di tramandare a' futuri tutto quanto ne ritraeva, insieme co' frutti suoi proprii, a tale che tu, leggendo le scritture di que' dì, ne diresti gli autori presi da una smania, da una febbre di apprendere e d'insegnare. Fra questi ardenti spiriti è certo da noverarsi il frate, di cui pubblichiamo quì l'unico lavoro a nostra certa conoscenza venuto. Nato egli in Parma, surto appena il quinto lustro di quel secolo, da padre che fu crociato, ebbe svegliatissimo ingegno, congiunto ad alto cuore e ribollente animo; basti a darne un sentore la vigoria con cui, giovinetto ancora, tenne fermo contro l'opposizione, che ben può dirsi, più che tenace, soldatesca, del padre alla risoluzione sua di cingere il cordone di S. Francesco. Così deliberato, il narra ei medesimo, nel suo decimoquinto anno vestì, per intercessione di Fra Gherardo Boccabadati, l'abito religioso in Fano all'insaputa di Guido padre suo; venutone questi a conoscenza, dolente che la famiglia sua, detta di Adamo, perdesse così ogni speranza di perpetuazione, giacchè l'altro, maggiore dei due soli maschi avuti, erasi già reso frate, corse all'Imperatore, ed implorò ed ottenne ch'ei s'interponesse presso frate Elia Generale dell'Ordine che fossegli restituito il figlio. Elia rispose che il renderebbe, ove questi aderisse di ritornare al secolo. Volò Guido a Salimbene, lo pregò, scongiurollo, fecegli ampie promesse; invano; vinto dall'ira e quasi fatto demente dal dolore, il maledisse; il giovinetto piegò la fronte pregando Iddio, e stette saldo. Partì il meschino genitore; e Salimbene poi nelle sacre ed umane lettere, nella gentile arte del canto andò liberamente educando e mente ed animo, onde poi salito in alta stima ebbe agio d'intrattenersi con assaissimi de' personaggi più cospicui in lettere, scienze ed armi, gradito sino a' Pontefici ed all'Imperadore medesimo. Giovanil talento indotto avealo a vagheggiar le dottrine di Gioachino; e veramente quella sua fantasia, che il sollevava a straordinarie visioni, parea creata a simili speculazioni; ma più robusto fatto il pensiero, abbandonolle, e ne rise: amante del nuovo e del grazioso, ai fiori della nascente poesia italiana volger volle l'ingegno, e dettò versi in copia, ora perduti. Non pochi paesi viaggiò, notando tutto quel che lesse, vide, udì, e a tutto aggiugnendo le proprie considerazioni; e moltissimo appunto e lesse e vide e udì, vissuto essendo dalla fine del 1221 sin oltre il 1287, e fors'anche fin dopo il 1290: però da questo solo ben potrebbe ognun farsi una sufficiente idea della importanza della presente sua Cronaca, nella quale sono appunto registrate pressochè tutte le impressioni in que' varii modi ricevute ne' suoi più belli anni. Di questa mio primo pensiero era stato di porre qui una specie di rapido compendio; ma poi due considerazioni me ne distolsero: l'una, la qualità del suo latino, che (sebben barbaro, ma pur di elegante barbarie) tanto fluidamente scorre da rendersi di facilissima intelligenza anche a men pratici della favella del Lazio, sì che da quest'ultimo lato ben può paragonarsi al divin libro di quel Tommaso da Kempis, che per ciò appunto non trovò traduttore nell'aureo secolo di nostra favella; l'altra, la persuasione che male avrei potuto rendere l'evidenza del suo dire, la quale dalla mia insufficienza attenuata, n'avrebbe avuti dilavati quei vivi colori con che ne pinge i più importanti avvenimenti, ne porge i tanti ritratti de' suoi contemporanei, cui ti sembra vedere nella sua favella risorgere d'innanzi a te animo e persona.
Ond'è ch'io mi restringo all'accennare per brevità gli altri più eminenti pregi del suo lavoro, e ciò solo m'induco a fare per eccitar desiderio di leggerlo tutto tutto in chi fosse ignaro della importanza sua, e credesse doversi questa Cronaca mettere a paro delle tante fredde e noiose pei più, le quali furon opera di volgari intelletti. Della efficacia del suo ritrarre e avvenimenti e uomini ho detto testè; ma ciò che in questo pure è più maraviglioso aggiungo ora: nella dipintura de' primi in ciò si distingue egli dagli altri cronisti, che, mentre questi mai non ravvivano di qualche scintilla il loro racconto, esso al contrario, oltre al calor generale che intero avviva il suo lavoro, ti balza fuori all'uopo con uno slancio dell'anima, come là dove, a cagion d'esempio, dopo aver noverate le irruzioni de' barbari in Italia, giunto all'ultima, ripiglia: utinam ultima! Quanto a' ritratti poi è impareggiato; imparziale dispensa e lode e biasimo, senza macchiarsi della vergogna dell'ire di parte ond'era dilacerata questa misera nostra terra: frate, s'ei ti ragiona del secondo Federico di Svevia, il compiange e l'ammira; tutte ne annovera le accuse dei contemporanei, ma del proprio ne fa sfolgorare le doti grandiose: frate, applaude alla virtù del guelfo, ma gli rinfaccia ad un tempo e vizi e colpe, inesorabile sì e solenne, che alla tua immaginazione si presenta quasi una scena del supremo giudizio. Guai a colui che merita biasimo, e sia pur anche l'uomo il cui nome sta scritto sulla bandiera della fazione.
Nè la sua Cronaca si limita a rinserrar soltanto notizie italiane; da' suoi confrati, che avean visitate altre terre, avidamente suggeva le novelle, e notava: onde qui trovi sin dovizia per le storie d'Oriente; ed egli stesso de' suoi viaggi in Francia, ove fu ben affetto, tiene ricordi minuti in modo da porti sott'occhi e le ricchezze de' vigneti e le costumanze de' baroni, nell'ora istessa in cui ti descrive la partenza dalla piaggia natale di Lodovico volto al riscatto del gran Sepolcro, in maniera talmente esatta, che inutilmente cerchi l'eguale negli annalisti contemporanei di quella nazione.
Chi tenga dietro allo svolgimento dell'idea filosofico-religiosa, nelle varie età, troverà qui ampia messe; la dottrina delle vaghe speculazioni profetiche, tanto fervente a que' giorni, occupa qui appunto un luogo principale fra esse; nè minori ne coglierà chi vada in traccia di ricordi letterarii; e talora avrà cagione di fare a sè stesso strani quesiti, come quando legga il brano ove Salimbene racconta di quel bizzarro ingegno di Primasso, di cui reca versi non pochi, e cui si contendono parecchi paesi. Egli il dichiara vivente del 1238 circa: come potrassi por questa data in armonia colla attribuzione che gli si fa da altri, e dotti assai, di poesie, che rivelansi di per sè nate ai dì del Barbarossa? e come poi ciò stesso colla novella del Boccaccio (ripetitor gioioso delle tradizioni ancor troppo recenti perch'ei fosse indotto in errore), la quale ne fa conoscere come Primasso appunto capitasse a Cluny al tempo che il famoso monastero era retto da un abate largo e splendido? questo abate altri non poteva essere che Guglielmo di Pontoise reggente appunto la cluniacense famiglia dal 1244 o 1245 al 1257 o 1258; e ciò darebbe la causa vinta al mio Salimbene; ma dopo quello che intorno a Primasso ha detto l'illustre Iacopo Grimm, come potrei io osare di sostener le ragioni del mio compaesano con sì minime forze e sì lieve addentellato?
Giunto al fine di quanto m'ero prefisso, ripeto la manifestazione del desiderio, che ho vivissimo, che questo mio povero ed inculto dire metta pungente brama in chi lesse di tutto ponderare il volume, perchè ho ferma fede che di gran giovamento debbano riuscire lo studio principalmente alla tutt'ora desiderata storia generale d'Italia.
A. BERTANI
AVVERTIMENTO
Parecchi anni passati venuto il Duca di Sermoneta in divisamento di publicare una continuazione agli Scriptores Rerum Italicarum si volse al celebre Monsignor Gaetano Marini per ottenere suggerimenti non solo, ma trascrizioni pur anche de' preziosi codici storici chiusi nella Vaticana, i quali potessero formar parte di simile nuova collezione. Aderì di buon grado il Marini, e senza più diedesi a far trascrivere dall'Abate Amati, siccome importantissima, la Cronaca che noi ora quì publichiamo, e, compiutane la copia, questa consegnò all'egregio storiofilo. Gli avvenimenti che gran parte d'Europa posero a soqquadro alla fine del passato ed al principio del presente secolo, impedirono a quest'esso di mandare ad effetto il proprio disegno: venuto egli a morte, fu la sua importante biblioteca venduta a pubblica auzione, e con questa la copia della Cronaca Salimbeniana e di altre. Buon per noi che l'acquirente di tale copia fosse un personaggio dedito all'incremento de' migliori studii: era egli il Commendatore Gian-Francesco De-Rossi, di onoranda memoria, il quale, saputo come il mio ottimo ed amatissimo zio Commendatore Pezzana nutrisse gran desiderio di averne pur copia per collocarla, siccome patrio monumento, nella Parmense, cortesissimamente volonteroso gliela concedette.
E questa ultima è quella che ha servito, insieme con alcuni estratti lasciatici dall'Affò, alla presente edizione, curata per la massima parte, essendo io da troppe altre occupazioni distratto, dal valentissimo mio buon amico Cav. Amadio Ronchini insieme all'egregio Ab. Luigi Barbieri, ai quali m'allieto nel porger quì publico segno di viva riconoscenza. Ma mentre con ciò dichiarare do sicurezza a' lettori della fedeltà scrupolosa della edizion medesima, m'è pur d'uopo avvertirli del come io sia dolente del doverla presentare con non poche lacune, colpa del manoscritto del Marini: partendo egli da' principii degli storiografi de' tempi suoi, reputò inutili, e però da non trascriversi, cose che oggi terrebbersi in gran pregio a seconda dei meglio vantaggiati metodi dello studiare le fonti storiche. Tali sarebbero, fra quelle appunto ommesse da lui, alcuni trattatelli, de' quali la Cronaca ne porge intitolazione, valevoli, a suscitare i nostri e desiderii e lamenti, parecchie canzoni popolari e satire, ed altro: il che tutto avrebbe valso almeno a vieppiù dichiarare lo spirito dei tempi intorno a cui la Cronaca stessa si aggira. Ciò nulla meno, la Dio mercè, tanto ne rimane da renderla uno stupendo monumento.
A. Bertani