Ai Lettori
La Cronaca di Fra Salimbene, monumento storico tanto celebrato, quanto lettura per secoli invano desiderata, perchè sepolto prima nelle librerie dei frati, poscia nella biblioteca del Vaticano, ove si otteneva il permesso di leggerlo, ma non di copiarlo, fu finalmente pubblicato in Parma nel 1857, prima, e, finora, unica edizione di non molti esemplari, e già esaurita. Ma se questa pubblicazione bastò al vivo desiderio di pochi eruditi, che intendono il latino medioevale del testo Salimbeniano, era ben lungi dal contentare que' molti, che pur intendendo il latino classico, non avevano famigliarità colla lingua latina scritta nei tempi di mezzo, e tutti quegli altri, cui pungeva la nobil brama di conoscere almeno i più cospicui documenti della storia patria, ma alla coltura anche non poca che possedevano, mancava la conoscenza del latino di qualunque fosse tempo. Ora poi che le crescenti generazioni trovano una larghissima messe di coltura generale nelle Scuole tecniche, negli Istituti tecnici, militari, di marina, e nelle Scuole di tanti altri insegnamenti speciali, ne' cui programmi allo studio delle lingue classiche è sostituito lo studio delle lingue oggidì parlate in Europa, colla cresciuta coltura generale è diventato per una parte più vivo il desiderio e il bisogno di cercare la storia patria nelle scritture di coloro che videro co' propri occhi le cose narrate, e per l'altra si è notabilmente moltiplicato il numero di quelli, a cui manca il mezzo d'intenderle. Io perciò ho creduto fare cosa non inutile traducendo questa celebratissima Cronaca, in cui quel vivissimo ingegno del Salimbene s'impone ai lettori non tanto come narratore veridico e critico giudizioso, quanto come scrittore che avviva sempre il suo racconto e talora lo rende scintillante, e ti balza fuori collo slancio di un'anima che trascina. Quanto a' ritratti poi è impareggiato, dice l'editore parmense, Cav. Antonio Bertani Vice-bibliotecario: imparziale, dispensa lode e biasimo senza macchiarsi della vergogna delle ire di parte, ond'era dilacerata questa nostra misera terra: Frate, s'ei ti ragiona del secondo Federico di Svevia, il compiange e l'ammira; tutte ne annovera le accuse de' suoi contemporanei, ma del proprio ne fa sfolgorare le doti grandiose; Frate, applaude alle virtù del guelfo, ma gli rinfaccia ad un tempo e vizi e colpe, inesorabile sì e solenne, che alla tua immaginazione si presenta quasi una scena del supremo giudizio. Guai a colui che merita biasimo, e sia pur anche l'uomo, il cui nome sta scritto sulla bandiera della fazione. Nè ho pretesa di aver fatto lavoro letterario, che non ho arroganza d'allinearmi co' letterati, nè d'aver elaborato un'opera di critica, nè di illustrazione, chè, foss'anche ne avessi avuto intelletto, me ne sarebbero mancati assolutamente e tempo e mezzi; ma ho semplicemente e dimessamente posto cura a volgarizzare e ridurre a lezione popolare un documento preziosissimo per la nostra storia nazionale. E se mancherà pregio al volgarizzamento, s'imporrà e s'aprirà la via da sè il racconto: e nutro fiducia che a me non si defraudi il merito del buon volere.
Carlo Cantarelli
CRONACA DI FRA SALIMBENE DI ADAMO
PARMIGIANO
DELL'ORDINE DE' MINORI
D'or innanzi[1] noi ci incontreremo in un linguaggio incolto, rude, grossolano ed esuberante, che in molte parti non conosce leggi di grammatica; ma che segue però la storia con ordine appropriato. E perciò sarà necessario che per opera vostra ora si assesti, si migliori, si aggiunga, si tolga, e, a seconda del bisogno, si riduca alle corrette leggi della lingua; come anche sup.... questa stessa cronaca manifestamente.... è che noi abbiam fatto in molti luoghi ove abbiamo trovato molte cose false, e molte dette rozzamente, delle quali alcune sono state introdotte da copisti.... che falsificano molte cose; altre poi furono inserite dai primi compilatori. Chi poi dopo loro fece qualche giunta, seguì i primi in buona fede, senza star a pensare se avevano detto bene, o male; sia che il facesse a scanso di fatica, sia per ignoranza della storia. E veramente fu meglio assai che scrivessero qualche cosa, quantunque..... di quello che nulla facessero. Perchè almeno sappiamo da loro in che anno sono avvenute le cose di cui parlano; e abbiamo notizia d'alcun che di vero intorno a geste d'uomini, e intorno ad avvenimenti; notizie che forse non avremmo, se Dio non ce le avesse volute rivelare come le rivelò a Mosè, ad Esdra, a Giovanni nell'Apocalisse, a Metodio martire quand'era chiuso in prigione, e a molti altri, a cui furono predette le cose future e aperti i secreti del cielo. Perciò il beato Giovanni dice che al tabernacolo del Signore ciascuno fa l'offerta che può: chi porta oro, argento, pietre preziose; chi bisso, porpora, cocco, giacinto. Per noi sarà già gran che, se potremo offrire pelliccie e lana di capra. Ma l'Apostolo dà più pregio alle nostre umili oblazioni. Onde tutto quel gran miracolo di bellezza del tabernacolo, che per mezzo di appropriati simboli è figura della chiesa presente e della futura, è velato di pelli e di cilizii. Sono le cose più vili quelle che servono a riparare dagli ardori del sole e dalla molestia delle pioggie. Simile cosa abbiamo fatto noi in molte altre cronache da noi scritte, edite ed emendate.
a. 1212
Or dunque l'anno sussegnato (1212) il Re di Francia col conte di Monforte si ascrisse a' crociati, e, per movere alla guerra insieme agli altri crociati, preparò quello stesso esercito che s'era battuto in Ispagna quando l'Imperatore de' Saraceni, che aveva seco cinquanta Re, fu sconfitto presso Muradal[2] da tre Re di Spagna; quel di Castiglia, quel di Navarra, e quello di Aragona, aiutati dai Portoghesi, de' quali undicimila caddero nella prima battaglia. Nel medesimo anno 1212, entusiasmata dal racconto di tre ragazzi di circa dodici anni, i quali dicevano d'aver veduto in sogno.... assumer.... il segno della croce.... dalle parti di Colonia.... una moltitudine innumerevole di poveri d'ambo i sessi e di ragazzi crociati, che pellegrinavano in Italia.... partì dicendo che avrebbero passato il mare a piedi asciutti, e col braccio di Dio redenta Terra Santa e Gerusalemme. Ma la finì che scomparvero quasi tutti. Lo stesso anno infierì una fame sì grande, specialmente in Puglia e nella Sicilia, che le madri facevano sin pasto de' loro ragazzi.
a. 1213
L'anno 1213 il giorno santo di Pasqua di Pentecoste, che cadde nella festa dei santi martiri Marcellino e Pietro cioè ai due di giugno, i Cremonesi, col solo aiuto di trecento militi Bresciani, accorsero unanimi col loro carroccio in soccorso dei Pavesi, molti de' quali erano stati fatti prigionieri dai Milanesi, presso Castelleone[3] come s'è detto più addietro, quando il Re da Pavia passò a Cremona. Ed ecco improvviso sorgere un gran rumore, ed erano i Milanesi, che col loro carroccio venivano volando come saette, e come folgori irrompevano. E in loro aiuto erano accorsi militi Piacentini, arcieri Lodigiani, Cremonesi fanti e cavalli, cavalleria Novarese e Comasca, e de' Bresciani altrettanti o più di quelli che abbiam già detto essere andati a soccorso de' Cremonesi. Tutta questa gente con unanime furore e clamore, con coraggio ed impeto, compatta come un sol uomo, urtarono, respinsero, fugarono, imprigionarono ed annientarono i Cremonesi e la milizia dei fuorusciti. Ma i Cremonesi riportarono in fine vittoria sui Milanesi ed alleati loro, e ne trassero il carroccio per m.... con gran trionfo ed esultanza nella città di Cremona. Lo stesso anno, a' 13 di Giugno, il Comune di Bologna promise giurando di far guerra ai Modenesi a favore e servigio del Comune di Reggio, nè di far mai pace coi Modenesi senza il consentimento dei Reggiani.