Nell'anno 1234 si ebbe tanta neve e ghiaccio in tutto il mese di Gennaio che ne gelarono le vigne e le piante da frutta. E di freddo morirono anche animali selvatici; e i lupi entravano sino entro la città di notte, e di giorno ne furono presi, uccisi e sospesi, a spettacolo, nelle piazze delle città. E per il gelo eccessivo gli alberi si spaccavano dall'alto al basso, e molte piante perdettero la forza vegetativa e perirono. E vi fu gran battaglia nella diocesi di Cremona fra Cremonesi, Parmigiani, Pavesi, Piacentini e Modenesi da una parte, e dall'altra Milanesi, Bresciani e loro alleati.

a. 1235

L'anno 1235 il giorno 18 Aprile soffiò un vento rigido e cadde una neve freddissima, e la notte successiva vi fu gran brinata, che distrusse i vigneti. Il 23 d'Aprile di nuovo altra neve e brina, e le vigne ne rimasero completamente morte. Lo stesso anno il Po gelò si forte che si passava a piedi e a cavallo. E questo stesso anno fu ucciso, un lunedì 14 Maggio, Guidotto vescovo di Mantova, figlio del fu Frugerio da Correggio della famiglia degli Avvocati di Mantova. Sua sorella Sofia moglie di Rainerio degli Adelardi di Modena, fu mia divota. Ed è notabile che il Collegio de' canonici e de' prelati di Mantova mandò alla Corte del Papa ad annunziarne la morte uno speciale ed eloquentissimo messo; il quale, quantunque fosse giovane, parlò tanto splendidamente al cospetto del Papa e de' Cardinali, che ne restarono meravigliati. E, finito di parlare, tirò fuori la dalmatica ancora insanguinata, che il prenominato vescovo di Mantova indossava quando fu ucciso presso la chiesa di S. Andrea, e la spiegò davanti al Papa, dicendo: Guarda, o Santo Padre, e osserva e riconosci se questa sia, o no, la tunica del figlio tuo. Vedutala, piansero inconsolabilmente i Cardinali e il Papa Gregorio IX, che era uomo molto facile a muoversi a compassione, e che aveva viscere di pietà. Perciò la famiglia Avvocati di Mantova, uccisori del loro vescovo furono espulsi dalla città; nè più furono richiamati, e sino ad oggi vagano quà e là in esiglio, affinchè i perversi, de' quali come degli stolti è infinito il numero, ed i malfattori che funestano le città e difficilmente si correggono, imparino a conoscere che non è facile contrastare ai voleri di Dio; e sappiano ancora che Dio colpisce più severamente l'ingiuria fatta a' suoi servi, che quella che è fatta a lui stesso. Nota quel che i Toscani dicono in loro volgare: Dohmo alevadizo, et de pioclo apicadhizo non po lohm gaudere: cioè da uomo raccattato, e da pidocchio rivestito non si può aver mai buon costrutto; che è quanto dire che non avrai mai una consolazione da un meschino, che ti si mette a' panni, e da uno estraneo che tu alimenti. Il che si fece palese anche in Federico II, cui la Chiesa allevò come suo pupillo, e poscia contro la Chiesa levò i calci e la afflisse in molte maniere. Ma contro se stesso alzò il calcagno. Perocchè fu violentemente deposto, nè dalla sua malignità trasse alcun vantaggio. Ciò che s'è detto più sopra si mostra palese anche in colui, che ora è Marchese d'Este, e in molti altri. Un altro, di cui Dio stesso si fece vindice, fu il beato Tomaso vescovo di Cantorbery, di cui si legge nella sua biografia: «La vendetta divina fu tanto severa contro i persecutori del martire che in breve tolti di mezzo disparvero, e, alcuni furono colpiti di morte subitanea senza confessione e comunione; altri, lacerandosi a frusti le dita, o la lingua; altri, grondanti di tabe da tutto il corpo, dilaniati prima di morire da inauditi tormenti; altri, colti da paralisi, altri impazziti; altri, spirando furibondi, provarono luminosamente che pagavano la pena di un'ingiusta persecuzione, e di un premeditato parricidio. Questo egregio atleta di Dio, Tomaso, soffrì il martirio il dì 29 Dicembre, martedì sulle undici ore, dell'anno, secondo Dionisio, 1170, affinchè quel tempo che fu principio della passione pel Signore, fosse pel martire principio della beatitudine celeste, alla quale si degni far pervenire anche noi il medesimo Iddio e Signor nostro Gesù Cristo, che vive e regna col Padre e collo Spirito santo ne' secoli de' secoli, e così sia. Nel sopradetto anno poi 1235 i Parmigiani, i Cremonesi, i Piacentini ed i Pontremolesi, andarono ad aiutare i Modenesi che volevano fare un cavo a monte di Bologna, onde derivare il Panaro e condurlo ad urtare contro Castelfranco per atterrarlo. E nessuno era esente dal lavoro: Chi scavava, chi trasportava, nobiltà e popolo insieme. Lo stesso anno l'Imperatore Federico mandò in Lombardia un elefante con molti dromedarii, camelli, leopardi, girofalchi e astori, che passarono da Parma, ed io li vidi, e si fermarono a Cremona.

a. 1236

L'anno 1236 in Settembre arrivò l'Imperatore Federico, ed invase la Lombardia a malgrado dei Padovani, Vicentini, Trivigiani, Milanesi, Bresciani, Mantovani, Ferraresi, Bolognesi e Faentini. Ma i Cremonesi, i Parmigiani ed i Reggiani co' loro eserciti e duecento cavalieri Modenesi gli andarono incontro. Passò il Mincio e l'Oglio, prese e distrusse Marcaria[47] mantovana, e poi subito la ricostruì e la affidò da difendere ai Cremonesi. Poi andò coi detti eserciti alla volta di Mantova, e la tenne alquanti dì assediata. Prese Moso[48] della provincia di Brescia, e lo diede anch'esso da difendere ai Cremonesi. E allora quei di Gonzaga[49] restituirono Gonzaga all'Imperatore. Lo stesso anno andò a Vicenza, la prese e la distrusse il 1º di novembre, e fece un concordato con Salinguerra e i Ferraresi. Lo stesso anno la vigilia di Natale i Mantovani corsero all'improvviso sopra Marcaria e la ripresero con tutti i Cremonesi che la difendevano, e molti ne trassero prigionieri a Mantova, molti ne uccisero.

a. 1237

L'anno 1237 Manfredo Cornazzani, cittadino di Parma, fu Podestà di Reggio, e in settembre andò in aiuto dell'Imperatore Federico coi Parmigiani e i Cremonesi coi loro carrocci; e passarono da Castel di Moso, che era in mano dei Cremonesi, e presero Redondesco[50] bresciano e Vinzolo mantovano e Castel Ghedi.[51] E trovandosi ivi l'Imperatore fece pace coi Mantovani, sicchè gli mandarono fanti e balestrieri in aiuto per l'assedio di Montechiaro[52]. E, mentre si recarono alla volta di Montechiaro, incendiarono Guidizzolo[53]. Ed i Reggiani da soli, assediato Carpenedolo[54] lo presero il 5 ottobre, come pure due castelli di Casaloldo[55], uno che era dei Conti, e l'altro era dei terrazzani di quel luogo; e li misero a fuoco. Parimenti ai 7 Ottobre l'Imperatore strinse l'assedio di Montechiaro, e fu ospitato insieme al suo seguito tra Montechiaro e Calcinato sul Chiese più presso a Calcinato. L'11, giorno di domenica, que' di Montechiaro fecero una sortita e diedero battaglia, e nel giorno seguente l'Imperatore completò l'assedio di Montechiaro dall'una e dall'altra parte, e lo batterono con manganelle e due baliste; e il giorno 22 Ottobre, un giovedì, quei del castello si arresero all'Imperatore; e furono tutti condotti via e messi in prigione. L'Imperatore aveva nel suo esercito molti Saraceni. Così ai 2 di Novembre prese Gambara[56], Castel Gottolengo, Pralboino e Pavone, e furono messi a ruba, a ferro e a fuoco. E prima del dì di S. Martino venne coll'esercito a Pontevico[57]. Allora l'Imperatore ricevette quel suo elefante che aveva a Cremona, sul cui dorso s'ergeva una torre di legno a foggia del carroccio dei Lombardi; ed era quadra e ben formata, e aveva quattro bandiere, una ad ogni angolo, e nel centro un gran confalone, e dentro chi conduceva la bestia con molti Saraceni. Di questa materia ne parla abbastanza il 1º libro de' Macabei... L'Etiopia abbonda di questi animali, la cui natura e le cui proprietà espose a sufficienza frate Bartolomeo Inglese dell'Ordine dei Minori, in un libro che scrisse intorno alla natura delle cose, diviso in dicianove capitoli. Fu chierico grande e spiegò a Parigi in poche lezioni tutta la Bibbia. Nel millesimo stesso suindicato, mentre l'Imperatore era col suo esercito a Pontevico,[58] corsero i Milanesi contro di lui coll'esercito loro, e stettero gran tempo a campo. Allora i bolognesi ai 25 di novembre presero Castel Leone[59], che era de' Modenesi sulla strada presso Castel Franco, lo smantellarono, e ne portarono a Castelfranco, appartenente ai Bolognesi, il legname, le pietre e le altre cose; e gli uomini che trovarono in Castel Leone li trassero in prigione a Bologna. A Castel Leone vi era una bellissima torre, che cadendo sbattè con tanta violenza le acque della fossa, che ne lanciarono fuori un luccio bianchissimo, grosso e bello; e fu tosto offerto in regalo al Podestà di Bologna, che era sopra luogo. Ed uno che vide queste cose le raccontò a me una volta che ebbi occasione di passare di là in sua compagnia. E mentre tutto ciò avveniva, l'Avvocato del Comune di Parma cioè il Giudice del Podestà, che era Modenese, andava su e giù a cavallo, preceduto da un battistrada, piangendo per la Via di S. Cristina e gridando: Signori Parmigiani, accorrete e aiutate i Modenesi; e vedutolo ed uditolo, io lo presi ad amare, perchè procurava di far del bene a' suoi compatrioti. E per essere più facilmente esaudito ripeteva quelle parole, e aggiungeva: Signori Parmigiani, correte e soccorrete i Modenesi, amici e fratelli vostri; sicchè all'udir quelle parole, io ne era commosso sino alle lacrime. Perocchè io andava pensando che Parma era senza uomini; nè erano rimasti a casa che i ragazzi, le ragazze, i giovinetti, le donzelle, i vecchi e le donne. Gli altri erano andati contro i Milanesi, insieme ad altri eserciti, al seguito dell'Imperatore in aiuto della sua impresa. E lo stesso anno ai 27 di novembre i Milanesi furono rotti dall'esercito dell'Imperatore, che ne fece massacro, e perdettero presso Cortenuova[60] il carroccio, cui poi l'Imperatore mandò a Roma. Ma i Romani per oltraggio a Federico lo abbruciarono; mentre egli credeva d'aver fatto cosa loro gradita, e valevole a renderseli favorevoli. In quel combattimento fu fatta grande strage di Milanesi; ed anche il figlio del Doge di Venezia, che era allora Podestà di Milano, fu preso dall'esercito dell'Imperatore, e mandato prigione a Cremona. E così l'Imperatore conquistò quasi tutta la Lombardia e la Marca Trivigiana.

a. 1238

L'anno 1238 l'Imperatore cinse d'assedio Brescia. E con lui e col suo esercito erano i Parmigiani, i Cremonesi, i Bergamaschi, i Pavesi, mille fanti e duecento cavalieri Reggiani, e Saraceni, e Tedeschi ed altra gente diversa e innumerevole. E vi stettero a campo lungo tempo; e allora l'Imperatore fece costruire castelli di legno per battere i Bresciani, e posevi sopra i prigionieri fatti a Montechiaro. I Bresciani manganarono quei castelli e li distrussero senza far male di sorta ai prigionieri, che vi erano sopra; ma per rappresaglia appesero per le braccia all'esterno dello steccato della città i prigionieri imperiali che avevano tra mani. Nè l'Imperatore potè prendere la detta città di Brescia, perchè fece validissima difesa. E l'Imperatore si ritirò confuso con tutti gli alleati che aveva seco nell'esercito.

a. 1239