Nulla più era scritto nella lettera del signore dei Tattari mandata al Papa. E qui si noti che questa infelice Italia prima la invasero i Vandali, che vennero dall'Africa e trassero seco prigioniero Paolino vescovo di Nola, di cui parla ampiamente il beato Gregorio nel principio del 3º libro Dei dialoghi. Secondi le piombarono sopra gli Unni, il cui Re era Attila flagello di Dio, che venne nell'anno medesimo del pontificato di Leone I. Papa, e distrusse Acquileia, la prima città che incontrasse in Italia. E tutta l'Italia e Roma avrebbe messo a sacco e a fuoco, se Papa Leone non avesse osato corrergli contro, e coll'aiuto della destra di Dio non avesse ottenuto di fiaccarne l'orgoglio e ricacciarlo in Ungheria. Tale era Leone I, il quale a giudizio dell'abbate Gioachimo, si rassomiglia a Giosafatte Re di Giuda (Vedi libro Delle Figure, e il libro Delle Concordanze di Gioachimo). Terzi a invadere e devastare l'Italia furono i Goti, de' quali parla in un dialogo il beato Gregorio. E molti Re Goti regnarono in Italia, tra' quali fu grandissimo Teodorico in Ravenna; tanto che, quando insorgevano discordie per l'elezione del Papa, sin da Roma si veniva a Ravenna per domandarne a lui consiglio ed aiuto. Egli fece erigere a Ravenna la chiesa dei Goti; e si vede ancor oggi in quella città la torre del suo palazzo[101]. Fece fabbricare anche la chiesa di S. Martino in cielo d'oro[102], che ora si chiama di S. Apollinare nuovo, perchè vi fu trasportato dalla città di Chiassi[103] il corpo del ridetto Santo. Fondò anche fuori di Ravenna la chiesa di S. Maria Rotonda, che è coperta da una pietra di un sul pezzo. Ivi egli fu sepolto in un'arca di porfido, che anche oggi si vede, ma vuota, perchè il beato Gregorio Papa, quando andò a Ravenna, fece levarne le ceneri e gettarle in una fogna. E ciò fece fare per quattro ragioni: 1º perchè sebbene quegli fosse cristiano, era però Ariano; 2º perchè condannò a morire tre grandi uomini, cioè Boezio, Simmaco e Giovanni Papa...... 4º perchè fu sepolto dai demonii in un'urna di colore del fuoco, come dice il beato Gregorio nel quarto libro dei dialoghi. Quarti a saccheggiare e disertare l'Italia furono i Longobardi, de' quali parla Paolo istoriografo nel primo libro della loro istoria: «Spesso innumerevoli torme di schiavi condotti via dalla Germania sono or quà or là dai popoli meridionali comprate a prezzo. Spesso anche molta gente emigra da quella regione, perchè è tanto prolifica da non poterli tutti alimentare, e quindi innondano e disertano l'Asia, e specialmente la vicina Europa. E ad ogni passo ne fanno testimonianza le smantellate città dell'Illirio e della Gallia, principalmente dell'infelice Italia, che ebbe a provare la ferocia di quasi tutte quelle orde. Anche i Goti, i Vandali i Rugi, gli Eruli, i Turcilingi ed altre barbariche genti sbucarono dalla Germania. Parimenti dalla Germania derivano la loro origine i Vinuli, o Longobardi, che poi regnarono felicemente in Italia; però si assicura che furono diverse le cause della loro emigrazione. Anche dall'isola che si chiama Scandinavia ne vennero ad assalirci; della quale isola ne parla anche Plinio il Giovane ne' libri intorno alla natura delle cose.» Fin qui Paolo. Quinti ed ultimi (e voglia il cielo che siano gli ultimi!) si preparano a venire i Tattari, come racconta frate Giovanni da Magione, il quale ha avuto famigliari colloquii col gran Signore dei Tattari. Magione poi.....: e nella provincia di Perugia. E si noti che queste vaghe voci d'invasioni dei Tattari cominciarono a correre la prima volta a' tempi di Papa Gregorio IX. Poi Papa Innocenzo IV mandò in ambasciata al loro Imperatore frate Giovanni da Magione. — Finalmente Papa Giovanni XXI di nuovo mandò a loro un'ambasciata composta di sei frati Minori; due della provincia di Bologna, de' quali uno era lettore, frate Antonio da Parma, l'altro suo compagno e confidente, frate Giovanni da S. Agata; due della provincia della Marca d'Ancona, e due della provincia di Toscana, tutti frati lettori, accompagnati da tre frati di confidenza. Uno de' lettori della Toscana, che andò in Tattaria, fu frate Gerardo da Prato, col quale io aveva coabitato nel convento di Pisa, quando eravamo giovani. Questi era fratello di frate Arlotto, che si dottorò a Parigi ed ebbe una cattedra. Ritornarono poi questi frati Minori dalla Tattaria in buonissima salute, e dicevano meraviglie di quel paese, come ho udito io co' miei orecchi. Quando frate Giovanni da Magione, reduce dalla Tattaria, giunse a Lione da Papa Innocenzo IV, e fece la relazione delle sua missione, e presentò la lettera e i doni di quell'Imperatore, il Papa gliene dimostrò la sua riconoscenza in cinque modi: 1º lo trattò con molta cortesia, dolcezza e famigliarità; 2º lo tenne presso di sè in Corte tre mesi, (fino a che fu dai Parmigiani presa e distrutta la città di Vittoria, e l'Imperatore Federico ne fu sloggiato e cacciato in fuga) perocchè aveva sempre seco sei frati Minori, e li volle avere fin che visse, come io ho visto co' miei occhi; 3º il Papa commendò l'opera e la fedeltà di lui, e gli disse; Sia tu benedetto, o figlio, da nostro Signor Gesù Cristo e da me suo Vicario, perchè veggo in te adempiuto il detto di Salomone ne' Proverbii 25.º che dice: ecc.; 4º gli conferì l'Arcivescovado di Antivari, secondo quel che dice Matteo 25º: ecc; 5º lo spedì di nuovo come suo Legato presso Lodovico Re di Francia. A che fare fosse poi inviato al Re di Francia, frate Giovanni interrogatone non volle mai dirlo, ma è opinione comune che la causa della sua legazione fosse la seguente. Papa Innocenzo aveva deposto Federico dall'Impero, e i Parmigiani s'erano ribellati all'Imperatore e per soprassello l'avevano sconfitto e cacciato in fuga ignominiosa, e gli avevano così rasa al suolo la città di Vittoria, che esso aveva fatto costruire vicino a Parma, che non ne restava traccia. E perciò era irritatissimo, e come orsa che inferocisce al bosco se le sono rapiti i figli, fiammava d'ira e di furore. E ridotto a fuggire si ritrasse a Cremona, poi corse sopra Torricella[104], e scorrazzava sul parmigiano, e faceva ogni maggior danno che poteva; quel che non poteva, minacciava di farlo. E prima di ritornare al suo regno ne fece di gravissimi, come diremo tra breve, e come già narrammo in altra cronaca. Il Papa dunque riconoscendo Federico come il terribile persecutore della Chiesa, e pronto a seminare veleno ove potesse, e temendo non poco per la propria persona, mandò pregando il Re di Francia a differire la sua crociata in Terra Santa, fino a che si riconoscesse che cosa finalmente avesse Iddio decretato per Federico. Allegava anche che in Italia scorrazzavano masnade d'uomini infedeli, perversi, pessimi, pestiferi, rapinanti, nudi di tutto e oppressi dai debiti, che, raggruppatisi intorno a Federico, lo seguivano come loro principe, e portavano la devastazione sui beni della Chiesa. Che si poteva dire di più? Ma pure il Papa fece pregare invano, nè potè distogliere il Re dal proposito di andar oltremare, essendo già pronti i crociati e i denari per l'impresa. E mandò rispondendo che il Papa abbandonasse Federico al giudizio di Dio, perchè Dio solo può atterrare i superbi. Lodovico dunque Re di Francia con animo saldo, proponimento irrevocabile, e mente pronta e divota si disponeva al viaggio e a soccorrere, quanto più presto potesse, Terra Santa. Quando adunque vidi la prima volta frate Giovanni da Magione, reduce dalla Tattaria, il dì successivo andò a Lione da Papa Innocenzo, che lo aveva mandato, ed io mi posi in viaggio per la Francia. E mi fermai a Briançon, che è nella Sciampagna, poi a Troyes quindici giorni, ove trovai molti mercanti Lombardi e Toscani; perocchè, come anche a Provins, vi si fa una fiera che dura due mesi. Troyes poi è la città natale di Papa Urbano IV, e di maestro Pietro, prete, storiografo. Poscia mi recai a Provins, ove soggiornai dal giorno di santa Lucia sino al giorno della Purificazione. Il giorno della Purificazione arrivai a Parigi, e vi stetti otto giorni, e vidi molte cose che mi piacquero. Dopo ne partii per fermarmi nel convento di Sens, perchè i frati Francesi mi tenevano volentieri in loro compagnia, essendo io giovane, pacifico, vivace, e facile a lodare i fatti loro. E trovandomi io nell'infermeria per infreddatura, alcuni frati Francesi di quel convento corsero festosamente da me con una lettera in mano e dissero: Ottime notizie da Parma; i Parmigiani cacciarono l'Imperatore Federico dalla città di Vittoria, lo costrinsero a precipitosa e vergognosa fuga, distrussero la sua Vittoria dalle fondamenta, fecero bottino di tutto il tesoro dell'Imperatore, appresero il carroccio dei Cremonesi e lo tirarono in Parma; e questa è una copia della lettera mandata in Lione al Papa dai Parmigiani. E mi interrogavano a che serviva quel carroccio. Ed io risposi che i Lombardi chiamano carroccio quel carro, su cui in tempo di guerra innalzano lo stendardo; e, se una città perde in battaglia il suo carroccio, se lo reca ad onta tanto, quanto farebbero i Francesi e il loro Re, se in battaglia fosse strappato loro dalle mani l'orifiamma. Questa cosa suscitò nell'animo loro sorpresa e maraviglia, ed esclamarono: Oh Dio! quale mirabile parola abbiamo udito! Questa notizia mi fece star subito meglio di salute. Ed in quel punto ecco presentarsi frate Giovanni da Magione, reduce dal Re di Francia, presso il quale l'aveva mandato il Papa in missione. Ed aveva seco un libro da lui composto intorno al paese e ai costumi e al carattere dei Tattari; e i frati lo leggevano in sua presenza avidamente ed egli spiegava e chiariva quelle cose, che s'incontravano oscure, difficili ad intendersi e a credersi. Io fui commensale di frate Giovanni tanto nella casa dei frati Minori, che altrove più volte nelle abbazie e ne' principali monasteri. Perocchè egli era spesso invitato a pranzi e a cene, sia perchè Legato del Papa, sia perchè inviato al Re di Francia, e perchè reduce dai Tattari, ed anche perchè era dell'Ordine de' Minori e tenuto in riputazione di sant'uomo. E quando andai a Clugny, dissero a me i monaci di quel paese: Dio volesse che i Papi avessero mandato sempre Legati quale era quel frate Giovanni, che tornò dalla Tattaria. Perocchè di questi Legati ve me sono, che, se vi riescono, spogliano le Chiese, e portano via tutto quello che possono. Ma frate Giovanni, quando passò da qui, non volle accettar nulla, tranne quanto panno occorreva per fare una tonaca al suo compagno. E tu che leggi, sappi che quello di Clugny è un nobilissimo monastero dei monaci neri di S. Benedetto in Borgogna. In questo chiostro vi sono più Priori, e vi ha tanto numero di stanze da potervi ospitare il Papa co' suoi Cardinali e tutta la sua Corte, e contemporaneamente l'Imperatore colla sua, senza disagio de' monaci; chè non sarebbe perciò necessario che nessun frate dovesse lasciare la sua cella, nè sopportare altro disturbo. E nota che la Regola di S. Benedetto, quanto ai monaci neri, è meglio osservata nelle provincie d'oltremonte, che in Italia. Nota inoltre che l'Ordine di S. Benedetto, quanto ai Monaci neri, ha quattro cospicui monasteri, uno in Borgogna, a Clugny, uno in Allemagna, a S. Gallo[105]; un altro in Lombardia nella diocesi di Mantova a S. Benedetto di Polirone, dove è sepolta la Contessa Metilde in un arca di marmo; finalmente il quarto, che è capo di tutti, a Montecassino[106]. Dal convento di Sens poi, ove io mi trovava quando la città di Vittoria fu presa e distrutta dai Parmigiani e l'Imperatore ne fu cacciato in vergognosa fuga, passai ad Auxerre, ed ivi fermai mia stanza, perchè il ministro Provinciale di Francia mi aveva addetto specialmente a quel convento. Questa città poi fu detta in latino Altisiodorum, quasi volesse significare alta sede degli Dei, o alta stella, perchè molti vi subirono il martirio. Qui evvi anche il monastero e il corpo di S. Germano, Vescovo della città, che fu chiarissimo astro di gloria, ed iride fulgida dipinta sulle nubi, come ben sanno coloro che hanno letto la sua biografia. Fu oriondo di Auxerre anche maestro Guglielmo, che scrisse la Somma, poi compose un'altra Somma, intorno agli uffici della Chiesa, ed io frequentai casa sua. Questo maestro Guglielmo, come mi dicevano molti sacerdoti della diocesi di Auxerre, disputava con molta grazia; e quando sosteneva dispute a Parigi, nessuno lo superava, poichè era logico stringentissimo, e dottissimo teologo. Ma quando voleva predicare, non sapeva quello che si dicesse; eppure nella sua Somma aveva saputo dare molti e buoni avviamenti al comporre...... Esempio dell'abbate Giovachino, che dice di aver ricevuto da Dio la virtù d'intendere la Bibbia, e la conoscenza delle cose future. Maestro Guglielmo di Auxerre adunque ebbe la grazia di disputare, ma non quella di predicare al popolo. Così ogni uomo ha suo dono da Dio, come p. e. quel ciabattino, che nel paese de' Saraceni traslocò un monte, e liberò i cristiani. Ricercalo in quel sermone di frate Luca, che incomincia: Aspettiamo il Salvatore........ Cosa diversa è l'interpretazione de' sermoni. E nota che l'interpretazione de' sermoni può essere di due maniere. L'una è quella degli interpreti o traduttori, che trasportano i libri da una in altra lingua, de' quali ho detto quanto basta allorchè scrissi la storia dell'Imperatore Adriano, essendosene offerta l'occasione, perchè a' tempi di lui visse Aquila, che fu il primo che facesse traduzioni. Di che cercane in una cronaca che comincia: Ottaviano Cesare Augusto: ch'io compilai nel convento di Ferrara l'anno che Lodovico Re di Francia fu fatto prigioniero oltremare dai Saraceni, cioè nel 1250; cronaca, che io, spigolando da parecchie memorie scritte, condussi avanti sino alla dominazione dei Longobardi. Dopo deposi la penna, e la troncai lì, perchè io era tanto povero che mi mancava sin la carta o la pergamena. Ed ora volge l'anno 1284. Non tralasciai però di ritoccare altre cronache, che, a mio giudicio, mi erano riuscite ben composte, e procurai di migliorarle risecandone le superfluità, riducendone a maggiore proprietà la dizione, appurando i fatti, e levandone le contradizioni. Non potei però purgare al tutto la dizione, perchè alcune parole, che si scrivono, sono tanto radicate nell'uso, che nessuno potrebbe cancellarle dall'animo del popolo, che così le ha imparate. Delle quali potrei citare molti esempi. Ma agli zotici ed ignoranti non vale alcun esempio; perchè chi ammaestra uno stolto fa come chi volesse rimettere insieme un vaso di terra rotto, Ecclesiastico XXII. Perocchè chi fa parole con uno che non ascolta, cioè che non intende, fa come chi vuole svegliare il dormiente dal suo letargo. Chi collo stolto ragiona di sapienza, parla con uno che dorme, il quale in fine del ragionamento dice: Chi è costui? Perciò ad un cotale, canzonandolo, si potrebbe dire: Erla ke le farina(?) Ora ritorniamo ad Auxerre. Mi ricorda che, quando io era nel convento di Cremona, l'anno in cui Parma mia città nativa si ribellò al deposto Imperatore Federico, frate Gabriele da Cremona dell'Ordine de' frati Minori, che era un celebre lettore ed uomo di santissima vita, disse a me che Auxerre aveva maggiore quantità di vigne e di vino che Cremona e Parma e Reggio e Modena insieme. All'udirlo rifuggì l'animo mio dal prestarvi fede; non mi pareva credibile: Ma quando poi fui di stanza ad Auxerre, mi persuasi che egli non aveva esagerato, perchè quella diocesi comprende un largo territorio, e i colli, i monti e le pianure sono tutti a viti. Essendo che i coloni di quel paese non seminano grani, non mietono, nè colmano i granai, ma invece mandano i loro vini a Parigi giù pel vicino fiume[107], che entra nella Senna, ove li vendono ad alto prezzo, e ne ricavano quanto loro bisogna pel vitto e pel vestiario. Ed io tre volte uscendo dalla città ho girato tutta la Diocesi di Auxerre; una volta con un frate che andava qua e là predicando, e fregiava della croce quelli che erano per andare in Terra Santa al seguito del Re di Francia. Un'altra volta con un altro frate, che predicò nel Giovedì Santo ai monaci Cistercensi in un magnifico monastero. E si fece pasqua in casa di una contessa, che ci servì, cioè fece servire a tutti i commensali, dodici pietanze; e se il conte suo marito fosse stato a casa, l'imbandigione sarebbe stata più lauta. Questo frate mi fece vedere il monastero di Pontigny, ove Papa Alessandro III, che soggiornava a Sens, mandò con speciale raccomandazione il beato Tomaso Arcivescovo di Cantorbery, quando Re Artaldo lo espulse dall'Inghilterra. La terza volta la visitai con frate Stefano, e vidi e imparai molte cose degnissime di storia; ma per brevità le tralascio e mi affretto a dirne altre. E sappi che nella provincia di Francia, parlo per quel che ha attinenza coi frati Minori, vi sono otto conventi, in quattro de' quali si beve birra, negli altri quattro bevono vino. Sappi anche che sono tre le regioni francesi che abbondano di vino, cioè la Rochelle, Beaune[108], ed Auxerre. Ad Auxerre però i vini rossi sono poco pregiati, perchè non sono così buoni come i vini rossi italiani. Perciò coltivano per lo più le uve bianche e talora color d'oro, che danno un vino aromatico, confortante e di squisito sapore, e chi ne beve diventa allegro e franco; sicchè del vino d'Auxerre si può dire benissimo quel de' Proverbii 21.º ecc. ed è così forte che, se lo lasci alcun tempo nel fiasco, trasuda. E sappi finalmente che i Francesi usano dire con un lor gioco di parole che il vino buono deve avere tre t, e sette f il buonissimo. Perocchè dicono scherzando:

El vin bon et bel sel dance

Forte et fer et fin et france

Froist et fras et fromijant

Buono e bello è 'l vin che grilla,

Bello e buon quel che si spilla

Forte, fin, fresco, frizzante,

Fiero, fervido, fragrante.

E Maestro Morando, che insegnò grammatica a Padova, fece, a seconda del suo gusto, il panegirico del vino cantando:

Vinum dulce gloriosum