Non eodem cursu respondent ultima primis.
Non gira sempre egual la cieca Dea;
Or ride e t'accarezza, ed or t'è rea.
Quando poi al tempo dell'assedio partii da Parma per andare in Francia, io passai da Fontanellato[97], ove allora soggiornava Gerardo da Canale; e mi vide, e mi confidò che procurava di rendersi utile ai Parmigiani assediati. Ed io gli risposi: Or che il vostro Imperatore assedia Parma, o siate tutto suo, o tutto nostro. Questa fede divisa non vi gioverà. Perocchè la Scrittura dice ecc. Ma non badò a me, e non fece quello ch'io gli aveva consigliato. Quindi con una mola da macino appesa al collo fu sommerso in alto mare, come più sopra è detto. Ma Bernardo di Rolando Bossi Parmigiano, cognato di Papa Innocenzo IV, come marito di una sorella del Papa, intese il valore di un'allegoria dell'Imperatore meglio che non ne avesse compresa l'altra Gerardo da Canale. Cavalcando un dì in compagnia dell'Imperatore, ed avendo il suo cavallo incespicato, l'Imperatore gli disse: Bernardo, avete un cattivo cavallo; ma spero e prometto di darvene tra pochi giorni un migliore, che non incespicherà di sicuro. Ma Bernardo intese subito il senso nascosto di quel linguaggio, e che si alludeva alla forca; e infiammato di sdegno contro l'Imperatore, l'abbandonò. E raccolti alcuni militi di...... tra i quali era Gerardo da Correggio.... vidi, e Ghiberto da Gente...... E tanta rottura avvenne, quantunque il detto Bernardo fosse stato compare dell'Imperatore ed amicissimo e da lui amatissimo. Sicchè quando voleva parlare coll'Imperatore nessuna porta era chiusa. Ma Federigo non sapeva tenersi amico alcuno. Che anzi stoltamente si vantava di non aver mai nutrito alcun maiale, di cui non avesse poi avuto la sugna. E voleva dire che non aveva mai porta occasione ad alcuno di straricchire senza avergliene poscia arraffato il marsupio, o il tesoro. La qual vanteria era da vile e da folle. Ma ciò apparve chiaro in Pier delle Vigne, che nella Corte dell'Imperatore fu primo consigliere e segretario e gran tesoriere. L'avea tratto dal nulla, e al nulla lo volle ridurre. E a questo fine studiò modo di poter seco lui attaccar briga e di apporgli un'accusa. Ed ecco come. Federico inviò a Lione presso Papa Innocenzo IV il Giudice Taddeo e Pier delle Vigne, come suo affezionatissimo, e tenuto in più conto d'ogni altro alla Corte, e, con questi alcuni altri, perchè rattenessero il Papa dall'affrettar troppo l'esecuzione del proposito che aveva di deporlo. Perocchè aveva saputo che appunto per questo era stato convocato un concilio. Ed aveva comandato che nessuno degli inviati conferisse col Papa senza che ve ne fosse presente almeno un altro, o senza l'intervento di tutti insieme. Ma, dopo il ritorno, i colleghi calunniarono Pier delle Vigne di aver avuto più volte colloquii confidenziali col Papa senza che alcuno di loro fosse presente. Perciò l'Imperatore mandò a prenderlo, lo fece incarcerare e uccidere. E, come a giustificazione, Federico andava dicendo con Giobbe XIX: Tutti i miei consiglieri segreti mi abbominano; e quelli ch'io amava si sono rivolti contro di me. L'Imperatore in quel tempo era facile a turbarsi, perchè era stato deposto dall'Impero, e Parma gli si era ribellata, ed egli colle sue soperchierie e colle ingannevoli promesse credeva di soppiantare la Chiesa, e rattenerla dal procedere contro di lui. Ma vedendo che l'evento non riesciva a seconda della malizia del suo cuore, nessuna meraviglia se anche una cosa da nulla lo facea uscir di cervello. Giacchè secondo il detto de' Proverbii 29º L'uomo iracondo move contese, e l'uomo collerico commette molti misfatti. Diffatto mandava a morte Principi, Baroni e Consiglieri suoi, incolpandoli di tradimento. Ed a Federico, che molti uccise e molti fece uccidere, si può giustamente applicare ciò che dice dell'Anticristo Daniele 8º: E' sarà rotto senza opera di mano. (E qui l'abbate Gioachimo parlando di Federico aggiunge: sottintendi umana.) E la visione de' giorni di sera, e di mattina, che è stata detta, è verità. Or tu serra la visione, perciocchè è di cose che avverranno di quì a molto tempo. Parimenti si deve sapere che Federico non potè trarre in inganno la Chiesa, perchè è detto ne' Proverbii 28º: La sua malignità sarà palesata in piena adunanza. Il che ebbe pieno adempimento nel concilio di Lione, che lo depose dall'Impero; e ne divulgò per tutto il mondo la malignità. È vero però che non vidi mai uomo che meglio di lui avesse le qualità di gran Principe; e ne aveva l'apparenza e la sostanza. Perocchè quando brandiva la spada in battaglia, o colla clava ferrata calava fendenti a destra e a sinistra, i nemici lo schivavano e lo fuggivano come un diavolo. E quando mi voglio raffigurare alla mente la sua persona, mi si presenta l'immagine di Carlo Magno, quale ce l'hanno descritta i suoi contemporanei, e la sua, quale la ho vista io co' miei occhi. Dice il Poeta:
Obsequio quoniam dulces retinentur amici.
Amico tuo sarà chi tu rispetti.
La qual cosa Federico non sapeva fare, o non voleva, a cagione della sua grettezza ed avarizia. Anzi finiva per avvilirli tutti, gettar loro sul viso il fango della vergogna ed ucciderli per carpire, e avere per sè, e per i proprii figli i loro tesori, le loro sostanze e le loro possessioni. Perciò al bisogno trovò pochi amici. Ora ritorniamo a Federico, che dal 1247 sul terminar del Giugno sino al Martedì 16 Febbraio del 1248, giorno in cui fu presa Vittoria, andò sfogando contro Parma la maledetta ira che tutto l'infiammava.
Nel detto giorno i Parmigiani tutti, militi e popolani, pronti in armi per la battaglia uscirono dalla città, e con loro le donne, i ragazzi, le fanciulle, i giovani, le donzelle, i vecchi e gli imberbi; e cacciarono, virilmente pugnando, l'Imperatore da Vittoria, e sconfissero l'innumerevole sua fanteria e cavalleria; e grande fu la strage che se ne fece, e il numero de' prigionieri che se ne condusse a Parma; liberarono i Parmigiani che l'Imperatore aveva prigionieri a Vittoria; trassero a Parma il carroccio de' Cremonesi, che era pure a Vittoria, e lo posero a trionfo nel Battistero. E quelli che avevano in uggia i Cremonesi per offese da loro ricevute, come i Milanesi, i Mantovani e non pochi altri, quando venivano a visitare il nostro Battistero, e vedevano il carroccio de' loro nemici, strappavano e portavan seco per isfregio e per ricordo le tappezzerie che ornavano Berta, chè tal era il nome del detto carroccio; sicchè col tempo rimasero solo le ruote e il letto del carro sul pavimento, e l'asta dello stendardo ritta e appoggiata al muro. Così pure i Parmigiani fecero bottino e preda di tutto il tesoro dell'Imperatore, che era ricco d'oro, argento, pietre preziose, vasi e indumenti; e s'impossessarono di tutti i suoi ornamenti, di tutta la suppellettile e sino della corona imperiale, che era di gran peso e valore, tutta d'oro, tempestata di pietre preziose, cesellata e con figure a rilievo....... Era grande come un'olla; tenevala più a simbolo, a pompa e come tesoro, che quale ornamento del capo; perchè, messa sul capo senza adatti limbelli trasversali fermi sul cerchio, avrebbe chiusa dentro di sè tutta la testa appoggiandosi sulle spalle. Ed io lo so, chè la ho avuta in mano, quando si custodiva nel Duomo di Parma. Questa corona la trovò un ometto di piccola statura, chiamato a derisione Passocorto, perchè era piccino, e la portava per le pubbliche vie in mano, come si porta un vaso, per mostrarla a chi la voleva vedere, come trionfo della riportata vittoria, ed a sempiterna ignominia di Federico. Perchè tutto ciò che uno poterà trovare era suo; nè alcuno osava toglierlo a lui. E, cosa singolare, in tanta avidità di ricerca, non si ebbe a deplorare alcuna contesa, nè fu udita parola offensiva. Quella corona la comprarono poi i Parmigiani da quel loro concittadino, e gliela pagarono duecento lire imperiali, colla giunta di un caseggiato presso la chiesa di S. Cristina, ove era in antico la guazzatoia de' cavalli. E fecero poi legge che chiunque possedesse alcun che de' tesori di Vittoria, metà fosse sua, e metà del Comune. Ed i poveri si arricchirono molto delle spoglie di un Principe tanto dovizioso. Gli oggetti personali dell'Imperatore, e d'uso della guerra, come il padiglione e simili, li ebbe il Legato Gregorio di Montelungo. Le immagini e le reliquie, che l'Imperatore aveva, furono collocate a custodia nella sacristia della chiesa maggiore dedicata alla beata Vergine. Perocchè, quantunque vi fossero altri guerrieri a debellare e cacciar in fuga l'Imperatore, pure dessa fu che col suo braccio operò come quella donna Ebrea, che scatenò lo scompiglio nella magione di Re Nabuccodonosor. Duci dell'esercito furono il Legato Gregorio di Montelungo, uomo saggio ed esperto in molte cose; e Filippo Visdomini Piacentino, personaggio di probità distinta e di valore, allora Podestà di Parma, come ho detto in altra cronaca, in cui parlai delle dodici scelleratezze dell'Imperatore Federico. E sappiano i posteri, che dei tesori, che si trovarono a Vittoria, pochi ne rimasero a Parma; atteso che mercanti accorsi da diverse parti li comprarono e li ebbero a buon mercato e li esportarono; cioè vasi d'oro e d'argento, gemme, perle, margherite, pietre preziose, indumenti di porpora e di seta, ed ogni sorta di roba che serve ad uso e ad ornamento delle persone. E si sa che molti altri tesori in oro, argento e pietre preziose sotterrati in orci, cassette e sepolcri restarono nel luogo ove sorgeva la città di Vittoria, ma non si conosce ove sieno sepolti. Ed è notabile che quando i mercanti comprarono il ricco bottino che i Parmigiani fecero a Vittoria, si adempì quel detto de' Proverbi ecc. E noto per giunta che dopo lo smantellamento di Vittoria, tutti i proprietarii riconobbero sì chiaro il luogo ove ciascuno aveva la sua vigna, che non ebbe a sorgere tra loro contesa o lite di sorta. Così quando Federico fu cacciato in fuga dai Parmigiani si verificò la sentenza biblica dei Proverbii 10º.: Come il turbine passa via di subito, così l'empio non è più. E perchè? Perchè l'empio è espulso dalla sua malignità. Di fatto in pieno concilio a Lione lo depose dall'Impero Papa Innocenzo IV l'anno 1245. Inoltre è da sapere di Federico che dopo la distruzione di Vittoria, e dopo ch'egli ebbe fatte tutte quelle altre cose ch'io narrai in altra cronaca, ritornossene in Puglia, d'onde meglio per lui se non fosse tornato indietro, e non avesse mosso guerra ai Lombardi. Daniele IIº...... questo si può appropriare a Corrado figlio di Federico, che sopravisse pochi giorni al padre, e morì di un clistere avvelenato. Quello poi che segue: E starà in luogo di lui lo sprezzo, può applicarsi a Manfredi, che nacque illegittimo da una figlia d'una sorella del Marchese Lancia e dall'Imperatore, che poi la sposò in punto di morte. E quel che si aggiunge: Non gli saran fatti onori da Re ebbe suo adempimento quando Re Carlo lo uccise in battaglia. Ciò poi che, più sopra, Daniele disse di Federico: E farà cessare il principe del suo vitupero, si può attribuire a Papa Innocenzo IV, che per timore di Federico lasciò Roma e pose sua stanza a Lione. E fu veramente il Principe del suo vitupero, perchè in pieno concilio a Lione lo spodestò dell'Impero. Quello poi che segue: E il suo vitupero si rivolgerà contro lui stesso, questo lo vedemmo verificato noi co' nostri occhi. Or mi ricorda di quelle cose, che ho ommesse nella rubrica dell'anno passato, perchè l'animo mio era tutto e solo intento a scrivere di quanto riguardava Federico. Ma meritando di essere raccontate, e avendo promesso di farlo ai molti, che me ne fanno ressa, non è bene ch'io manchi alla mia parola, e per cagione mia rimangano ignorate. L'anno dunque 1247 partii da Parma e andai a Lione, ove parlai in famigliarità con Papa Innocenzo IV in sua camera. Dopo la festa d'Ogni Santi poi incominciai il mio viaggio per la Francia[98], e lo stesso dì in cui giunsi al primo convento di frati Minori che s'incontra dopo Lione, arrivò colà frate Giovanni da Magione[99], reduce dalla Tartaria, ove era andato per missione di Papa Innocenzo IV. Frate Giovanni era uomo socievole, letterato, oratore facondo, destro in molte cose, ed una volta fu ministro Provinciale nell'Ordine. Egli mostrò a me e ad altri frati una coppa di legno, che aveva portata da regalare al Papa, nel fondo della quale eravi il ritratto di una bellissima regina, non dipintovi, o impressovi con altro artificio, ma formatovisi per influenza di una costellazione. E se anche cento volte la si fosse segata a sottilissimi strati, avrebbe pur sempre mostrato lo stesso ritratto. E perchè a taluno non paia questa cosa incredibile, lo possiamo assicurare con un altro fatto, e provarne la credibilità. Infatti l'Imperatore Federico donò in Puglia ai frati Minori una chiesa vetustissima, diroccata e da tutti abbondanata; e nell'area, dove prima era l'altare, era cresciuto un noce di smisurata grossezza che, segato longitudinalmente, presentava in ogni tavola la figura di nostro Signor Gesù Cristo; e se cento volte tu l'avessi risegato, cento volte avrebbe ripresentato tale figura. Il che in vero è avvenuto per miracolo, essendo cresciuto il noce in quel luogo, nel quale si rinnovava la passione dell'immacolato Agnello nell'ostia salutare, e nel venerabile sacrifizio; tuttavia alcuni sono di fermo parere che ciò possa anche essere effetto dell'influenza di una costellazione. Inoltre lo stesso frate Giovanni ci disse che portava a regalare al Papa una bellissima cappella, e per cappella intendeva il complesso degli indumenti pontificali, che occorrono a celebrare la messa nelle solennità. Disse pure a noi frate Giovanni, che, per arrivare sino alla residenza del gran Signore dei Tartari, aveva durato gran fatica, e aveva patito di fame, di freddo, e di caldo. Disse finalmente che que' popoli si chiamano Tattari, non Tartari; che mangiano carne di cavallo, e bevono latte di asina; che vide colà gente d'ogni nazione che è sotto il padiglione del cielo, eccetto che di due; che non gli fu permesso presentarsi all'udienza del gran Signore dei Tattari, se non vestito di porpora; che fu accolto da lui e trattato onorificamente, con gentilezza e cortesia; e che gli domandò quanti erano i dominatori dell'Occidente. Al che rispose che due: cioè il Papa e l'Imperatore, e che tutti gli altri ricevevano i loro poteri da questi due. Poi volle sapere quale dei due fosse il più potente. E frate Giovanni, detto che il Papa, tirò fuori una lettera credenziale del Papa stesso, e gliela diede. Dopo averla fatta leggere, disse che avrebbe scritta anch'egli una lettera di risposta al Papa, e la darebbe a lui da consegnare: come poi fece. Questo frate Giovanni scrisse un grosso libro sui costumi dei Tartari, e intorno a tante altre mirabili cose del mondo, che co' proprii occhi aveva vedute. Ed, ogni volta che gli gravava riparlare delle costumanze dei Tartari, faceva leggere quel libro, come molte volte ho udito io e veduto. E quando gli uditori ne restavano meravigliati, o non intendevano, esso faceva l'esposizione e la spiegazione d'ogni cosa non intesa, o poco creduta. Da quel libro non trassi copia di nulla, tranne che della lettera suaccennata, perchè io non aveva tempo di scrivere. E la lettera era del tenore seguente:
Lettera del Signore dei Tattari a Papa Innocenzo IV.
La Fortezza di Dio, l'Imperatore di tutti gli uomini manda al Gran Papa questa lettera autentica e vera. Tenuto consiglio intorno al modo di aver pace con Noi, Tu Papa, e Voi tutti, o Cristiani, mandaste a Noi un Vostro ambasciatore, siccome da lui stesso sapemmo, e stava scritto nella Vostra lettera. Se dunque desiderate vivere in pace con Noi, Tu, Papa, e Voi tutti, Re e Monarchi, non tralasciate per nulla di recarvi da Me, per definire i patti della pace, e allora udirete la Nostra risposta, e nello stesso tempo conoscerete la Nostra volontà. Tra l'altre cose la Tua lettera dice che Noi dobbiamo ricevere il battesimo e farci cristiani. A che con poche parole rispondiamo di non intendere perchè dobbiamo abiurare la Nostra fede. Ad un'altra cosa, che si legge nella Tua lettera, cioè che Ti meravigli di tanta strage d'uomini specialmente cristiani, e principalmente di Polacchi, di Moravi e di Ungheresi, parimente rispondiamo di non intendere neppur questo. Tuttavia perchè non paia che non si voglia neppure parlare di questa accusa, per risposta Ti diciamo che non obbedirono nè alla parola scritta di Dio, nè agli ordini di Cuinis-Kan e Kan; che anzi, consigliatisi in una numerosa assemblea, ne uccisero i rappresentanti. Perciò Iddio comandò di sterminarli, e li pose nelle Nostre mani. Altrimenti se ciò non avesse comandato Iddio, che avrebbe potuto fare un uomo ad un altro uomo? Ma Voi, uomini d'Occidente, Voi credete d'essere i soli cristiani e tenete in dispregio gli altri Ma come mai potete conoscere a chi Iddio siasi degnato di conferire la sua grazia? Noi adorando Dio, colla fortezza di Dio sterminammo ogni terra dall'oriente sino all'occidente, e se questa forza non ci venisse da Dio, che mai avrebbero potuto fare gli uomini? Però se Voi deponete le armi, e volete consegnare a Noi le Vostre fortezze, Tu, o Papa, insieme con tutti i Re del cristianesimo, affrettatevi di venire da Me, chè tratteremo di pace; e allora conosceremo che effettivamente volete pace con Noi. Se poi non darete ascolto nè alla parola di Dio, nè alla Nostra lettera, nè ai Nostri consigli, allora si mostrerà chiaro che con Noi volete guerra. Che cosa sia per avvenire poi dopo, Noi non lo sappiamo: Iddio solo lo sa. — Cuinis-Kan[100] primo Imperatore — secondo Thaday-Kan — Terzo Tujuk-Kan(?)