D'ogni cantor brutto difetto è questo
Di non voler cantar quand'è richiesto.
Anche sua madre e sua sorella furono abilissime nel canto. Egli fece anche la nota sequenza, composizione e musica:
Ave mundi — spes, Maria
e compose molte cantiche con musica melodica, della quale si deliziavano assai i chierici secolari. Costui fu mio maestro di canto in Lucca l'anno 1239, quando avvenne quella orribile oscurità di sole. E quando Tomaso da Capua Cardinale della corte romana, e il più insigne scrittore della corte stessa, compose quella sequenza:
Virgo parens gaudeat
e pregò frate Enrico da Pisa di musicarla per canto, e ne fece una musica bella, dilettevole e soave a udirsi, frate Vita ne compose il secondo canto, ossia il concanto. Ed ogni volta che trovava qualche canto semplice di frate Enrico, volentieri vi applicava il concanto. Perciò Filippo Arcivescovo di Ravenna volle che frate Vita facesse parte della sua famiglia, quand'era Legato nei Patriarcati di Aquileia, di Grado, di Ragusa, di Ravenna e delle diocesi e provincie di Milano e di Genova, e in generale di Lombardia, Romagna e Marca Trivigiana. E gli piacque averlo, tanto perchè era suo concittadino, quanto perchè era frate Minore, ed anche perchè sapeva cantare e comporre. Morì a Milano, e fu sepolto nel convento dei frati Minori. Fu di persona magro, gracile e di statura maggiore di quella di Frate Enrico; aveva voce più da camera che da coro. Più volte uscì dall'Ordine, più volte vi rientrò; e, quando ne usciva, entrava nell'Ordine di S. Benedetto. E quando poi voleva essere riammesso, il Papa gli usava indulgenza per amore del beato Francesco, e per la dolcezza del suo cantare. Ed una volta cantò tanto soavemente che una certa suora, che l'udiva, saltò giù da una finestra per andare con lui; ma non potè perchè si ruppe una gamba. Però fu molto bene pesata quella sentenza di frate Egidio, detto da Perugia non perchè fosse Perugino, ma perchè lungamente ci visse e vi morì, uomo sempre trasportato da estasi e tutto santo, quarto frate nell'Ordine de' Minori, compresovi il beato Francesco, quando disse: È una grazia grande non aver grazia. E intendeva parlare non della grazia di Dio, ma della grazia acquisita a studio, e da natura, per la quale molti fanno male i fatti loro. In vero frate Enrico da Pisa fu mio intimo amico, e tale quale la Sapienza descrive l'amico ne' Proverbi 18. Un uomo che ha degli amici dee portarsi da amico; e v'è tale amico che è più congiunto che un fratello. Imperocchè ed egli aveva nell'Ordine un fratello mio coetaneo, ed io vi aveva un fratello coetaneo di lui, e mi amava, disse, come il proprio fratello; e, fatto ministro Provinciale in Grecia, Provincia di Romanìa, mi diede una lettera di obbedienza, in virtù della quale io poteva, quando mi piacesse, recarmi da lui a far parte de' frati della sua provincia con qualunque compagno mi fosse stato a grado. Inoltre promise di regalarmi una Bibbia e molti altri libri. Ma non vi andai, perchè lo stesso anno che arrivò là, vi morì mentre presiedeva un Capitolo provinciale a Corinto, dove è sepolto e riposa in pace. Profetò, ossia predisse il futuro, quando a udita de' frati a Capitolo, disse: «Ora dividiamo i libri dei frati defunti, ma può essere che tra breve s'abbiano a dividere i nostri» — E s'avverò, poichè nella stessa adunanza capitolare furono divisi i suoi. Noi non possiamo raccontare le storie altrimenti da quello che furono di fatto, e come vedemmo le cose cogli occhi nostri a tempo dell'Impero di Federico e molti anni dopo la morte di Federico, sino a giorni in cui scriviamo, anno del Signore 1284. Io poi, scrivendo diverse cronache, mi sono valso di stile semplice e chiaro, acciochè mia nipote, per cui le scriveva, potesse intendere quel che leggesse; nè curai lo splendore delle parole, ma la sola verità dei fatti, che io esponeva. Mia nipote poi era suor Agnese, figlia di mio fratello, la quale giunta alla biforcazione della lettera pitagorica, entrò nel monastero di Santa Chiara in Parma, e sino ad oggi, giorno in cui scrivo, anno 1284, continua a restarvi per servire a Gesù Cristo. Questa mia nipote ebbe elevatissimo lo spirito d'intelletto della Sacra Scrittura, ingegno buono, memoria, e un favellare grazioso e facondo. Or dunque essendo stato l'Imperatore Federico deposto da Papa Innocenzo IV, erane irritatissimo, come orsa a cui siano rapiti i figli, e inferocisca nel bosco. E s'aggrupparono intorno a lui tutti quelli che erano spiantati, e, carichi di debiti, avevano l'animo amareggiato; e divenne loro capo. Ma ascolta ciò che dice la Sapienza ne' Proverbii 17: Scontrisi pure un uomo in un'orsa, a cui sien rapiti i figli, anzi che in un pazzo nella sua pazzia: qual fu Federico, che non riconobbe i beneficii ricevuti dalla Chiesa. Ma non senza punizione. Perocchè dice la Sapienza ne' Proverbii 17: Il malanno non si dipartirà mai dalla casa di chi rende il mal per lo bene. Il che si è verificato evidentemente in Federico, la cui casa è totalmente distrutta. L'anno dunque del Signore 1247 pochi cavalieri di Parma che, banditi dall'Imperatore, soggiornavano a Piacenza, ed erano di gran cuore, robusti, forti e a trattar le armi esperti, ed avevano il veleno in petto, tanto perchè le loro case in Parma erano state smantellate, quanto perchè era duro quel dover ospitare ora in una casa or in un'altra, (perocchè erano in esiglio e in bando, ed avevano numerosa famiglia e poco denaro, fuggiti da Parma a miracolo per non restare prigionieri dell'Imperatore) vennero da Piacenza, entrarono in Parma ai 15 di Giugno, ed espulsero que' di parte imperiale. Prima però arrivati da Piacenza a Noceto[83], adunatisi in un prato, e armati su' loro cavalli, tennero una concione, ed elessero Ugo Sanvitali loro Capitano e vessillifero, ben sapendo che, quando non vi è chi governa, il popolo cade a ruina. Ed era quell'Ugo uomo forte, e saggio ed esperto nell'armi. Tra loro eravi pure Ghiberto da Gente oratore affascinante, che disse: Assaltiamo ora compatti i nostri nemici come unanimi abbiamo eletto il nostro capitano. E Gherardo da Arcile soggiunse. «Sia in noi ardire e prontezza a vivere o a morire da forti: niuno fugga, niuno tremi di paura; perocchè il Signore combatterà coi forti, e il suo aiuto verrà su voi dal cielo». Inanimiti adunque a tali parole, corsero all'assalto e diedero gran battaglia al Podestà e ai militi Parmigiani a Borghetto di Taro[84]; ed ivi cadde morto Enrico Testa d'Arezzo Podestà di Parma, mio conoscente ed amico, che voleva bene a tutti i frati Minori. E parimente restarono sul campo il suo scudiere, e Manfredo Cornazzani, e Ugo di Magnarotto de' Visdomini, e molti altri; e Bartolo Tavernieri, ferito, rifuggissi a Costamezzana[85] con alcuni suoi amici. E allora alcuni tedeschi del partito imperiale dissero ai fuorusciti: Venite a Parma, e sicuramente occuperete la città, che noi non faremo resistenza. Ed incontanente i predetti Cavalieri Parmigiani, banditi dall'Imperatore, mossero sopra Parma, e la presero, e la tennero. I Parmigiani allora convocarono un consiglio, ed elessero loro Podestà Gherardo da Correggio. E questo accadde ai 16 di Giugno, Domenica. E il Lunedì successivo i Parmigiani mandarono ambasciatori al Comune di Reggio Armanno Scotti ed un altro in sua compagnia a domandare che si dessero liberi nelle loro mani que' prigionieri di Parma, che si sostenevano nelle carceri di Reggio. Ma Buoso Podestà di Reggio negossi di concederli. E questi fuorusciti riuscirono per molte ragioni ad invadere facilmente ed occupare Parma, 1º perchè il Re Enzo, a cui il padre aveva commessa la difesa di Parma, era andato coi Cremonesi ad assediare Quinzano[86] nella diocesi di Brescia; 2º perchè l'Imperatore era in una città di Lombardia, che si chiama Torino, per correre a Lione a far prigionieri il Papa e i Cardinali; chè, come si dice, alcuni avevano promesso di dargli in mano tutta la Corte Romana. Ma nutrirono propositi, che non poterono effettuare. Perchè? Perchè Giobbe nel libro V ha detto che Dio: Disperde i pensieri degli astuti, e fa che le lor mani non possono far nulla di bene ordinato; 3º perchè Bartolo Tavernieri in quel dì celebrava le nozze di sua figlia Maria con un Bresciano, che per questo motivo s'era recato a Parma; e quelli che andarono contro ai Parmigiani fuorusciti, che sopravenivano, erano per le succolentissime imbandigioni servite al pranzo, intorpiditi, e brilli di vino; e s'alzarono da tavola colla cieca arroganza di avvilupparli al primo scontro; ma essendo presso che briachi, tanto al Borghetto quanto nella ghiaia del Taro n'ebbero la peggio, e molti di loro vi lasciarono la vita; 4º perchè la città di Parma era da ogni parte aperta, nè aveva cinta di sorta; 5º perchè que' fuorusciti che si avvicinavano per entrare, facevano il segno della croce, e a mani giunte gridavano: Per amore di Dio e della beata Vergine sua madre, che è la nostra patrona in questa città, vi piaccia lasciarne entrare nella città nostra, d'onde senza colpa fummo espulsi e cacciati in bando; e del resto il nostro ritorno non turberà la pace d'alcuno, nè vogliamo ad alcuno fare ingiuria. Udendo queste cose i Parmigiani di dentro, che per la via, senza armi, erano andati ad incontrarli, vinti dalla loro umiltà, furon tocchi da compassione, ed anche riconoscendo che venivano con propositi di pace, dissero loro: Entrate in città sicuri nel nome del Signore, ed avrete il nostro aiuto in tutto; 6º perchè quelli che erano in città non si pigliavano briga di queste contese, nè avevano parteggiato prima per la fazione di quelli che ritornavano, nè mai avevano impugnate le armi per l'Imperatore. Ma sia banchieri, sia cambiavalute, sia artigiani, non smettevano per questo di stare a' loro banchi, o alle officine, come se nulla accadesse; 7º perchè que' nobili e potenti, che erano in città partigiani dell'Impero, subito, abbandonata la città, si sparsero per le diocesi ai loro castelli e al loro fortilizii, per timore di perderli; 8º perchè anche i tedeschi dell'Imperatore, avendo saputo che da que' fuorusciti era stato ucciso il Podestà di Parma, temendo anche per la lor vita, li invitavano a fare pacificamente della città quello che fosse loro in grado. Fecero altrettanto le guardie del palazzo e della torre del Comune..... Quasi due Re furono Enrico Testa Podestà di Parma e Paolo Tavernieri Capitano della parte imperiale in Parma a favore dello Imperatore. Questi due non poterono star di piè fermo alla sua presenza venendo con un esercito che era assai sottile; 9º perchè principalmente speravano di ricevere tra breve soccorsi da diverse parti. E 1º da Papa Innocenzo IV, che aveva in Parma molti parenti e affini; e perchè i Parmigiani volevano battere l'Imperatore nemico di lui, anzi avevano già cominciate le ostilità; 2º da Gregorio Montelungo Legato per la Lombardia, che era già preparato in Milano a venire co' milanesi e con Bernardo di Rolando de' Rossi Parmigiano e cognato di Papa Innocenzo IV...; 3º dai Piacentini; 4º dal Conte di S. Bonifazio di Verona; 5º dai Bolognesi e dai Ferraresi e da tutto il partito della Chiesa. Ma qui è da notare, (perchè subito si conosca quel grande intrico di cose) che i Modenesi partigiani del Papa erano fuori di città, e i partigiani dell'Imperatore erano dentro. Così era in Reggio; poco dopo anche in Cremona. E perciò in quel tempo si ebbe grossa e lunga guerra. Nè i contadini potevano arare, nè seminare, nè mietere, nè piantar vigne, nè vendemmiare, nè abitare nelle ville; specialmente nell'agro parmigiano e reggiano, modenese e cremonese. Tuttavia vicino alle città i contadini lavoravano difesi dai militi delle città stesse, che si spartivano in quartieri secondo le porte delle città. Ed i militi armati difendevano tutta la giornata gli operai che coltivavano i campi. E questo era necessario a farsi a cagione degli assassini, dei ladroni e dei predoni, che si erano moltiplicati a dismisura. E facevano prigionieri gli uomini per costringerli a riscattarsi con denaro; e rapivano, e mangiavano, e vendevano i bovini. E se i ricattati non pagavano il prezzo del riscatto, li appendevano per i piedi, o per le mani, e schiantavano loro i denti, o mettevan loro, per indurli a riscattarsi, rospi in bocca; la qual cosa era più dolorosa e abborrita di ogni sorta di supplizio. Ed erano più crudeli che i demonii. E il vedere a que' dì passare un uomo sconosciuto per la via, era come vedere il diavolo. Perocchè l'uno sospettava sempre che l'altro il volesse catturare e incarcerare, perchè, secondo il detto de' Proverbii 13, fossero riscatto della vita dell'uomo le sue ricchezze. E il territorio era ridotto ad una solitudine, non trovandovisi nè agricoltori, nè passeggieri. Perocchè ai tempi di Federico, specialmente dopo che fu deposto dall'Impero, e Parma gli si era ribellata, e avevagli dato il calcio, le strade maestre erano deserte, ed i viandanti andavano per sentieri fuori di strada, e si moltiplicarono i mali sulla terra. E sovrabbondarono gli uccelli e le bestie selvatiche, come i fagiani, le pernici, le quaglie, le lepri, i cavrioli, i corvi, i bufali, i cinghiali e i lupi. E i lupi, che non trovavano presso le ville, secondo il consueto, animali da divorare, come agnelli e pecore, essendo le terre state messe totalmente a fuoco, in branchi numerosissimi ululavano per fame fin presso alle fosse delle città, e sbranavano uomini, donne, ragazzi, che trovavano a dormire sotto i portici, o sui carri; e talora, rompendo, penetravano attraverso le muraglie delle case e divoravano i bambini. Nessuno potrebbe credere senza aver veduto, come ho veduto io, le orribili cose che in quel tempo si facevano tanto dagli uomini, come dalle fiere d'ogni specie. Anche le volpi s'erano di tanto moltiplicate, che ne ascesero due sul tetto dell'infermeria a Faenza, in quaresima, per ghermire due galline che erano nel solaio. Delle quali ne fu presa una nello stesso convento de' frati Minori, dove io era, ed ho veduto co' miei occhi. Ed io ho dimorato cinque anni a Faenza, cinque a Ravenna, e più anni or quà, or là per la Romagna, un anno a Bagnacavallo[87], ed un'altro a Montereale[88]. E quella maledetta guerra invase, corse e distrusse tutta la Romagna nel tempo, in cui io vi dimorava; e quando i Bolognesi coi Lombardi ed altri, che erano accorsi in loro aiuto, assediarono Forlì, io era con loro. Ma non la poterono prendere, come piacque a Dio e al beato Francesco, alla cui vigilia cessò l'assedio. E dimorando io in villa, un certo secolare mi disse che aveva preso alla trappola in alcuni villaggi incendiati ventisette gatti grossi e belli, e ne aveva vendute le pelli a chi le conciava, e non vi ha dubbio alcuno che una volta in tempo di pace fossero domestici in quelle ville. Il sesto aiuto poi che ebbero i Parmigiani fuorusciti, che entrarono in città, fu che non solo l'Imperatore era stato scomunicato e deposto dall'Impero; ma Papa Innocenzo IV aveva eziandio prosciolti tutti dalla sudditanza di lui, come appare chiaro sulla fine di quel decreto, che fu redatto nel Concilio generale, in cui fu proclamata la sua deposizione, ove si dice: «Prosciogliendo in perpetuo dal giuramento tutti quelli che per giuramento di fedeltà sono a lui vincolati, e proibendolo colla nostra autorità apostolica, fermamente comandiamo che nessuno ubbidisca a lui quale Imperatore e Re; e se alcuno a lui come Imperatore e Re presterà consiglio, aiuto, o favore, sia per questo fatto solo scomunicato». E per la sua ingratitudine a tutta ragione meritò l'Imperatore questa pena. Perocchè aveva osato alzare la fronte e ricalcitrare contro la Chiesa, che lo aveva allevato, difeso da' nemici e innalzato al fastigio dell'Impero. E perseguitava la Chiesa, e le moveva accanita guerra; il che era ingratitudine grandissima. E tale fu Federico; e perciò a ragione deposto dall'Impero; perocchè non riconobbe i favori ricevuti. E nota che tutte quelle surricordate maledizioni di guerre, sterilità di campi, moltitudine di bestie selvaggie, quantunque io le abbia narrate in anticipazione, a tempo loro furono vere, cioè dopo che Parma la ruppe coll'Imperatore, e parteggiò per la Chiesa. Ora ripigliamo il filo della nostra storia. L'anno adunque 1247 Re Enzo, che era all'assedio di Quinzano coi Cremonesi, avendo saputo che i banditi da suo padre, che erano a Piacenza, avevano occupato la città di Parma, si disanimò talmente che, sciolto l'assedio di Quinzano, s'affrettò a partire marciando tutta la notte, non con canti, ma muto e gemente, come quando un esercito si dà alla fuga dopo una rotta. Io soggiornava allora nel convento de' frati Minori a Cremona, perchè io era frate Minore; e perciò seppi benissimo queste cose. Sino dalla prim'alba i Cremonesi si trovarono col Re Enzo ad una conferenza che durò sin a mattina inoltrata; e dopo in tutta fretta presero cibo, e uscirono insieme col carroccio in testa. Nessuno atto a portar l'armi e a battersi restò in Cremona. Ed io credo di fermo che se difilato fossero corsi sopra Parma, e avessero coraggiosamente combattuto, senza dubbio l'avrebbero ripresa; sia perchè Parma era d'ogni parte aperta, sia perchè non era ancor giunto a' Parmigiani alcun aiuto; e molto più perchè la maggior parte dei cittadini se ne stavano indifferenti; nè parteggiavano per quelli che di recente erano rientrati, nè per quelli che erano fuggiti, ma si curavano soltanto de' fatti loro. E se l'uno de' belligeranti conoscesse lo stato del suo nemico bene spesso potrebbe sconfiggerlo. Ma per volere di Dio Re Enzo s'attendò coll'esercito Cremonese presso il Taro morto, e non corse su Parma, aspettando che il Signore la colpisse colla sua destra. Voleva anche quivi attendere l'arrivo dell'Imperatore suo padre, che era a Torino, città sui confini della Lombardia; chè la Lombardia si estende sino a Susa e al Moncenisio. Di là comincia la signoria del Conte di Savoia, e continuando si entra nel Ducato di Borgogna, ove è la città di Lione, che è la prima metropoli della Francia. Ed ivi soggiornava allora Papa Innocenzo IV, co' suoi Cardinali. Taro morto poi si chiama una massa d'acqua, che esce dal Taro vivo o corrente allorchè esso ribocca, e forma un bacino d'acque stagnanti, come di lago, in cui abbondano le scardove, i lucci, le anguille, e le tinche; e si trova presso il convento dei Cisterciensi, chiamato da loro Fontevivo[89], che dista sette miglia da Parma. Ma intanto che ivi Re Enzo aspettava l'arrivo del padre, da ogni parte ed ogni giorno sopravvenivano aiuti ai Parmigiani fuorusciti, che erano rientrati in città. E Rizzardo Conte di S. Bonifacio di Verona, strenuo e prode guerriero, quando Parma si ribellò all'Imperatore, per primo accorse in aiuto de' Parmigiani; i quali per riconoscenza del segnalato servizio loro fatto, gli assegnarono per alloggio il palazzo imperiale, che è all'Arena[90], e gli affidarono la guardia di quella parte della città che è volta verso Seggio. Il giorno dopo arrivarono i Piacentini, che erano trecento cavalieri bene equipaggiati d'armi e di cavalli. Questi ebbero a difendere la città accampati nella ghiaia del torrente, tenendosi anche di piè fermo lunghe ore in sella, se le mosse del nemico lo rendevano necessario. E tale servizio era per loro più un divertimento che una fatica. Talora restavano anche nei loro alloggiamenti, o se ne ivano per città sollazzandosi a piacere. Tre giorni dopo l'arrivo del Conte di S. Bonifacio giunsero da Milano con mille cavalli Gregorio di Montelungo Legato del Papa, e Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Innocenzo IV. E questi facevano la guardia, quand'era necessario, nella ghiaia del torrente a monte della città. Ed i Parmigiani col Legato si appostarono fuori Città lungo la strada che va a Borgo S. Donnino; e per ripararvisi dalle incursioni del nemico si munirono di fossa e di steccato. Ma l'Imperatore infiammato d'ira e furibondo per le cose accadutegli, volò verso Parma, e in una villa, che si chiama Grola (era ricca di vigneti, che producevano buon vino, chè il vino di quella terra è ottimo) costruì una città cinta da ampie fosse, e la chiamò Vittoria, come presagio degli eventi futuri; e le monete coniatevi fece chiamare Vittorini, e la chiesa maggiore, S. Vittorio. Ivi stanziavano l'Imperatore col suo esercito e Re Enzo coi Cremonesi. E l'Imperatore mandò pregando i suoi partigiani di accorrere subito a grandi giornate, in suo aiuto. Il primo ad arrivare fu Ugo Botteri Parmigiano, nipote, da parte di sorella, di Innocenzo IV, Podestà allora di Pavia, e condusse tutti i Pavesi atti a portar l'armi. Nè il Papa potè mai nè con promesse, nè con preghiere staccare questo suo nipote da Federico; quantunque dimostrasse sempre maggior predilezione alla madre di lui che alle altre due sorelle, ch'ella aveva, anch'esse maritate a Parma. Dopo lui arrivò Ezzelino da Romano[91], Signore allora della Marca Trivigiana, conducendo seco numerosissimo esercito. Questi incuteva più terrore che il diavolo; chè per lui era niente uccidere uomini, donne, ragazzi, e incrudelire atrocemente. Neppur Nerone fu pari a lui nella efferatezza, nè Domiziano, nè Decio, nè Diocleziano, sebbene fossero stati i più crudeli tiranni. Perocchè fece bruciare in un sol giorno undici mila Padovani nella piazza di S. Giorgio a Verona[92], appiccando il fuoco all'edifizio entro cui erano, e mentre le fiamme li struggevano, caracollava attorno a loro, e correva torneamenti co' suoi cavalieri. Sarebbe lunga e miseranda la narrazione di tutte le sue atrocità, e ci vorrebbe un grosso volume. E credo di fermo che siccome il Figlio di Dio volle avere uno specialissimo amico e fatto a sua somiglianza, cioè il beato Francesco; così il diavolo volle Ezzelino. Del beato Francesco si dice che a lui solo Iddio diede cinque talenti. Perocchè nessuno mai visse in terra, tranne il beato Francesco, a cui Cristo imprimesse a sua somiglianza le cinque piaghe. Sicchè, come disse a me frate Leone suo compagno, che era presente al lavacro del suo corpo fattosi prima di seppellirlo, pareva appuntino un Crocifisso deposto dalla Croce. Perciò gli si attaglia benissimo il detto dell'Apocalisse I: Vidi uno somigliante ad un figliuol d'uomo. In che poi fosse simile non ridico, poichè l'ho già scritto altrove, e mi affretto ad altro. E siccome sembra suonar male il dire che un uomo è simile a Dio, principalmente perchè la Scrittura dice in Giobbe XXXII: Non confronterò Dio ad un uomo, sappi che la scrittura dice in altro luogo: Vi sarà uno simile a Dio tra i figli di Dio? Ma Ezzelino in molte malizie e atrocità fu pienamente simile al diavolo. Dopo Ezzelino arrivarono a soccorso di Federico molte genti, cioè i Reggiani e i Modenesi di parte Imperiale, banditi dalle loro città, e que' di Bergamo e d'altre città della Lombardia e della Toscana e d'altre parti del mondo, che non erano del partito della Chiesa. Inoltre a lui ne vennero di Borgogna, di Calabria, di Puglia, di Sicilia, di Terra di lavoro, di Grecia, e di Lucera de' Saraceni, e quasi d'ogni nazione, che è sotto il padiglione del cielo. E così adunò uno smisurato esercito. Con tanta gente però non gli fu possibile occupare che la strada che va a Borgo S. Donnino: le altre parti della città non s'accorgevano quasi d'essere assediate. E perchè l'Imperatore s'avea fatto proposito di distruggere sin dalle fondamenta la città di Parma, e trasportarne gli abitanti a Vittoria, e rasa Parma al suolo, in pena di ribellione, e per segno di perpetua vergogna, e per esempio alle altre città, sullo spianato seminarvi il sale come simbolo di sterilità, tutte le donne Parmigiane ricche, nobili e potenti, tutte si recarono a pregare la beata Vergine che liberasse Parma dall'Imperatore e dagli altri nemici: perocchè i Parmigiani tenevano in grande reverenza il nome di lei, come titolare della chiesa matrice. E, per essere più facilmente esaudite, fecero fare d'argento il modello in rilievo d'una città, e lo offrirono come dono e voto alla beata Vergine. Tale opera rappresentava in argento, ed io l'ho vista, tutti i principali edifici di Parma, il duomo, ma non quale era, il battistero, il palazzo del vescovo, il palazzo del Comune ed altri molti edifizi, che insieme raffiguravano la città. La Madre pregò il Figlio; il Figlio esaudì la Madre, a cui per ragione nulla poteva negare. E avendo la Madre della misericordia pregato il Figlio di liberare la città da quel nembo di nemici che le soprastava, e già era sul punto di dar fiato alle trombe per la pugna...... Nel tempo però che corse tra la cacciata degli imperiali dalla città e la sconfitta che i Parmigiani inflissero all'Imperatore a Vittoria, uscivano ogni dì dall'una e dall'altra città i balestrieri, gli arcieri o saettatori, i frombolieri, e, come ho visto io co' miei occhi, si battevano accanitamente. Ma anche gli assassini scorrazzavano quotidianamente per la diocesi, portando in ogni luogo rapina e incendio; e Parmigiani, Reggiani e Cremonesi reciprocamente si danneggiavano il più che potevano. Sopragiunsero poi anche i Mantovani, e li ho visti io co' miei occhi incendiare tutto Casalmaggiore[93]. E l'Imperatore ogni mattina si recava co' suoi nell'alveo della Parma, e, sotto gli occhi stessi de' Parmigiani, per disanimarli col terrore, faceva decapitare tre o quattro, e anche più se ne aveva il maltalento, de' Parmigiani, o Modenesi, o Reggiani di parte della Chiesa, ch'egli avea prigioni. E questa decapitazione si eseguiva nell'alveo del torrente più in su del ponte di Donna Egidia[94], in un luogo detto Biduzzano[95]. E intanto tutta la milizia dell'Imperatore stava in armi, per timore che i Parmigiani cogli alleati loro, che erano sempre coll'armi in mano, irrompessero alla vendetta. Ma è proverbio che dice:
Non faciunt anni, quod facit una dies
Non fan molt'anni — quanto può fare un giorno.
E questo giorno fu quello in cui i Parmigiani costrinsero l'Imperatore a fuggire ignominiosamente dalla sua città di Vittoria. E bene lo meritò, perchè fece subire morte tormentosa a molti innocenti. E ne sono prova Andrea da Trezzo, nobile cavaliere Cremonese, e Corrado da Berceto, chierico e prode guerriero, cui in molti e varii modi tormentò col fuoco, coll'acqua e con altre maniere di supplizii. Anche duecento militi mandati dai Parmigiani a Modena per guardia di quella città, prima che Parma la rompesse coll'Imperatore, furono dai Modenesi di parte imperiale incarcerati, e incatenati tostochè seppero che Parma s'era ribellata all'Impero. Altrettanto fecero i Reggiani a que' Parmigiani, che colà per lo stesso motivo si trovavano. L'Imperatore dunque mandò a prendere que' militi per averli prigionieri in Vittoria. E quando ne aveva pel capo il bestiale talento, il che accadeva principalmente quando lanciava insulti alla città di Parma con ingiuriose parole, o una battaglia gli era riuscita sinistra, sfogava la sua ira feroce nel sangue di alcuni di que' prigionieri. Perocchè molte volte tentò di sorprendere ed occupare la città col nerbo delle sue forze. Talvolta però anche manipoli di soldati della Marca di Ancona disertarono dal campo dell'Imperatore, e fuggendo entrarono in Parma, dicendo di volersi unire al partito della Chiesa; e furono lietamente e festosamente accolti. Ma a dir vero disertavano perchè l'Imperatore sui primi giorni della ribellione di Parma, temendo che gli sfuggisse di mano la Marca d'Ancona, aveva fatto mettere sotto custodia molti militi Anconitani; parte de' quali nelle pubbliche prigioni, e parte confinati in una zona della città, in cui godevano qualche maggiore libertà; e questi, che erano sotto più larga custodia, avevano, sebbene da loro non conosciuto, un marchio d'infamia. Ma un giorno arrivò un messo dell'Imperatore a comandare che cinque militi Marchigiani, che erano a Cremona in una certa casa (ed era appunto il momento in cui si lavavano le mani per pranzare) subito, senza indugio montassero a cavallo, e insieme col messo si recassero ove era l'Imperatore. E giunti fuori di città ad una piazza, che si chiama Mosa[96], li fece condurre ove erano le forche, ed impiccare. Ed i carnefici andavano ripetendo: così comanda l'Imperatore, perchè siete traditori. Eppure erano accorsi a sostenerlo. Il giorno dopo, i frati Minori andarono, li deposero e seppellirono, e a pena potevano tener lontano i lupi, che non li divorassero ancor pendenti dal patibolo. Tutte queste cose io le ho vedute, perchè di quel tempo, parte l'ho passato a Parma, parte a Cremona. Sarebbe lungo raccontare quanta strage menasse l'Imperatore sopra quelli che tenevano le parti della Chiesa. Perocchè Gerardo da Canale di Parma lo mandò in Puglia, e lo fece sommergere in alto mare con al collo legata una mola da macino. Eppure era stato prima uno de' suoi più intimi, e aveva avuto da lui molte podesterie, ed era rimasto sempre con lui a campo nei pressi di Parma. Unico motivo di sospettare di lui ebbe l'Imperatore il vedere che in Parma non atterravano la torre della casa di lui. Laonde talora l'Imperatore fingendo scherzare, e ironicamente ridendo, gli diceva: Ci amano molto, o Gerardo, i Parmigiani, e ne è prova che mentre atterrano dalle fondamenta i palazzi di quei loro concittadini, che tengon fede all'Impero, non hanno ancor toccato nè la vostra torre, nè quel mio palazzo, che ho all'Arena. Ma parlava ironicamente, nè Gerardo lo intendeva, credendo che ogni tempo corresse sempre eguale. Ma non è così, anzi: