L'orto frutta vi fa, l'ovil butiro,

Lo stagno e 'l bosco danno ombra e papiro.

..... E qui è da notare che in certi mesi la parte del giorno illuminata dal sole è più lunga in Francia che in Italia, come sarebbe nel mese di maggio; e nell'inverno è più breve, e n'ho fatto io l'esperienza in persona. Ritorniamo ora sulla nostra via, e continuiamo a parlare del Re di Francia.

a. 1248

L'anno dunque 1248, poco dopo la Pentecoste, da Auxerre passai al convento di Sens, perchè quivi si doveva adunare il capitolo provinciale a discutere gli interessi dell'Amministrazione della provincia di Francia, e stava anche per arrivare Lodovico Re de' Francesi. Adunatosi pertanto il capitolo, il ministro della provincia di Francia coi definitori si avvicinò al cospetto di frate Giovanni da Parma ministro Generale, che era in quel convento; e disse: Padre, noi abbiamo esaminati ed approvati quaranta frati venuti al capitolo per ottenere la facoltà di predicare, e l'abbiamo loro conferita, e li abbiamo rinviati ai loro conventi, perchè questo nostro, ove si tiene il capitolo, non risenta disagio da troppa agglomerazione di frati. E il ministro Generale rispose loro che avevano operato male, senza conoscere la Regola, che prescrive non potersi conferire la facoltà di predicare dai ministri provinciali quand'è presente il ministro Generale. «E aggiunse: L'esame fatto l'approvo; ma comando che siano richiamati, e ricevano da me la chiesta facoltà a norma della nostra Regola. Così fu fatto» e si fermarono poi a Sens finchè fu terminato il capitolo. Partito il Re di Francia da Parigi per onorare il capitolo di sua presenza, quando si seppe che era poco lunge dal convento, uscirono tutti i frati Minori ad incontrarlo, e fare a lui onorifico ricevimento. E frate Rigaldo dell'Ordine de' Minori, maestro cattedrato a Parigi, e Arcivescovo di Rouen, vestito pontificalmente uscì dal convento, ed in fretta andava incontro al Re interrogando ad alta voce: Ov'è il Re? Ov'è il Re? Ed io gli tenea dietro, perchè solo e smarrito errava colla mitra in capo e il pastorale in mano. Aveva egli perduto tempo nell'appararsi, sicchè gli altri frati erano già usciti e stavano allineati a destra e a sinistra sui ciglioni della strada colle spalle volte alla città, volendo vedere il primo spuntare del corteggio reale. Ed io vidi spettacolo che mi fece vivissimamente meravigliare, e meco stesso andava ragionando: Ho pur letto non una, nè due volte sole, che i Galli Senoni furono un popolo nobile e potente, e che, capitanati da Re Brenno, entrarono di forza in Roma; ma veramente ora le loro donne, per la più parte, somigliano a tante fantesche. E sì che se il Re di Francia passasse per Pisa e per Bologna tutto il fiore delle nostre matrone gli correrebbe incontro. Ma in quel punto mi tornò a mente d'aver udito dire d'un uso dei Francesi, e lo riconobbi vero. Ed è che in Francia i cavalieri e le loro nobili dame abitano le castella delle loro ville; in città soggiorna soltanto la borghesia. Il Re poi era mingherlino, gracile, macilente, e di statura in proporzione troppo alta, di volto angelico e raggiante di grazia. E veniva alla chiesa de' frati Minori non in pompa reale, non a cavallo, ma a piedi, ed in abito da pellegrino, col bordone e la bisaccia al collo, che dava decoro agli omeri reali; e colla stessa umiltà e conforme vestiario lo seguivano i suoi tre fratelli germani: primo de' quali era Roberto, e l'ultimo si chiamava Carlo, che fece poi meravigliose prodezze degnissime di storia. Il Re non si prendeva cura del corteo de' nobili, ma piuttosto delle orazioni e de' voti de' poveri; ed era di fatto più monaco nelle divozioni, che soldato nell'armi. Entrato pertanto nella chiesa de' frati, e fatta una devotissima genuflessione, pregò davanti all'altare. E mentre usciva di chiesa, giunto sulla soglia della porta, io mi gli trovai vicino. Quand'ecco gli fu offerto, e, per mezzo del tesoriere della chiesa di Sens, presentato un grosso luccio ancor vivo in acqua, dentro una conca d'abete, che i Toscani chiamano bigoncio, e che serve loro per bagni e per lavacro ai fanciulli, che sono ancora in culla. Per vero in Francia il luccio è un pesce, che si paga caro e si giudica squisito. Il Re ringraziò il donatore e il presentatore del dono; poi disse ad alta voce, da tutti intesa, che nessuno entrerebbe nell'aula capitolare, tranne i cavalieri e i frati, ai quali voleva parlare nell'adunanza. Radunato il capitolo, il Re cominciò a fare la sua confessione, a raccomandare a Dio sè stesso, i suoi fratelli, la Regina sua madre, tutto il suo seguito, e inginocchiatosi divotissimamente invocò le orazioni ed i suffragi de' frati. E alcuni frati francesi che mi stavano a fianco, ammirando tanta pietà e divozione, piangevano dirottamente di consolazione. Dopo il Re, sorse a parlare il Cardinale della Corte romana, Oddone, che era stato una volta gran Cancelliere di Parigi, e voleva andare col Re in Terra Santa, e in poche parole si sbrigò. Terzo a parlare s'alzò frate Giovanni da Parma, ministro Generale, a cui per ufficio toccava rispondere, e disse: L'ecclesiastico 32º dice: Parla tu con eletto discorso, tu che in grado avanzi gli altri, poichè a te spetta la prima parola. Il Re, padre e benefattore, che si degnò di parlare affabilmente ad un'adunanza di poveri, venne in mezzo a noi umile e benigno. E come ben conveniva parlò primo tra noi; nè ci domandò oro, nè argento, di cui, la Dio mercè, il suo tesoro abbonda; ma desidera vivamente le nostre orazioni ed i nostri suffragi per uno scopo che è lodevolissimo. Di fatto il Re nostro imprese questo pellegrinaggio e questa crociata a gloria di nostro Signor Gesù Cristo, a soccorso di Terra Santa, a sterminio de' nemici della fede e della croce di Cristo, ad onore di tutta la Chiesa Cattolica e di tutto il Cristianesimo, a salute dell'anima sua e di tutti coloro che seco lui vanno oltremare. Laonde, sia perchè fu il nostro principale benefattore e sostenitore non solo a Parigi, ma eziandio in tutto il suo regno; sia perchè volle degnarsi di venire tra noi tanto umilmente e con tanto nobile corteo, e chiede a noi di pregare per un santo fine, è doveroso e conveniente che noi ricambiamo a lui, almeno per quanto possiamo, i segnalati benefici, e l'alto onore che abbiamo ricevuto. E siccome i frati Francesi sono lieti e prontissimi di fare tutto il possibile a questo scopo, anzi sono d'animo disposti a più di quello ch'io sapessi decretare, perciò non impongo loro comandamenti di sorta. Avendo però io incominciato a visitare tutti i conventi dell'Ordine, mi sono proposto nell'animo di prescrivere a ciascun sacerdote di celebrare quattro messe pel Re e pel suo corteggio: Una dello Spirito Santo; un'altra della Croce; la terza della beata Vergine; la quarta della Trinità. E se fatalmente accadesse che il Figlio di Dio lo richiamasse al seno del Padre eterno, altri più fervidi suffragi aggiungeranno i frati. E se per parte mia non ho abbastanza soddisfatto al desiderio del re, il Re comandi; chè tra noi non manca chi obbedisca; può solo mancare chi comandi. Udite il Re queste parole, ringraziò il ministro Generale, ed accolse con tanto gradimento quelle disposizioni che le volle scritte in una lettera autografa del Generale stesso e autenticate col suo sigillo. Così fu fatto. E le spese di quel dì le fece il Re e pranzò coi frati in refettorio. Al pranzo intervennero i tre fratelli, del Re, il Cardinale della Corte romana, il ministro Generale dell'Ordine de' Minori, frate Rigaldo Arcivescovo di Rouen, il ministro Provinciale di Francia, i Custodi, i Definitori, i frati di fiducia, tutti quelli che erano ammessi al capitolo, e i frati nostri ospiti, che chiamiamo forestieri. Riconoscendo pertanto il ministro Generale la nobiltà e dignità del reale corteggio, cioè tre Conti, il Cardinale Legato della Chiesa romana e Arcivescovo di Rouen, non volle arrogarsi gli onori di preminenza dovuti alla sua dignità, quantunque il Re lo invitasse a sedergli a fianco; ma volle piuttosto dimostrare col fatto quella cortesia e quella umiltà, che il Signore predicò colla parola e coll'esempio; e prese posto alla mensa de' poveri, la quale dalla sua presenza acquistò splendore, e tutti ne restarono edificati, e ne ebbero buon insegnamento. E in quel dì il Re fece quel che insegna la Sacra scrittura, Ecclesiastico IV; Renditi affabile nella conversazione de' poveri. La prima imbandigione servita in quel dì a mensa furono le ciliegie; poi pane bianchissimo, e vino abbondante e di qualità veramente degna della magnificenza reale. E, secondo l'usanza de' Francesi, eranvi molti che invitavano, in modo da costringere a bere, anche chi non voleva. Poi si portarono innanzi le fave fresche cotte nel latte, pesci, granchi, pasticci d'anguille, riso con latte di mandorle e polvere di cinamomo, anguille rosolate con squisitissima salsa, torte giuncate e frutta in abbondanza e bellissima. Ed ogni cosa fu servita con molto garbo, e molta compitezza. Il dì successivo poi il Re intraprese il suo viaggio; ed io, chiuso il capitolo, lo seguii, poichè io aveva ricevuta dal ministro Generale l'obbedienza di andare a dimorare nella Provenza. E mi riescì agevole trovarmi dove era il Re, perchè spesso egli deviava dalla strada diretta per andare ai romitaggi dei frati Minori e di altri religiosi, di quà di là vagando a destra a sinistra, per raccomandarsi alle loro orazioni. E così andò facendo sinchè giunto al mare s'imbarcò per Terra Santa. E facendo io una visita ai frati di Auxerre al cui convento io aveva appartenuto, un dì mi recai a Vezellay[109], nobile castello della Borgogna, ove in quei tempi si credeva che vi fosse il corpo della Maddalena. L'indomani era domenica. E la mattina per tempissimo il Re si recò al convento de' frati per raccomandarsi alle loro preghiere, ed aveva lasciato il suo corteo nel castello, che era vicino al convento. Condusse seco soltanto i suoi tre fratelli ed alcuni staffieri a custodire i cavalli; e fatta una reverente genuflessione davanti all'altare, i frati teneano gli occhi volti agli scanni su' quali sedere; ma il Re sedette in terra e nella polvere, come ho visto io co' miei occhi, perocchè quella chiesa non aveva un piano lastricato. E ne chiamò presso di sè dicendo: Avvicinatevi a me, frati miei carissimi, e ascoltate le mie parole. Allora facemmo corona intorno a lui, e come lui sedemmo in terra, e fecero altrettanto i suoi tre fratelli germani. E si raccomandò ai frati, invocò le loro orazioni e li pregò de' loro suffragi. All'uscire di chiesa gli fu detto che suo fratello Carlo pregava ancora con fervore, e il Re se ne compiacque, e, per aspettarlo, non montò a cavallo; e gli altri due fratelli in sua compagnia parimente aspettavano fuori della porta della chiesa col Re. Carlo era il fratello minore, Conte di Provenza, marito d'una sorella della Regina; e faceva molte genuflessioni davanti ad un altare che era su un fianco della chiesa vicino alla porta. Ed io mi trovava in un punto da poter osservare tanto Carlo che pregava fervidamente, quanto il Re che fuori aspettava pazientemente; e ne rimasi molto edificato. Dopo continuò il Re la sua via, e dato sesto alle sue cose, si affrettò al naviglio, che era pronto. Io poi andai a Lione, ove trovai ancora Papa Innocenzo IV co' suoi Cardinali. In seguito discesi sino ad Arles, distante cinque miglia dal mare, ed era la festa del beato Pietro Apostolo. In que' giorni arrivò a quel convento anche frate Raimondo ministro della Provenza, che poi fu fatto Vescovo, e mi ricevette onorificamente, ed era con lui il lettore di Mompellier. Di lì passai per mare a Marsiglia, e da Marsiglia andai a Jeres[110] per fare visita a frate Ugo da Digne[111] o da Bariols[112], cui i Lombardi chiamano frate Ugo da Mompellier. Egli era uno de' più illustri chierici del mondo, predicatore affascinante, gradito dal clero e dal popolo, forte a disputare e pronto a discutere di ogni cosa. Tutti gli avversarii inviluppava, e, stringendo gli argomenti, conchiudeva in proprio senso; aveva parola facondissima, e voce sonante come di tromba, o di tuono, o di gonfio torrente in cascata: non mai indietreggiava, non mai s'intricava, era sempre pronto a rispondere a tutto. Erano come il sole fiammeggianti le sue parole, se parlava della corte celeste e della gloria del paradiso, erano terribili, se discorreva delle pene infernali. Nativo della Provenza, aveva statura mediocre, e tinta bruna, ma non era brutto. Era uomo acceso in sommo grado delle cose spirituali, sicchè ti pareva di vedere e di ascoltare un altro Paolo, un secondo Eliseo; ed ognuno sentivasi il tremito quando predicava. Ed ecco le parole che ardiva pronunciare al cospetto del Papa o de' Cardinali in concistoro, nè solo a Lione, ma anche molto prima quando la Corte pontificia era a Roma: «..... Papa Innocenzo IV, vi ha dato il cappello rosso affinchè, come ragion vuole, abbiate una distinzione tra gli altri cappellani. Ma in passato non eravate chiamati Cardinali, sibbene diaconi della Corte romana, e i preti si ritenevano vostri pari, e vostri predecessori..... Frate Ugo era solito dire che aveva quattro amici, ch'egli amava sopra tutti gli altri; primo de' quali era frate Giovanni da Parma ministro Generale (ed era naturale, perchè furono ambedue illustri chierici, cultori dello spirito, e caldissimi Gioachimiti); e per l'amicizia di frate Giovanni da Parma, e poi, perchè s'accorse ch'io aveva fede nella dottrina di Gioachimo Abbate dell'Ordine che è a Flora,[113] ebbe anche per me molta deferenza ed intrinsichezza. Il secondo amico era l'Arcivescovo di Vienna[114], uomo santo, letterato, onesto, che amava assai l'Ordine del beato Francesco. Perciò in servigio dei frati Minori fece costruire un ponte di pietra sul Rodano, perchè aveva dato nella sua diocesi un convento da abitare ai frati, che stavano al di là del fiume. E trovandomi io una volta a Vienna, venne da Lione, per confessare e predicare, frate Guglielmo dell'Ordine dei Predicatori, autore della Somma dei vizii e delle virtù; ed ospitò presso i frati Minori, perchè i Predicatori in quella città non avevano convento. E piacque al Guardiano ch'io gli fossi compagno, e ci trattammo con reciproca famigliarità, perchè era uomo umile e cortese, sebbene di piccola statura[115]. Io gli domandai com'era che i frati Predicatori non avessero convento a Vienna; ed egli rispose che, piuttosto che due o tre conventi, amavano averne uno solo, ma buono, a Lione. E pregato da me di predicare ai frati nell'imminente giorno della Annunciazione della beata Vergine, perchè io desiderava vivamente di udirlo, avendo egli oltre la Somma scritto anche un trattato De' Sermoni, rispose che volentieri, purchè lo invitasse il Guardiano. E lo invitò, e fece una bellissima orazione intorno all'Annunziazione della beata Vergine, il cui tema, od esordio era: Missus est Angelus: È stato inviato un Angelo. Un altro giorno, mentre io soggiornava ancora a Vienna, giunse frate Guglielmo Britto dell'Ordine de' Minori, autore del libro Della memoria, e per piccolezza di statura si assomigliava all'altro Guglielmo, di cui ho fatto menzione più su, ma non in quanto al carattere, che pareva più impaziente e impastato di furia, come di solito i piccoli. D'onde quel detto:

Vix humilis parvus. Vix longus cum ratione.

Vix reperitur homo ruffus sine proditione.

L'uom piccino di statura

È superbo di natura.

L'uomo lungo di persona