Egli è raro se ragiona.
Chi di rosso ha tinto il pelo
Tradirà la terra e il cielo.
Nel convento di Lione io l'ho udito aver la prontezza di fare il correttore a tavola in presenza di frate Giovanni ministro Generale e di Papa Innocenzo IV; e allora non aveva ancora composto quel suo libro, che da lui s'intitola. Il terzo amico poi che diceva d'avere frate Ugo era Roberto Grossatesta vescovo di Lincoln, uno dei più eminenti chierici del mondo. Questi, dopo che li aveva già volgarizzati Borgondione giudice Pisano, tradusse di nuovo il Damasceno ed i testamenti dei dodici patriarchi, e molte altre opere. Il quarto amico di Ugo era frate Adamo da Marisco[116] dell'Ordine dei Minori, uno dei più illustri chierici del mondo. Fu chiarissimo in Inghilterra e scrisse di molte cose, come quello di Lincoln.[117] Ambedue Inglesi, e, compagni in vita, furono ambedue sepolti nella chiesa episcopale. Terzo compagno di questi due fu maestro Alessandro dell'Ordine de' frati Minori Inglese, e maestro con cattedra a Parigi, che compose molte opere, e, come dicevano quelli che lo conoscevano a fondo, non ebbe al suo tempo uno pari a lui sulla terra. Io ricordo che, quando io era ancor giovane ed abitava nel convento di Siena in Toscana, frate Ugo che era di ritorno dalla Corte romana, parlò mirabilmente intorno alla gloria del paradiso e al disprezzo del mondo al cospetto de' frati Minori e Predicatori, che erano accorsi ad ascoltarlo; e di qualunque cosa fosse interrogato, subito, senza por tempo in mezzo, aveva in pronto la risposta. E chi l'udiva si meravigliava di tanta sapienza e prontezza. Trovandosi egli a Pistoja nel tempo in cui era imminente la convocazione di un concilio a Lucca nel giorno delle Ceneri, nè avendo i frati di Lucca chi predicasse, ricorsero a frate Ugo pregandolo di favorirli in quella ricorrenza. Egli lo promise e attenne. Arrivò pertanto a Lucca per la via di Pescia appunto in quel momento, in cui doveva egli andare alla chiesa episcopale. E tutta radunanza gli andò incontro per accompagnarlo, per fargli onore, e per desiderio di ascoltarlo. Ma vedendo que' frati fuori di porta, meravigliato disse: Ah! Dio dove vanno costoro? E dettogli che i frati gli facevano quel ricevimento per onorarlo, e perchè desideravano di udirlo, rispose: Non pretendo tanto onore, perchè non sono Papa; se poi vogliono udirmi, vengano quando io sarò alla chiesa. Ora io anderò avanti con un compagno solo, chè non voglio trovarmi in mezzo a tanta caterva di gente. E, quando giunse alla chiesa, li trovò tutti raccolti e pronti ad udirlo. Sermocinò adunque frate Ugo, e disse tante mirabili cose e tanto mirabilmente ad edificazione e consolazione del clero, che tutti rimasero stupefatti della sua graziosa e calda orazione. Ed i chierici della diocesi di Lucca sino a molti anni dopo hanno sempre ripetuto di non aver mai udito uomo parlare tanto eloquentemente. Perocchè altri oratori avevano declamato il loro sermone come un salmo che avessero imparato a memoria. E per lungo tempo suonarono le lodi di frate Ugo e della sua predica, e, in grazia di lui, crebbe la buona opinione e la reverenza per tutto l'ordine de' Minori. Io l'ho udito predicare un'altra volta al popolo nella Provenza, vicino al Rodano, a Tarascon[118], e a quella predicazione vi fu immenso concorso di nomini e donne di Tarascon e di Beaucaire[119], che sono due bellissimi castelli l'uno di fronte all'altro sulle due opposte rive del Rodano. In ciascuno de' due castelli vi è un convento di frati Minori. A quella predicazione vi ebbe anche numerosa affluenza d'uomini e donne sin di Avignone e di Arles. E parlò loro, come ho udito io coi miei orecchi, non vuote ciancie, ma parole piene di utili insegnamenti, che, per la dolcezza dell'animo e il calore e la forza del convincimento che le inspirava, scendevano a toccare il cuore. Egli era stimato come un profeta........ Sarebbe ridicolo assai ch'io non volessi credere che altri non sia Vescovo, o Papa, perchè nol sono io... Vi era anche alla Corte del Conte di Provenza un maestro Rainero da Pisa, che si spacciava per filosofo universale, e confondeva per modo i notai, i medici, e i giudici della Corte che nessuno poteva ivi più salvare la propria riputazione. Esposta dunque a frate Ugo la loro inquietudine, lo pregarono di andare in loro soccorso, e difenderli da quel molesto avversario. Ai quali frate Ugo rispose: Fissate col Conte un giorno per una disputa in palazzo, e insieme col Conte vi si trovino cavalieri, cittadini cospicui, giudici, notai e fisici; e disputate secolui, e il Conte mandi in cerca di me; e mostrerò e proverò a quel maestro ch'egli è un asino, e che il cielo è una padella. Tutto fu pronto; e lo inviluppò così, e così gli chiuse la bocca, che si vergognò di essere nella Corte del Conte, e, senza salutare alcuno, scappò via, nè osò più mai ivi dimorare, non che presentarsi. Perocchè null'altro era che un acuto sofista, e credeva di intricare tutti co' suoi sofismi. Liberò pertanto frate Ugo da un soverchiatore quei meschini che non avevano alcun aiuto, e perciò baciavano mani e piedi al loro liberatore. E qui conviene si noti che questo Conte di Provenza è chiamato Raimondo di Berengario; ed era bell'uomo, benevolo ai frati Minori, e padre della Regina d'Inghilterra e della Regina di Francia, ed una terza sua figlia era moglie del fratello del Re d'Inghilterra, ed una quarta era moglie di Carlo fratello del Re di Francia, dalla quale ricevette la Contea di Provenza. Nella Provenza poi vi è un castello molto popolato tra Marsiglia e Ventimiglia, ossia Nizza a mare, lungo la strada che mena a Genova, dove si trovano aie per fare il sale, e quindi prende nome da queste aie. Ivi abita gran numero d'uomini e di donne che fanno penitenza nelle loro case in abito secolare, e sono devoti assai ai frati Minori, e ascoltano volentieri le loro prediche. I frati Predicatori, ivi non hanno convento, perchè si dilettano e vogliono la consolazione di stare soltanto in monasteri grandiosi, e non ne' piccoli. In questo castello il più del tempo abitava frate Ugo. Ivi erano molti notai e giudici, e medici e letterati che ne' giorni di solennità avevano loro comvegno alla cella di frate Ugo per udirlo parlare della dottrina dell'Abbate Gioachimo, ed insegnare e spiegare i misteri della Sacra Scrittura, e predire il futuro. Perocchè era un tenacissimo Gioachimita, e possedeva tutti i libri dell'Abbate Gioachimo. Ed anch'io una volta vi intervenni per udire come frate Ugo esponeva quella dottrina, di cui anche prima, quando io era a Pisa, aveva udito già un'altra esposizione fatta da un Abbate dell'Ordine di Flora, che era un vecchietto e santo uomo, il quale per timore che l'Imperatore desse alle fiamme il convento ov'egli abitava, che era tra Lucca e Pisa, sulla strada che va a Luni[120], aveva collocato, come in luogo sicuro nel convento di Pisa, tutti i libri pubblicati da Gioachimo, e che egli possedeva. Poichè egli credeva che in Federico a quel tempo si dovessero adempire tutti i misteri, perchè era in discordia vivissima colla Chiesa. Anche frate Rodolfo di Sassonia, lettore a Pisa, che era un logico stringente, un insigne teologo ed un impareggiabile disputatore, smesso lo studio della teologia per meditare su que' libri dell'Abbate Gioachimo, che erano depositati nel nostro convento, divenne passionatissimo Gioachimita. Ed anche quando il Re di Francia era sulle mosse per andare in Terra Santa, ed io mi trovava nel convento di Provins[121], erano ivi due frati, che professavano tutte le dottrine di Gioachimo, e che con ogni loro potere tentavano di farmele abbracciare. Uno era di Parma e si chiamava frate Bartolomeo Guiscolo; uomo cortese, dedito onninamente alle cose dello spirito, oratore eminente, Gioachimita, e di parte imperiale. Fu una volta guardiano del convento di Capua. In ogni sua cosa era spigliatissimo; e morì in un capitolo generale convocato a Roma. Da secolare insegnò grammatica; frate, scrisse, miniò, insegnò e fece tante altre cose. In vita sua fece prodigi, ed in morte operò miracoli ancor maggiori. E di vero quando l'anima sua si sciolse dal corpo, i frati che erano presenti, videro meraviglie da restarne stupefatti. L'altro era Gherardino da Borgo S. Donnino[122], che fu allevato in Sicilia, e insegnava grammatica; giovane morigerato, onesto e buono, eccessivo soltanto nella tenacità con cui seguiva irremovibilmente le opinioni e gli insegnamenti di Gioachimo. Questi due mi sollecitavano ad aver fede nelle scritture dell'Abbate Gioachimo, e a studiarle, e ne possedevano l'esposizione su Geremia ed altre opere. E stando appunto allora il Re di Francia in fare i preparativi per andar oltremare con un esercito di crociati, eglino lo motteggiavano e lo deridevano dicendo che la impresa gli sarebbe andata male, come poi dimostrò l'evento; e mi facevano vedere così star scritto nell'esposizione di Gioachimo sopra Geremia, e perciò doversi aspettare che s'adempisse. E, leggendosi per tutta la Francia nella messa conventuale d'ogni dì il salmo: Oh! Dio le nazioni sono entrate nella tua eredità ecc. eglino parimente mettevano questa sentenza in beffa, e dicevano: È necessità che si effettui ciò che dice la Scrittura, che ha ne' Treni 3º: Tu hai distesa una nuvola attorno a te perchè l'orazione non passasse; perocchè il Re di Francia sarà fatto prigioniero, e i Francesi saranno disfatti, e molti periranno di pestilenza. E perciò questi due vennero in odio ai frati Francesi, i quali rispondevano che queste cose si erano verificate nelle crociate precedenti. Eravi anche contemporaneamente a noi nel convento di Provins frate Maurizio lettore, bell'uomo, nobile e letterato distinto, che da scolare aveva fatto studi a Parigi, e da frate aveva fatto un corso di studi di otto anni. Costui era del territorio di Provins, essendochè in Francia i nobili dimorano nelle loro ville e castella, e i borghesi nelle città. Provins poi è nobile castello della Sciampagna distante da Parigi venticinque leghe. Questo frate Maurizio adunque, che da poco era diventato mio amico, m'andava dicendo: Frate Salimbene, non aggiustar fede a questi Gioachimiti, perchè essi turbano la coscienza dei loro confratelli colle loro dottrine; piuttosto aiutami a scrivere, ch'io voglio provarmi a fare un buon libro di precetti che sia utile a predicare. Allora i Gioachimiti si separarono spontaneamente; ed io andai ad Auxerre[123]; frate Gherardino al convento di Sens[124]; frate Ghirardino fu mandato a Parigi a studiare per missione della provincia di Sicilia, alla quale era stato destinato. A Parigi dunque studiò quattr'anni, e commise una follia, componendo un libello, divulgandolo e distribuendolo ai frati più ignoranti. Di questo libello parlerò di nuovo, quando scriverò di Papa Alessandro 4º, che lo proibì. E siccome per quel libello furono mossi rimproveri all'Ordine sì a Parigi che altrove, il prenominato Bartolomeo, che ne era l'autore, fu sospeso dall'ufficio di lettore, di predicatore, di confessore e da ogni altra incombenza che poteva legittimamente esercitare nell'Ordine. E perchè non volle venire a rescipiscenza e riconoscere la sua colpa, ma perdurò ostinato e procace nella sua pertinacia e contumacia, i frati Minori lo misero in prigione ai ceppi, e lo sostentavano del pane della tribolazione e dell'acqua dell'angustia. Quel miserabile neppur per questo volle rimuoversi dal proposito della sua ostinazione, e morì piuttosto in carcere, e fu privato dalla sepoltura ecclesiastica, sotterrato in un angolo dell'Orto. Sappiano dunque tutti che nell'Ordine de' frati Minori si applica il rigore della legge contro i trasgressori della Regola; nè si deve imputare a tutto l'Ordine la stoltizia di uno solo. L'anno poi 1248 trovandomi a Ieres[125] con frate Ugo, ed accortosi egli ch'io lo interrogava con viva passione intorno alle dottrine dell'Abbate Gioachimo, e che avidamente io ne udiva parlare, e ne aveva piacere, un dì mi disse: Ne sei tu infatuato di queste dottrine, come altri che ne sono seguaci? E in realtà da molti sono stimate follie. Perocchè quantunque l'Abbate Gioachimo fosse un sant'uomo, tuttavia ha tre cose, nelle quali bisogna contrastargli. Primo fu la proibizione del suo opuscolo, che pubblicò contro il maestro Pietro Lombardo, nel quale lo chiamò eretico e pazzo, come ho scritto in altra cronaca. All'Abbate Gioachimo pareva che Pietro Lombardo ammettesse la quaternità nella Trinità, dove dice: Poichè è un tutt'insieme il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e quell'insieme non è nè generante, nè generato, nè procedente. Onde l'Abbate Gioachimo deduce che Pietro Lombardo trovava in Dio non solo una Trinità, ma una quaternità, cioè tre persone distinte, e di più quella essenza di tutte tre le persone unite, che quasi ne formavano una quarta. Ma di questa quistione ne ho parlato in un'altra cronaca più breve, come sta ne' Decretali, nella quale notai anche otto punti, ne' quali il maestro Pietro Lombardo nelle sue sentenze è caduto in errore. Guarda nella cronaca «Delle similitudini e degli esempi, dei simboli e delle figure, e dei misteri del vecchio e del nuovo testamento.» Seconda cosa per cui non si doveva aggiustar fede all'Abbate Gioachimo, fu la predizione delle tribolazioni future.... La quale fu cagione che i Giudici uccidessero i profeti. Perocchè gli uomini carnali non ascoltano volontieri chi parla delle tribolazioni future. Ed è perciò che l'Abbate Gioachimo quando tenne parola delle tribolazioni, soggiunse: «Queste cose non le credono coloro a cui l'ambizione ha ottuso il cuore; non vogliono che perisca il regno del mondo quelli a cui rifugge l'animo dal sopportare il giogo, che conduce al regno del cielo; nè che finisca l'impero degli Egiziani, coloro che non si affrattellano cogli abitatori di Gerusalemme.» Terza cagione, per cui non si possono condividere tutte le opinioni dell'Abbate Gioachimo, furono i suoi seguaci, i quali vollero anticipare i termini da lui indicati. E di loro disse: Ho timore che mi accada quello per cui il Patriarca Giacobbe si lamentava de' suoi figli, dicendo Genesi 34º ecc. Nè l'Abbate Gioachimo fissò alcun termine certo, quantunque a taluno paia che sì; ma accennò soltanto più termini, dicendo: «Iddio può mostrare ancora più chiaramente i suoi misteri; e lo vedranno coloro che sopravviveranno a noi.» Quando poi vidi che nella cella di frate Ugo si univano giudici e notai, fisici e letterati per udirlo esporre le dottrine dell'Abbate Gioachimo, mi ricorse alla memoria il fatto di Eliseo, di cui si legge nel libro dei Re 6.º Eliseo sedeva nella sua casa, e i vecchi sedevano con lui. In que' giorni giunsero due Gioachimiti dal convento di Napoli; l'un de' quali si chiamava frate Giovanni di Francia; l'altro frate Giovannino Pigolino di Parma, cantore napoletano. Eglino vennero a Jeres per vedere frate Ugo e udirlo parlare di queste dottrine. Sopravvennero anche due frati Predicatori reduci da un loro capitolo generale celebratosi a Parigi, chiamati l'uno frate Pietro di Puglia, lettore nel convento del loro Ordine a Napoli, uomo di lettere ed oratore esimio, ed aspettava il momento di imbarcarsi, perchè non avevano in quel paese un convento del loro Ordine. A costui un dì dopo il pranzo disse frate Giovannino cantore napoletano, che lo conosceva davvicino: Frate Pietro, che ve ne pare della dottrina dell'Abbate Gioachimo? A cui rispose: Mi curo tanto di Gioachimo e della sua dottrina, come della quinta ruota del carro. (Anche Gregorio in un'omelia sopra Gioachimo al luogo che dice: Vi saranno segnali nel sole, nella luna e nelle stelle, credette che fosse imminente la fine del mondo, perchè al suo tempo erano arrivati i Longobardi, e distruggevano ogni cosa). Andò dunque subito frate Giovannino alla cella di frate Ugo, e alla presenza del più volte nominato uditorio, gli disse: È qui un certo frate Predicatore, che non crede nulla di questa vostra dottrina. A cui frate Ugo rispose: Che importa a me se non crede? Disgrazia sua: Egli se ne accorgerà quando la discussione aprirà l'intelletto a chi ascolta: tuttavia chiamatelo a disputare con me, e vedremo di che dubiti. Invitato adunque andò, ma a malincuore, tanto perchè stimava poco Gioachimo, quanto perchè giudicava che in quel convegno nessuno potesse stare al pari di lui in letteratura e nella scienza delle Sacre Scritture. Vedendolo pertanto frate Ugo, gli rivolse subito la parola dicendo: Se' tu colui che ha dubbii intorno alla dottrina di Gioachimo? Quell'io, rispose frate Pietro. A cui frate Ugo domandò: Leggestu mai Gioachimo? E frate Pietro: L'ho letto, e letto bene. E frate Ugo di rimando: Credo che tu l'abbia letto come una donnetta legge il salterio, che giunta al fine ignora, o non ricorda ciò che abbia letto in principio. Così molti leggono e non intendono, o perchè non tengono in pregio le cose che leggono, o perchè s'è indurato il loro cuore insipiente. Or dimmi che cosa ti piaccia udire intorno agli insegnamenti di Gioachimo, affinchè io sappia di che vai dubbiando. E frate Pietro disse: Vorrei che tu mi provassi con Isaia alla mano, come pretende insegnar Gioachimo, che la vita di Federico debba terminare a settant'anni, mentre vive ancora; e come non possa morire che per mano di Dio, cioè di morte naturale, e non violenta. A cui rispose frate Ugo: Volentieri il farò; ma ascolta con pazienza, e non con esclamazioni e cavilli; perocchè in questa dottrina è necessario che colui, che le si inizia, abbia fede. L'Abbate Gioachimo fu un sant'uomo, e dice che le cose da lui predette gli furono rivelate da Dio a vantaggio degli uomini, secondo il verbo che è scritto ecc. Della santità poi di Gioachimo, oltre ciò che si legge nella sua biografia, te ne posso recare innanzi una splendida prova, la quale dimostra la sua somma pazienza. Prima di essere Abbate, quando era ancora un infimo fraticello, sdegnato il refettoriere contro di lui, per un anno intero mise nel fiaschetto di lui a tavola acqua per vino da bere, volendolo sostentare col pane della tribolazione e coll'acqua delle angustie; e questa punizione tollerò pazientemente sebbene ingiusta, e non reclamò. Sedendo sulla fine dell'anno a mensa presso l'Abbate, questi gli disse: Perchè bevi vino bianco, e non me ne dai? È questa la tua cortesia? A cui il santo Gioachimo rispose: Io, o Padre, aveva vergogna a profferirvene, perchè il mio secreto sta in me. Allora l'Abbate prese la coppa di lui e assaggiò, ma s'accorse che era un cattivo cambio. E avendo bevuto acqua, e non convertita in vino, disse: Che è l'acqua, se non acqua? E dimandogli: E col permesso di chi, usi tu questa bevanda? Padre, rispose Gioachimo, l'acqua è bevanda sobria, che non lega la lingua, che non dà il capogiro, nè la parlantina. Avendo poi l'Abbate saputo in capitolo che questa era un'ingiusta punizione ed una vendetta impostagli dalla malignità e da rancore del refettoriere, voleva espellerlo dall'Ordine, ma Gioachimo si prostrò ai piedi dell'abbate e tanto ne lo pregò, che risparmiò a quel converso l'espulsione. Tuttavia lo biasimò e lo rimbrottò acremente e duramente, dicendo: Perchè tu non hai fatto nel servizio ciò che è di regola, ti do in penitenza di non bere per tutto un anno intero che acqua, come tu hai fatto ingiustamente bere al tuo prossimo e confratello. Che poi la vita dell'Imperatore Federico termini, secondo Isaia, come tu trovi ove parla della ruina di Tiro, nota che in queste parole l'Abbate Gioachimo per la terra de' Caldei prende ed intende l'Impero Romano; per Assur, lo stesso Imperatore Federico; per Tiro, la Sicilia; per i giorni di un sol Re, tutta la vita di Federico: per i settant'anni, intende il periodo della vita fissato da Merlino. Che poi Federico non debba morire per mano d'uomo, ma soltanto per opera di Dio, così dice Isaia 31º ecc. E, aggiunse frate Ugo, queste cose ebbero il loro adempimento in Federico, specialmente presso Parma, quando fu messo in rotta e fuga dai Parmigiani, e la sua città di Vittoria fu rasa al suolo; e i Principi e i Baroni del suo Impero, più volte hanno voluto ucciderlo ma non hanno potuto. Udendo frate Pietro queste cose, sorrise e disse: queste cose puoi contarle a chi ti crede, ma non potrai indurre me a crederle. E frate Ugo soggiunse: E perchè? Non credi ai profeti? E frate Pietro: veramente ai profeti io credo: ma dimmi se questo che tu di',sia il concetto principale del profeta, o il secondario, o se sia un concetto estorto dal principale e tradotto ad altro senso, e in qualche modo applicato all'Imperatore. A cui frate Ugo rispose: Ottime osservazioni; epperciò ti dico che se n'è fatta applicazione, come quando nel giorno dei Santi Gervaso e Protaso si canta l'introito: Il Signore parla la pace in mezzo al suo popolo ecc. perchè nella festa di questi Santi fu conchiusa la pace tra la Chiesa e i Longobardi..... A quanto s'è detto possiamo ancora aggiungere: Noi vediamo che della mano sinistra, oltre al comune uso, conosciuto anche dagli idioti e illetterati, se ne fa un uso moltiplice. Perocchè essa serve a notare il numero, e al numerare, all'arte musicale, al calendario, al numero d'oro, e alla determinazione del giorno di Pasqua. Similmente nella divina Scrittura, oltre il senso letterale e storico, si trova anche un concetto allegorico, anagogico, tropologico, morale e mistico; e perciò è stimata più feconda e più nobile che se fosse ristretta ad un solo senso, e servisse ad un solo concetto. Lo credi vero tutto questo, disse Ugo, o dubiti ancora? E frate Pietro: Credo, e queste stesse cose ho insegnate più volte, perchè sono dette dai dottori; ma vorrei che con più convincenti ragioni mi argomentassi dei settant'anni, che Isaia indica sotto la figura di Tiro. Frate Ugo rispose: Quelle cose che Merlino, indovino Inglese, predisse di Federico I., di Enrico figlio di lui, e di Federico II. figlio dell'Imperatore Enrico, hanno tutta l'apparenza del vero. Ma smettiamo di andar divagando, e ritorniamo là d'onde mosse a principio la nostra disputa. Pognamo dunque i quattro termini di numeri fissati da Merlino[126] parlando di Federico II. Il primo de' quali lo fissa, dicendo: In trentadue anni cadrà. Il che si può intendere a partire dalla sua incoronazione sino alla morte, perchè fu imperatore trent'anni e undici giorni, e non si credeva ancor morto; e doveva essere così affinchè si verificasse il vaticinio della Sibilla, che dice: Volerà fama tra le nazioni: vive e non vive. Il secondo termine di Merlino è: Vivrà nella sua prosperità settantadue anni; il che come sia per verificarsi, vedranno i posteri ed i superstiti, poichè Federico vive tutt'ora. Il terzo termine di Merlino è: E due volte quinquagenario sarà trattato con ogni deferenza. Il che non si deve intendere per due volte cinquanta, sicchè arrivi al centinaio, ma per cinquanta più due, cioè cinquantadue anni. Il qual numero si verifica a partire dal giorno delle nozze di sua madre sino al diciottesimo anno del suo Impero, che fanno cinquantadue anni a punto. Intorno a che si ha: L'imperatore Federico I diede moglie a suo figlio Enrico, Costanza figlia del Re di Sicilia, che, ancor nubile, aveva trent'anni d'età, ed Enrico ne aveva ventuno. E le nozze si celebrarono a Milano l'anno 1185, diciasettesimo del suo regno. E nota che diventò Re a quattro anni d'età, e fu coronato Imperatore il 1191. E Federico figlio di Enrico fu coronato Imperatore nel 1220. Il quarto termine di Merlino intorno a Federico è: E diciott'anni dopo la sua incoronazione terrà la Monarchia vincendo l'invidia. Questo ha avuto il suo adempimento in Papa Gregorio 9º, col quale si ruppe al segno che questi lo scomunicò, e, dopo, contro la volontà del Papa e de' Cardinali, e de' Principi del regno, fu Imperatore. Udendo queste cose, frate Pietro cominciò a parlare ambiguo, dicendo: Molti cibi vi sono nel campo de' Padri; ed un cibo è migliore dell'altro. A cui frate Ugo rispose: Non alterare la Scrittura, ma le autorità riportale come stanno nel testo. Perocchè tu ommettesti l'ultima parte del versetto incominciato e la prima del susseguente. Ripetila dunque come la disse il Savio ne' Proverbii 13.º Udendo ciò, frate Pietro fece come usano alcuni, i quali allora che in una disputa non si reggono, passano agli insulti, e disse: Sarebbe da eretico addurre come argomento la parola degli infedeli; e parlo di Merlino, della cui autorità ti servisti. Frate Ugo sentissi provocato, e di rimando rispose: Tu menti; e proverò che hai più volte mentito. Ciò che sta scritto di Balaam e di Elia, e di Caifa, e della Sibilla, e di Merlino, e di Metodio non è appuntato dalla Chiesa. A ciò si può applicare ciò che dice il poeta:
Non rosa da spinas, quamvis sit filia spinæ;
Nec violæ pungunt; nec paradisus obest
Figlia di spin la rosa
Spine giammai non rende;
Nè la violetta ascosa
In modo alcuno offende,