Ke no alze tanto lo core

Ke cadha interra e sia damnato ecc.

Altri ancora disse:

Boni suno li spareci e li funze,

E mejo sun le pècor ki le munze.

Ki ponze troppo ad alto e no' li zunze,

Kade in terra, e tutto se dezunze.

Nè alcunchè di buono so vedere negli apostoli di Segalello tranne la foggia esteriore dell'abito, che sembrano portare uniforme a quello degli Apostoli, secondo la tradizione che i pittori, da Cristo sino a noi, hanno mantenuta viva, rappresentando sempre gli Apostoli del Nazareno co' capelli lunghi, con barba intonsa, e mantello avvolto attorno alle spalle. Poi di buono si può notare in loro che cominciarono a comparire circa l'anno 1260, quando in Italia ebbe luogo la divozione delle flagellazioni, anno, in cui, al dire de' Gioachimiti, cominciò il regno dello Spirito Santo, che nel terzo stadio del mondo, per mezzo de' monaci, doveva raffigurare una specie particolare di mistero, come in seguito spiegheremo più diffusamente[130]. Mi fa meraviglia però che l'Abbate Gioachimo non abbia fatta, da quanto pare, menzione alcuna di questi apostoli ne' suoi scritti, come fece dell'Ordine de' frati Minori e de' Predicatori, che, deducendolo da molti simboli del Vecchio Testamento, predisse, molto prima che sorgesse, la istituzione de' loro Ordini; come più volte, e chiaramente, dimostrai in questa cronaca, e in un'altra, e in una terza, e in una quarta, non che in un trattato che scrissi sopra Eliseo. Laonde la istituzione di questi apostoli mi diventa molto sospetta e spregevole; chè se fossero stati mandati da Dio, l'Abbate Gioachimo ne avrebbe sicuramente parlato. Perocchè nel libro Delle figure, come ho letto assai volte, designa come futuri sette Ordini dopo la venuta dell'Anticristo, de' quali niuno è apparso ancora al mondo; e si riconoscerebbe facilmente, perchè egli ce ne dipinge il modo di vestire, di conversare, e di digiunare. Ma ritorniamo a frate Ugo Provenzale dell'Ordine dei Minori, uno dei più illustri chierici del mondo, tutto dedito alle cose dello spirito, predicatore famoso, Gioachimita fanatico, e così seguitiamo quello che resta da dirne. L'anno 1248 trovandomi io in Provenza a Castel Jeres, ove i Saccati esordirono la loro costituzione, e dove soggiornava frate Ugo, imparai da lui tutto quello che egli sapeva dell'interpretazione fatta dall'Abbate Gioachimo sui quattro Evangelisti, e dopo andai ad Aix, ove dimorai nel convento de' frati Minori, e scrissi coll'aiuto del mio compagno l'esposizione della dottrina dell'Abbate Gioachimo per il Ministro Generale frate Giovanni da Parma, Gioachimita anch'esso passionatissimo. Aix è città arcivescovile, sanissima, molto fertile di frumento, a quindici miglia da Marsiglia, ove fu primo Arcivescovo S. Massimino, uno de' settantadue discepoli di Cristo. Qui condusse seco Marta e Maria Maddalena e Lazzaro, quando fu di ritorno da oltremare espulso dai Giudei in odio a Cristo, e posto su d'una nave senza vele e senza remi. Ma per volere divino approdarono a Marsiglia, dove in seguito, Lazzaro, ch'era risuscitato da morte per miracolo di Dio, fu fatto Vescovo, e scrisse un libro intorno alle Pene dell'inferno, quali egli le aveva vedute coi propri occhi; ma quando io andai a Marsiglia e cercai di quel libro, seppi che per incuria del custode della chiesa era restato preda di un incendio. Parimente S. Massimino aveva condotto seco il beato Cedonico, che era un cieco nato, a cui Iddio aveva dato la vista, onde i discepoli dissero a Gesù Cristo: Maestro, chi peccò, costui o i suoi genitori, onde nacque cieco? Aveva anche Massimino in sua compagnia Marcella, fantesca di Marta, che fu la donna, che quando Gesù predicava, sclamò in mezzo al popolo affollato: Beato il ventre ecc. Questa Marcella, fantesca di Marta, ne scrisse poi la vita, e andata a Vienna, vi predicò il Vangelo di Cristo, e volò alla pace eterna dieci anni dopo che Marta s'era addormentata nel Signore. Nella città di Aix ebbe sede, il più del suo tempo, il Conte di Provenza, padre della Regina d'Inghilterra, e della Regina di Francia, moglie di Lodovico, che andò oltremare due volte; e vi dimorava, tanto perchè la città era sanissima, quanto per devozione a San Massimino, che n'era stato il primo Arcivescovo. Quivi il Conte morì, e fu sepolto fuori di città in una piccola chiesetta, e deposto in un bellissimo e magnifico sarcofago, ch'io ho visto co' miei occhi, fatto fare da sua figlia la Regina di Francia. Desiderava vivamente d'essere sepolto nella chiesa de' frati Minori; ma i frati non consentirono, perchè in quel tempo non ammettevano nella loro chiesa sepoltura d'estranei all'Ordine, sia per evitare i disturbi, sia per non avere controversie col clero secolare. E per questi motivi non vollero sepolta in una loro chiesa nemmeno S. Elisabetta. Avendo io dunque terminato di scrivere il lavoro che aveva intrapreso, e che aveva durato sette mesi di fatica, sopravvenne il settembre, circa il giorno dell'Esaltazione della Croce, quando frate Raimondo Ministro Provinciale di Provenza, mi scrisse di andare ad incontrare il Ministro Generale, che veniva di Francia dopo avere visitato l'Inghilterra, la Francia e la Borgogna, e voleva anche fare una visita in Ispagna. Lo stesso invito ricevette per lettera anche frate Ugo, e lo trovammo a Tarascon, ove è il corpo di S. Marta, ed ove la Contessa madre della Regina di Francia e della Regina d'Inghilterra soleva per lo più dimorare. E andammo col Ministro Generale a visitare il corpo di S. Marta, ed eravamo dodici frati oltre il Generale; ed i Canonici ci offersero a baciare un braccio della Santa. Operandosi a quella tomba in antico moltissimi miracoli, Clodoveo Re dei Franchi, fattosi cristiano per battesimo ricevuto da San Remigio, una volta che soffriva di grave mal di reni venne alla tomba della Santa, e ne guarì completamente; epperciò ne dotò la chiesa di tre miglia di terreno all'ingiro, di quà e di là dal Rodano, donando tutto, terre, ville e castella, e rese quel territorio libero ed indipendente. Nel convento de' frati Minori di questo castello, una sera, dopo che si era recitata compieta coll'intervento del Generale, e che erano già stati in quella casa designati i letti a tutti per dormire, compreso il Generale stesso, questi uscì per andare a pregare nel chiostro. Intanto i frati forestieri, per rispetto, si astennero dall'andare a letto, aspettando che prima ritornasse e si coricasse il Generale. Ma io, accortomi della loro irrequietudine pel troppo ritardo, e de' loro brontolamenti, perchè avevano bisogno di riposare, e anche coricandosi non avrebbero potuto dormire perchè i locali, in aspettazione del Generale, erano illuminati da un cero, andai dal Generale, che era mio famigliare ed intimo amico, e inoltre mio concittadino e parente dei parenti, e lo trovai nel chiostro che pregava, e gli dissi: Padre, i forestieri stanchi dalla fatica del viaggio avrebbero bisogno di riposare, ma per rispetto vostro non vogliono coricarsi ne' letti loro, se prima voi non v'adagiate nel vostro. Ed egli rispose: Va a dir loro da parte mia che se ne dormano pure colla benedizione di Dio; e così fecero. Ma a me parve volere la convenienza di aspettare il Generale per indicargli il suo letto; e, ritornato egli dalla preghiera, gli dissi: Padre, questo è il vostro letto, che per voi è stato allestito. E dissemi: Figlio, in questo letto che mi additi, potrebbe dormire un Papa; frate Giovanni da Parma non dormirà punto in questo letto, e si coricò in quello ch'era stato designato per me. Allora io ripigliai: Padre, ve lo perdoni Iddio, che mi toglieste quel letto dove sperava di dormire io, perchè era stato assegnato a me. Ed egli di rimando: Dormi, dormi tu in quel letto papale. Ed avendolo io a sua imitazione ricusato, conchiuse: Voglio che tu ti corichi lì, e te lo comando; e mi convenne obbedire. All'indomani arrivò il Guardiano di Beaucaire, che abitava sull'altra sponda del Rodano in Beaucaire, nobilissimo castello, pregando il Generale di andare, quando fosse spedito da Tarascon, a visitare con tutto il suo seguito que' suoi figli che abitavano a Beaucaire. E così fece. Intanto che eravamo là, arrivarono dall'Inghilterra due frati, cioè frate Stefano lettore, che ancor garzoncello era entrato nell'Ordine del beato Francesco, ed era bell'uomo, tutto consacrato alle cose spirituali, letterato, prudentissimo ne' consigli, sempre pronto a predicare al clero, ed aveva bonissimi scritti di frate Adamo da Marisco, di cui col mezzo del detto Stefano, potei udire una lezione sul Genesi. A costui frate Giovanni da Parma aveva promesso che, terminata la visita dell'Inghilterra, l'avrebbe per sua consolazione mandato lettore a Roma. Il suo compagno era un altro Inglese, frate Iocelino, bell'uomo anch'esso, letterato e tutto dedito alle cose dello spirito. Poi arrivarono altri due frati a pregare il Generale che provvedesse il convento di Genova di un dotto lettore. I frati venuti da Genova erano frate Enrico di Bobbio cantore del convento di Genova, e da madre, zio di frate Guglielmo, che fu poi lettore e Ministro; dell'altro non mi ricorda il nome. Eglino caldamente pregarono il Generale che per amore di Dio esaudisse i frati del convento di Genova, non che frate Nantelino loro Ministro Provinciale. E subito il Generale, che sapeva in poco tempo spedir molte cose, che era uomo pieno di senno, e aveva sempre in pronto un giudizio pesato, disse a frate Stefano: Ecco una lettera, colla quale i frati del convento di Genova mi supplicano di provvedere loro un dotto lettore; se vi piacesse di andare lettore colà, se l'avrebbero per un regalo; io poi, quando verrò là, vi manderò a Roma. A cui frate Stefano rispose: Di buon grado e con mia consolazione sono pronto ad obbedirvi. E il Generale di rimando: Sia tu benedetto o figlio; hai fatto buona risposta. Andrai dunque con questi frati, che ti avranno per molto raccomandato; e così fu. Dopo ciò lasciammo Beaucaire, discendemmo pel Rodano ad Arles, che è poco lontana da Tarascon; e que' frati si rallegrarono dell'arrivo del Generale, perchè era uomo molto esemplare ed edificante. Un giorno trovandosi il Generale da solo, mi appressai a lui, ed ecco sorvenire il mio compagno, frate Giovannino dalle Olle Parmigiano, e dire al Ministro: Padre, fate in modo che io e frate Salimbene possiamo avere l'aureola. A questa domanda il Generale si mise a ridere, e disse al mio compagno: E come posso fare che abbiate l'aureola? E frate Giovannino rispose; Dando a noi l'ufficio di predicatori. Allora frate Giovanni Ministro Generale soggiunse recisamente. Foste anche miei fratelli, non l'avreste giammai senza prova d'esame. A questo punto presi la parola, e in presenza del Ministro dissi al mio compagno: Vanne, vanne colla tua aureola; io l'ebbi già l'ufficio di predicatore l'anno passato a Lione da Innocenzo IV; e lo dovrei riavere ora da frate Giovannino da S. Lazzaro?[131]. Mi basta averlo ricevuto da chi aveva l'autorità suprema di conferirmelo. Or debbo dire che frate Giovanni si chiamava maestro Giovannino quando da secolare insegnava logica, e si appellava anche da S. Lazzaro, perchè da bambino fu allevato in una casa posta in S. Lazzaro, presso Parma, da uno zio paterno, che era sacerdote, ed era custode di un Oratorio di S. Lazzaro, e che a sue spese mantenne a studio questo nipote. Ma accadde che questo ragazzo si malò a morte, come ne pareva a quelli che l'assistevano; ed un giorno, confortatosi in Dio, disse a udita dei presenti: Il Signore mi ha colpito col suo castigo, e non mi ha messo nelle mani della morte; no, non morrò, ma camperò e narrerò le opere del Signore. Ciò detto, tosto il fanciullo si alzò sano, e cominciò a studiare con grande ardore, e camminò fortissimamente nelle vie del Signore, finchè si fece frate Minore; e da allora crebbe sempre maggiormente di virtù in virtù, e ogni dì più si fortificava nella pienezza della sapienza e della grazia di Dio. Era di statura mezzana, che tenea però più al basso che all'alto; aveva belle forme in tutto il corpo, ben complesso, sano e forte a sostenere le fatiche de' viaggi e dello studio; aveva volto grazioso, angelico, sempre giocondo; carattere largo, liberale, cortese, caritatevole, umile, mansueto, benigno, paziente, divoto a Dio, sempre in preghiere, pio, clemente, compassionevole. Diceva messa ogni dì, e tanto divotamente, che coloro che l'ascoltavano ne ricevevano sempre qualche grazia. Predicava così bene e con tanto fuoco sì al clero che al popolo che in molti dell'uditorio, e l'ho visto io più volte, provocava le lagrime; aveva la parola facondissima, sempre giusta; possedeva scienza profonda, giacchè era buon grammatico, e nel secolo, era stato distinto maestro di logica, e nell'Ordine de' frati Minori, teologo e dissertatore insigne. Insegnò sentenze a Parigi, e fu molti anni lettore nel convento di Bologna e di Napoli. Quando passava da Roma i frati lo facevano ogni volta o predicare, o disputare davanti ai Cardinali, perchè era da loro riputato gran filosofo. Era specchio ed esempio a quanti lo guardavano, perchè tutta la sua vita splendeva come un luminare di onestà, di santità, di buoni, anzi perfetti costumi. Caro a Dio e agli uomini conosceva bene la musica, e cantava benissimo. Non ho mai visto un tanto rapido scrittore, e così bello scultore della verità, e con un carattere facilissimo a leggersi. Quando n'aveva impegno, fu nelle sue lettere nobilissimo modello di stile forbito e sentenzioso. Fu il primo Ministro Generale, che cominciò a girare attorno per visitare tutte le provincie dell'Ordine; cosa per lo innanzi insolita, tranne che frate Aimone una volta andò in Inghilterra, d'onde era nativo. E quando frate Buonagrazia volle pure visitare tutto l'Ordine, seguendo l'esempio di frate Giovanni da Parma, non potè durarne la fatica, e prima della fine del quarto mese del suo ministero, malatosi a morte, cessò di vivere in Avignone. Con pure frate Giovanni da Parma fu il primo Ministro Generale, che ammettesse i devoti e le devote dei frati Minori ai benefici dell'Ordine, rilasciando loro lettere segnate dal suo sigillo di Generale, per le quali molti si fecero devoti a Dio e all'Ordine del beato Francesco; e forse questa concessione servì a loro come occasione di abbandonare il peccato, e di convertirsi a Dio, tanto per effetto della loro devozione, quanto anche delle preghiere che i frati facevano per loro; perocchè come dice Agostino: È impossibile che non siano esaudite le preghiere dei molti. La lettera, che loro dava era la seguente, colla sola differenza del nome delle persone: «Ai dilettissimi in Cristo amici e divoti dei frati Minori Giacomo dei Bussoli, donna Mabilia sua moglie, nonchè ad Angelica amatissima loro figlia, frate Giovanni Ministro Generale e servo dell'Ordine de' Minori augura salute e pace sempiterna in Dio. Accogliendo con sincero affetto di carità la divozione che avete all'Ordine nostro, e che conobbi per mezzo di una pia relazione de' frati, e desiderando di ricambiarvi dell'amore vostro verso di noi, io vi ammetto a partecipare di tutti i singoli suffragi della nostra Religione tanto in vita che in morte, e in virtù della presente lettera, vi concedo la compartecipazione piena a tutti i beni, che la clemenza del Redentore si degnerà di operare per mezzo de' nostri frati in qualunque parte del mondo sia che dimorino. Iddio vi conservi sempre sani. Data a Ferrara 6 settembre 1254». E si noti che non voleva rilasciare questa lettera se non a chi la domandava, e a chi domandandola, fosse riconosciuto veramente divoto a Dio, o uno de' principali benefattori dell'Ordine, o che almeno avesse disposizione a diventarlo. Frate Giovanni da Parma diede anche licenza a frate Bonaventura da Bagnorea di far scuola a Parigi, quantunque non l'avesse mai fatta altrove, perchè era semplice baccelliere, non per anco dottore. E fu allora che frate Bonaventura scrisse le sue lezioni sul Vangelo di S. Luca, che sono bellissime e sapientissime; e compose quattro libri sopra Le Sentenze, che anche oggi sono riputati di singolare utilità (volgeva allora l'anno 1248, ed ora corre l'anno 1284); dettò eziandio in seguito molti altri libri, che vanno per le mani di molte persone. E quando maestro Guglielmo da Santo Amore provocò l'ira dell'Università di Parigi contro l'Ordine de' Frati Minori e de' Predicatori, frate Giovanni da Parma Ministro Generale, convocata l'Università a piena adunanza, parlò agli scolari e ai Professori, e, tenuto loro uno splendidissimo sermone utile e divoto, in fine disse: «Questi, che è il Re dei Re, è il celeste agricoltore; il suo giardino è la Chiesa, o la Religione del beato Francesco. Ricevette da voi il seme di una pianta, perchè voi siete maestri e padroni nostri, e da voi imparammo la scienza, e noi dì e notte ve ne ricambiamo il beneficio, e siamo pronti a ricambiarvene sempre, sia pregando per voi, sia predicando, sia curando in ogni maniera l'utilità delle anime vostre. Laonde se volete pure schiantarla questa vostra pianta, schiantatela pure, se per avventura non si opponga colui che dice ecc. Io sono il Ministro Generale de' frati Minori, sebbene indegno, impari all'altezza di tanto ufficio, e mio malgrado. Voi siete i padroni e maestri nostri. Noi vostri servi, figli e discepoli; e se qualche cosa sappiamo, a voi ne dobbiamo riconoscenza. Eccoci: Io sottopongo me stesso, e questi frati miei dipendenti, alla vostra disciplina e al castigo, che ne vorrete infliggere. Eccoci, siamo nelle vostre mani; fate di noi quel che ve ne pare buono e giusto». Udite queste parole, tutti le accolsero bene e le acclamarono, e si calmò quello spirito, che s'era sollevato contro i frati; e si alzò uno che aveva ufficio di rispondere per tutti, e disse al Ministro Generale: Benedetto che tu sia, e benedetto che sia la tua eloquenza. La Religione del beato Francesco, che è professata dai frati Minori, è buon seme seminato nel campo della Chiesa. È maligno uomo chiunque s'adopera a distruggere questa Religione; come fece frate Guglielmo da Santo Amore, che scrisse un opuscolo, in cui sosteneva che tutti i religiosi e i predicatori della parola di Dio, che vivono accattando limosina, non possono salvarsi, e distolse molti dall'entrare nell'Ordine de' frati Minori e de' Predicatori. Ma in seguito Papa Alessandro IV ne riprovò e condannò l'opuscolo; e S. Lodovico Re di Francia, di buona memoria, fece irrevocabilmente espellere da Parigi Guglielmo da Santo Amore, perchè seminò la calunnia sopra gli innocenti. Tutte le suddescritte cose io le ho sapute da maestro Benedetto di Faenza, dottore di scienze fisiche, che era presente, e le ebbe udite, perchè si trovava a Parigi, ove fu molti anni a studio, e amava e lodava frate Giovanni da Parma. Altra volta i Ministri e i custodi adunati in Capitolo generale a Metz, proposero a frate Giovanni di riformare la loro Regola aggiungendo nuovi articoli allo Statuto. E frate Giovanni rispose loro: Non moltiplichiamo gli articoli della nostra Costituzione, ma osserviamo piuttosto fedelmente quelli che vi sono. Sappiate che i poveri fraticelli si lamentano della moltiplicità delle vostre leggi, che imponete loro sul collo; ma voi, che le fate, non le volete osservare, ed essi guardano più alle opere che alle parole dei Superiori. Vi sia maestra la storia, nella quale non si legge mai che Giulio Cesare abbia detto alle sue legioni: Andate, pugnate: ma diceva: Andiamo e combattiamo. Quindi, decamparono in questo Capitolo dalle proposte riforme. Tuttavia frate Giovanni Ministro Generale scrisse una circolare che inviò ad ogni convento dell'Ordine, colla quale comandava che tutti i frati uniformemente adempiessero agli uffici ecclesiastici secondo la rubrica dell'Ordinario; il che prima non si faceva; perchè se avevano nel convento di buon mattino qualche messa da morto, in alcuni luoghi s'accontentavan di quella; e l'altra che correva in quel giorno, fosse pur anche della domenica, o di altra festa, la rimandavano sino a circa l'ora di terza; e molte altre cose si facevano, come ho visto coi miei occhi, or contro la rubrica, ora estranee alla rubrica stessa; le quali per opera del Padre nostro Ministro Generale frate Giovanni da Parma sono state in meglio riformate. Egli, a cagione della dottrina dell'Abbate Gioachimo, alla quale era troppo attaccato, venne in odio a certi Ministri, a Papa Alessandro IV, e a Papa Nicolò III; i quali Papi, quand'eran Cardinali furono governatori, protettori e censori dell'Ordine, e allora lo amavano come sè stessi per la sua scienza e santità di vita. Onde, dopo lungo tempo, Giovanni Gaetani, che era Papa Nicolò III, lo prese per mano un giorno, e conducendolo qua e là per le sale del palazzo, gli disse: Essendo tu uomo di gran senno, non sarebbe meglio per te e per l'Ordine a cui appartieni, che tu fossi qui con noi a Corte, anzichè seguire la dottrina degli stolti, i quali profeteggiano a seconda della loro stoltezza? Ma frate Giovanni rispondendo disse al Papa: Io non ambisco le vostre dignità, e di questa cosa ne è lodato ogni Santo, a cui onore la Chiesa canta: Non cercò la pompa delle dignità della terra, ma volò al regno de' cieli. In quanto alla saviezza de' consigli, di cui voi mi parlate, vi dico ch'io l'avrei sicuramente un savio consiglio da dare, se vi fosse chi volesse ascoltarlo...... All'udir queste cose il papa sospirò........ Dopo ciò, frate Giovanni, lasciato libero, ritornò al romitaggio di Greccio[132], ove era solito soggiornare. Una volta, quando io dimorava a Ravenna, frate Bartolomeo Calaroso di Mantova, che era lettore e Ministro a Milano, e lo era già stato a Roma, e allora si trovava meco nel convento di Ravenna come semplice frate, cioè senza alcun ufficio, mi disse: Frate Salimbene, io vi dico che frate Giovanni da Parma ha guastato sè e il suo Ordine, perchè egli aveva tanta scienza, santità, ed eccellenza di vita, che avrebbe potuto riformare i costumi della Corte romana, e a lui avrebbero prestato ascolto; ma dopo che si diede in braccio alle profezie d'uomini fanatici, fece disonore a sè, e offese non poco i suoi ammiratori. A cui io risposi: Pare anche a me, e me ne duole vivamente, perchè egli mi amava di cuore; ma che volete? I Gioachimiti vanno dicendo: Non vogliate tenere in poco conto le profezie. Udita questa risposta, frate Bartolomeo replicò: Ma anche tu fosti Gioachimita; ed io risposi: Tu di' vero. Ma dopo che è morto Federico, che fu già Imperatore e già è trascorso l'anno 1260, abbandonai al tutto quella dottrina, e inclino a non credere se non quello che vedrò. Onde mi disse: Sia tu benedetto; se così avesse fatto frate Giovanni avrebbe portato la pace nell'animo de' suoi frati. Ma io soggiunsi: non lo poteva. Sai che vi sono taluni che sono così legati alle massime addottate, che dopo, per non mostrarsi in contraddizione con se stessi, hanno vergogna a ritrattare le dottrine professate, e quindi non hanno la forza di ritornare indietro. Tu sai che quando la Contessa di Caserta rimproverò l'Imperatore Federico di aver fatto male ad impacciarsi nelle guerre di Lombardia, mentre poteva godersi ogni sorta di beni nel suo regno, e passarvi una vita piena di dolcezze, egli le rispose: Riconosco, o Contessa, che avete ragione, ma mi sono già spinto tanto innanzi che non posso più in nessuna maniera ritrarmene senza vitupero. Avessi pur io sempre seguito il vostro consiglio, che non sarei andato incontro a tanti disastri. A cui aggiunse di ripiglio la Contessa: E vitupero maggiore avrete, se vi accadrà di peggio (non era ancora stato deposto, nè vinto e cacciato in fuga dai Parmigiani). E l'Imperatore: Io non mi aspetto di peggio; anzi nutro fiducia di pigliarmi vendetta su' miei nemici. E la Contessa di rimando: Vendica male l'ingiuria ricevuta, chi la rende più oltraggiosa, epperciò un tale disse:

Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apte

Qui ruit in peius, quo dedecoratur aperte.