Inveterata sapit.

Invecchi pur se sa invecchiar la botte:

Ognor saprà di quel che nuova inghiotte.

Questi Saccati, appena costituiti, si erano diffusi rapidamente per le città d'Italia, ove comperavano case per abitarvi, e nel predicare, nel confessare, nel questuare usavano que' modi stessi, che solevano i frati Minori ed i Predicatori; perchè, come già dissi, sì noi che i Predicatori abbiamo sempre insegnato che tutti gli uomini debbono mendicare. D'onde i secolari si sentivano non poco gravati; e un giorno donna Giuditta degli Adelardi di Modena, che era una divota de' frati Minori, avendo veduti que' nuovi frati andare di porta in porta alla cerca del pane, disse ai frati Minori: In verità n'avevamo già tante delle bisaccie e dei sacchi, che ci vuotavano i granai, che non c'era punto bisogno dell'Ordine dei Saccati. Ma in processo di tempo Papa Gregorio X, Piacentino, inspirato da Dio, in pieno concilio di Lione ne soppresse l'Ordine, volendo che non esistessero tanti Ordini di mendicanti a carico del popolo cristiano, e che quelli che predicano il Vangelo vivessero del Vangelo, come l'Apostolo Paolo dice aver comandato Iddio, 1.ª ai Corinzii 9.º Volle anche sopprimere, anzi far perdere sino la memoria degli Eremiti, ma si astenne dal farlo per intromissione di Riccardo Cardinale della Chiesa romana, che presiedeva al loro governo. Disse però che si riservava di dare in proposito quelle disposizioni che avrebbe giudicate migliori. Ma sorpreso dalla morte, il suo progetto non effettuossi. [Il primo dell'Ordine dei Saccati fu Raimondo di Atanulfo, oriondo provenzale, del castello di Jeres ove presso il mare si fa il sale. Nel secolo fu soldato ed entrò nell'Ordine de' frati Minori, ma durante il noviziato fu dimesso dall'Ordine, perchè malaticcio. Ebbe un figlio nell'Ordine de' Saccati, che fu poi Arcivescovo di Arles. Frate Bertrando da Manara fu il primo compagno del suddetto Raimondo. E Manara è una contrada presso il summentovato castello, dove era un monastero delle Bianche, che erano devote dei frati Minori, e le sono tutt'ora un giorno più che l'altro]. Soppresse anche quella congrega di ribaldi e di porcai stolti ed abbietti, che chiamano sè stessi apostoli e non li sono, ma sono piuttosto una famiglia di Satana: Perocchè essi non erano del seme di quegli uomini, pe' quali è stata operata la redenzione in Israello, I. Macabei V. Poichè non sono utili nè a predicare, nè a confessare, nè a dir messa, nè a cantare l'ufficio ecclesiastico, nè a fare i maestri, nè per dar consigli, e nemmeno a pregare pe' loro benefattori; perchè tutto il dì vanno su e giù per le strade delle città a guardare le donne. In che dunque servano la Chiesa di Dio e siano utili al popolo cristiano, non so vedere. Tutto il giorno oziosi e vagabondi non lavorano nè pregano. La prima loro istituzione fu in Parma. E fu appunto quando io soggiornava nel convento de' frati Minori di Parma, e che io era già sacerdote e predicatore, che si presentò un giovine parmigiano di bassi natali, illetterato, laico, idiota e sciocco, per nome Gherardino Segalello, e domandò d'essere ricevuto nell'Ordine de' frati Minori. Il quale, non essendo esaudito, tutto il giorno, quando poteva, stava nella chiesa de' frati, e pensava a cosa, che poscia pazzamente eseguì. Sopra la coperta della lampada della congregazione e frateria del beato Francesco erano in giro dipinti gli apostoli co' sandali ai piedi e co' mantelli avvolti attorno alle spalle, secondo la tradizione de' pittori, raccolta dagli antichi e arrivata sino a noi. Attorno a questa lampada, egli stava in contemplazione, e, preso il suo partito, si lasciò crescere la barba ed i capelli, calzò i sandali de' frati Minori, e ne cinse il cordone; perchè, come già dissi, tutti coloro che si propongono di fondare un nuovo Ordine di Regolari, prendon sempre qualcosa dall'ordine de' Minori. E si fece una tonaca di bigietto e un mantello di grosso filo bianco, che portava avvolto attorno alle spalle, credendo di imitare il vestire degli apostoli. E, venduta una sua casetta, e riscossone il prezzo, si pose su una tavola di pietra, sopra la quale solevano in antico tenere le loro concioni i Podestà di Parma, e tenendosi il sacchetto dei danari in mano, non li distribuì ai poverelli, nè con loro si accomunò; ma, chiamati que' ribaldi che lì vicino stavano a giocare in piazza, li gittò in mezzo a loro, gridando: Chi ne vuole, se ne prenda, e se li tenga. Raccolsero pertanto molto lesti que' ribaldi le monete, e andarono a giocarle ai dadi, e a udita di chi le aveva date, bestemmiavano il Dio vivente. Egli credette di adempiere rigorosamente il consiglio del Signore, Matteo XIX. ecc. Ma nota bene che dice: Dà ai poveri, non ai ribaldi. Quest'uomo dunque cominciò male, continuò peggio, e finì pessimamente, poichè la sua congregazione fu riprovata in pieno concilio di Lione da Papa Gregorio X. Ed a ragione, e secondo il merito loro; perchè i Gabaoniti, che colle loro astuzie ingannarono i figli d'Israele, furono giudicati e condannati a perpetua schiavitù. Così questi guardiani di porci e di vacche tentarono di soppiantare i frati Minori e i Predicatori, campando, in un beato ozio e senza fatica, delle limosine di coloro, cui i Minori e i Predicatori avevano educato colle lunghe fatiche e coll'esempio. Di Gherardino Segalello pertanto, che fu il loro fondatore, è da sapere che voleva somigliare al figlio di Dio. Perciò si fece circoncidere contro l'insegnamento dell'Apostolo, che dice, ai Galati V. ecc. Così volle giacere in una culla avvolto tra le fasce, e suggere il latte dalle mammelle di una donna. Dopo si recò ad un castello, sulla via che da Parma va a Fornovo, chiamato Collecchio o Collecchiello, perchè appunto là, dopo la pianura, cominciano i colli; e di questo castello parleremo ancora a tempo opportuno. E stando in mezzo alla strada, colla sua semplicezza andava dicendo a chiare note a chi passava: Andate anche voi nella mia vigna. Chi lo conosceva lo giudicava pazzo, sapendo che ivi non aveva alcuna vigna; ma i montanari, che non lo conoscevano, entravano in una gran vigna, ch'egli additava colla mano stesa, e mangiavano uve che non erano di lui, credendo che l'invito venisse dal vero padrone della vigna. Un giorno avendo ricevuto ospitalità da una donnetta vedova, che aveva una bella ragazza nubile, diedele a credere che Dio gli avesse rivelato di dormire quella notte nudo con quella ragazza nuda, per far prova se avesse, o no, virtù bastante a mantenere il voto di castità. La madre acconsentì, e se ne tenne beata, e la ragazza non si rifiutò. Questo non insegnò il beato Giobbe, che dice nel 31.º ecc. Questo Gherardino Segalello rimase molti giorni solo per Parma senza trovar compagno. E portava il suo mantello avvolto attorno alle spalle, non parlava a nessuno, non salutava nessuno, credendo di adempire la parola di Dio, Luca X. ecc. E spesso pronunciava ad alta voce quella parola del Signore, dicendo: Penitenzagite, cioè fate penitenza, nè la sapeva dire come veramente suona: Poenitentiam agite. E così la pronunziarono in seguito molto tempo i suoi seguaci, che erano tutti campagnuoli e idioti. Se talvolta era invitato a pranzo, a cena, o ad ospitare presso alcuno, rispondeva sempre ambiguamente: O verrò, o non verrò. Il che era contrario a quella parola del Signore, Mattia V. ecc. Perciò quando egli veniva al convento de' frati Minori cercando se il tal frate fosse in casa, o no, il portinaio canzonando e sberteggiandolo, rispondeva: o c'è in convento, o non c'è. Questo modo di parlare non è conforme agli insegnamenti della grammatica, la quale vuole che la risposta si faccia precisa come richiede la domanda. Quando queste cose accadevano, i frati Minori di Parma avevano un inserviente di nome Roberto, che era un giovane disobbediente e protervo. E a proposito di tali qualità disse benissimo un tiranno: Questa genia di servi non si corregge che col supplizio. Quel Roberto pertanto, famiglio de' frati Minori, come vedremo in seguito, fu in qualche modo simile a Giuda Iscariota, che consegnò Cristo ai Giudei. Gherardino Segalello lo indusse ad abbandonare i frati Minori, e farsi suo compagno. Accettò il partito, e fu una fortuna per noi, chè, dopo, avemmo un famiglio assai buono. Ma, partendo dai frati Minori, portò via la coppa, il coltello e la tovaglia, che per uso suo aveva ricevuta dai frati. Andavano pertanto ambedue tutta la giornata co' loro mantelli girovagando per la città, ed i Parmigiani ne facevano le meraviglie. Quand'ecco che quasi tutto ad un tratto si moltiplicarono sino a trenta, e convenivano in una certa casa a mangiare e a dormire; e frate Roberto, che era stato famiglio de' frati Minori, era il loro provveditore. Ed i Parmigiani miei concittadini, uomini e donne, elargivano di buon grado e in maggior copia a loro che ai frati Minori e ai Predicatori, quantunque quelli non pregassero pe' loro benefattori, nè dicessero messa, nè predicassero, nè confessassero, nè dessero buoni consigli e buoni esempi; perchè erano ignoranti affatto, a tutto inetti, non avvezzi alle lotte dello spirito colla carne, e, per mancanza di abitudine, non potevano mostrare, camminando, quel dignitoso contegno d'incesso che hanno sempre i frati Minori e i Predicatori; ma erano puri e semplici guardiani di porci e di vacche. Si distinguevano soltanto per il loro girovagare in città a guardare le donne; il resto del tempo poltrivano senza far nulla, come dice l'Apostolo ecc. Colle quali parole l'Apostolo stesso dipinge la vita e il fare di coloro, che si spacciano per apostoli, e non sono che congreghe di Satana. Frate Roberto adunque era un ladro, e aveva ripostigli, ove, rubate le cose che si mandavano al convento, le riponeva. Dopo qualche tempo io ebbi a soggiornare a Faenza, ove egli pure abitava in casa di un certo frate della Penitenza, chiamato Glutto; e, il venerdì santo, all'ora in cui il figlio di Dio fu crocifisso, apostatò, si fece tagliare i capelli, radere la barba, e sposò una eremitessa. Queste cose io le aveva già udite raccontare, ma non le aveva volute credere prima di parlar seco. Interrogatonelo adunque, Roberto non negò d'aver fatto quanto s'andava dicendo. Io allora ne lo rimproverai fortemente; ed egli, scusandosene, cominciò a rivelare le colpe di quelli che si spacciavano per Apostoli. E prima di tutto disse che frate Gherardino Segalello, primo loro istitutore, non aveva mai voluto saperne del governo della loro congregazione, sebbene ne lo pregassero; e diceva loro che ciascuno operasse bene da sè; che chi lavora, lavora per sè, e ognuno riceverà mercede commisurata all'opera sua, ciascuno porterà il proprio fardello, e ciascuno darà ragione di se stesso a Dio. Perciò quella società, non avendo un capo, andò dispersa. In secondo luogo mi disse che, intorno al modo di regolarsi allo scopo di eleggersi un rettore, avevano consultato maestro Alberto da Parma, che era uno dei sette notai della Corte romana e che egli aveva rimessa la cosa all'Abbate del monastero de' Cisterciensi di Fontevivo nella diocesi di Parma; il quale se la sbrigò alla spiccia dicendo loro: Non fate conventi, non assembratevi in case, ma, come avevate cominciato, andate vagando pel mondo, portate i capelli lunghi, la barba intonsa, la testa nuda, mantello avvolto attorno le spalle, e cercate ospitalità giornaliera per le case. Il che fu causa della loro dispersione. In terzo luogo mi raccontò che Guido Putagio, mio concittadino, compagno ed amico, entrato nel loro Ordine, e veduto che Gherardino Segalello non voleva saperne del regime della comunità, ne assunse egli coraggiosamente l'incarico, e lo tenne molti anni........ Ma siccome in viaggio faceva sfoggio di troppa pompa, di molte cavalcature, di largo spendere e di lauti banchetti, come usano i Legati e Cardinali della Corte romana, dispiacque a suoi, e nominarono un altro Superiore, che fu frate Matteo, nella Marca d'Ancona. D'onde nacque rottura e lotta fra loro, perchè ognuno voleva presiedere a quelli di parte sua. Frate Guido Putagio diceva; Io ho assunto l'incarico del governo della comunità perchè mi è stato dato; e perciò non debbo abbandonarla. Si tenne pertanto tra loro una lunga discussione, e la finì che a Faenza si bastonarono reciprocamente gli apostoli di frate Matteo e gli apostoli di frate Guido Putagio, e fu uno scandalo per Faenza. Ivi io pure soggiornava allora, e posso quindi fare testimonianza di quanto accadde. E la causa di questo conflitto e delle bastonature fu questa. Frate Guido Putagio a Faenza dimorava presso una chiesuola limitrofa al giardino degli Albrighetti e degli Acarisii, e con lui erano pochissimi altri frati, e tra loro Gherardino Segalello. Pareva adunque ai frati della Marca che se avessero potuto avere tra loro Gherardino Segalello, primo loro fondatore, avrebbero avuto il sopravento, e perciò, sebbene non vi riuscissero, tentarono di rapirlo e trarlo nella Marca, d'onde avvenne che si bastonarono scambievolmente. Subito dopo venne da me frate Guido Putagio, e, gettandosi costernato a miei piedi, mi riferì il fatto, ed egli, che la conosceva, perchè l'aveva vista sino dalle origini, mi rifece la storia e mi espose la condizione del suo Ordine. E mi pregò di aiutarlo a svignarsela da Faenza, perchè temeva che i Faentini, gonfi di sdegno, d'un subito insorgessero e gli mettessero le mani addosso, sia pel tafferuglio suesposto, sia perchè aveva nel suo Ordine dei nemici e degli accusatori mordenti, sia finalmente perchè Rolando Putagio suo fratello consanguineo era Podestà di Bologna, e i Bolognesi erano già in marcia per avvicinarsi a Faenza ed assediarla; e mi disse che, se poteva uscirne incolume, aveva intenzione di entrare nell'Ordine dei Templari, perchè Gregorio 10.º in pieno Concilio a Lione aveva soppresso l'Ordine degli Apostoli. E ciò che promise, mantenne. Quel frate Roberto poi, che era stato famiglio dei Minori, per iscusare la sua uscita dal convento, il suo fallo e la sua apostasia, aggiungeva che non s'era mai vincolato nè all'obbedienza nè alla castità; e perciò, a suo modo di vedere, era libero di prender moglie. Ed avendogli io osservato che non gli era lecito per nulla sposare un'eremitessa dedicatasi a Dio, che aveva molti anni vestito pubblicamente l'abito religioso, ed alle ragioni, per arrota, unendo esempi e pareri di autorevoli scrittori per convincerlo della sua follia e malignità........ Poi gli citai il fatto del Re Irtaco, che volle prender moglie Ifigenia, figlia del suo predecessore, nulla ostante che dall'Apostolo Matteo fosse stata dedicata al Signore, e fosse stata Badessa di più che duecento vergini; del qual fallo essa ne scontò la pena vendicatrice. Perocchè il Re fece uccidere l'Apostolo, che non gli aveva consentito il matrimonio con Ifigenia, e fece accendere un alto fuoco attorno al monastero, perchè essa colle altre vergini vi rimanesse dentro incenerita........ In sesto luogo finalmente dimostrai a Roberto che tutti gli apostati, allontanandosi da Dio, finiscono di mala morte; e glielo provai tanto coll'esperienza, che, con fede non cieca, io ne ho veduta in altri, e da altri udito, quanto coll'autorità della Scrittura. Roberto, udendo tutte queste cose cominciò a dar segno di non tenere in niun conto...... Ma ritorniamo a Gherardino Segalello, che fu il fondatore dell'Ordine di cotestoro, che si spacciano per apostoli e non li sono, e paiono piuttosto una congrega di ribaldi stolti e bestiali, che vogliono papparsi il frutto della fatica e del sudore altrui senza essere utili in nulla a chi fa loro elemosina. Di fatti adunatisi da diverse parti vennero a far visita a frate Gherardino Segalello, come primo loro istitutore; e lo alzarono a cielo con tanti elogi, che egli stesso si ebbe a meravigliare di tanto plauso. E raccolti attorno a lui, null'altro dicevano se non che ben cento volte l'acclamarono ad alta voce: Padre, Padre, Padre. E dopo breve tempo di nuovo ripeterono: Padre, Padre, Padre; come que' fanciulli che vanno a lezione nelle scuole di grammatica, che ad intervalli ripetono, simultaneamente gridando, ciò che è stato insegnato dal maestro. Ed egli di tanto onore li ricambiò col cavarsi nudo, e far cavar nudi tutti loro...... e perchè folleggiò in loro presenza, e feceli folleggiare anch'essi... Dopo ciò li mandò a mostrarsi al mondo; ed alcuni si avviarono verso la sede della Corte romana; altri a S. Giacomo; altri a S. Michele Arcangiolo; e taluni oltremare. Egli restò a Parma, d'onde era nativo, e vi fece molte mattezze. Perocchè svestì e gettò via il mantello, in cui s'avvolgeva, e si fece fare una sopraveste bianca, senza maniche, di filo grossolano, di cui vestitosi, pareva un ciarlatano anzi che un religioso. Aveva poi ai piedi le scarpe e alle mani i guanti. — Il suo parlare era scurrile, turpe, vacuo, osceno, futile e degno di scherno, più per fatuità che per malizia. Per la sua fatuità adunque e pel suo parlare osceno e insulso, pel suo giacere a letto nudo con donne nude per mettere a prova la resistenza della sua castità, Obizzo Vescovo di Parma, che fu nipote da parte di sorella di Papa Innocenzo IV, lo fece prendere, incarcerare e mettere a ceppi. Ma poi ne lo liberò e lo tenne seco in palazzo. E quando pranzava il vescovo, aveva anch'esso suo pranzo in una sala del palazzo alla bassa tavola, alla quale altri pure mangiavano a vista del Vescovo, e voleva buon vino e cibi delicati. E quando il Vescovo beveva vino nobile, esso gridava che ne voleva di quello; ed il Vescovo subito gliene mandava. Quando poi era pieno di buon vino e cibi delicati, faceva le pazzie. E il Vescovo di Parma, che era un uomo amante del sollazzo, per gli atti ed i motti di quello stolto rideva, chè lo reputava più un giocoliere fatuo ed insensato che un religioso. In questo tempo eravi anche un frate Minore, che aveva un nipote, che non era ancor giunto all'età della biforcazione della lettera pitagorica; e lo faceva istruire perchè entrasse poscia nell'Ordine de' Minori. Frattanto egli copiava per lo zio frate dei sermoni, de' quali quattro o cinque ne imparò a memoria sino alle virgole; ma non essendo stato ammesso subito all'Ordine, come desiderava, si fece inscrivere alla congregazione o piuttosto alla dispersione di coloro che si vantano apostoli e non li sono. E lo facevano predicare anche nelle chiese cattedrali que' sermoni che aveva imparato; e molti di quegli apostoli imponevano il silenzio mentre il giovanetto parlava al popolo accorso. In quel frattempo accadde che frate Bonaventura d'Iseo, che predicava a Ferrara nel convento dei Minori, vide una parte del suo uditorio alzarsi d'improvviso e correr via in fretta; e ne restò meravigliato; perocchè era un predicatore famoso e tutto grazia, onde di solito lo ascoltavano tanto volentieri che nessuno si moveva se non era terminata la predica. Onde egli domandò ad uno de' pochi rimasti, come mai gli altri si fossero affrettati a partire; e gli fu risposto che un giovinetto degli apostoli stava per fare una predica nella chiesa madre del beato Giorgio, ove il popolo ora si raguna, e perciò ognuno s'affretta per trovar posto. A cui rispose frate Bonaventura: «Veggo che avete l'animo in agitazione e preoccupato d'altro, perciò vi lascio subito tutti in libertà, chè predicherei invano se continuassi, dicendo la Scrittura ecc. Ma questo insegnare che fanno quegli apostoli cose che non sanno, e che per giunta non sanno nemmeno di non saperle, urta i nervi, e sono scempiaggini simili a quelle dei ciarlatani. Sarebbe ora veramente grande disgrazia se comparisse sulla terra l'Anticristo, perchè tra il popolo cristiano avrebbe troppi seguaci.» Ed aggiunse: «Il beato Giovanni nell'Apocalisse 11.º dice in persona del Signore: Ed io darò a' miei due testimonii di profetizzare; e profetizzeranno 1260 giorni, vestiti di sacchi. Il che quantunque in primo e principale luogo si debba applicare ad Enoc e ad Elia, pure non ne pare disadatta l'interpretazione dell'Abbate Gioachimo, il quale con esuberanza di argomenti l'applicò a due Ordini di frati, cioè ai Minori e ai Predicatori, contro i quali, come egli dice, al tempo dell'Anticristo, insorgerà il popolo cristiano, e de' quali dice: «E gli abitanti della terra goderanno, e si gioconderanno, e si scambieranno reciprocamente i doni, perchè questi due profeti seminarono l'afflizione sopra coloro che abitano sulla terra.» La qual cosa l'Abbate Gioachimo, riferisce ai due Ordini prenominati, e aggiunge che deve avere suo adempimento all'epoca dell'Anticristo» E inoltre frate Bonaventura disse: «Veramente in voi si verifica quello che scrisse Seneca (?): Le mosche volano al miele, i lupi si gettano sui cadaveri, e le formiche corrono al frumento: Questa turba va in cerca della preda, non dell'uomo. L'Ecclesiastico 10º dice: Guai alla terra che ha un fanciullo per Re. Andate pur dunque da quel vostro fanciullo che desiderate d'ascoltare, e vi confessi de' vostri peccati.» Allora, licenziati da lui, se ne partirono subito a rapidi passi senza che l'uno aspettasse l'altro. Altra volta, soggiornava io allora a Ravenna, fecero predicare il sunnominato ragazzo nella Chiesa Orsiana[127], che è la chiesa arcivescovile di Ravenna, e fu sì affollato il concorso e la fretta d'arrivarvi de' cittadini d'ambo i sessi, che l'uno non aspettava l'altro. E una nobile matrona di quella terra, che era una devota dei frati Minori, donna Giulietta moglie di Guido Rizzuti da Polenta[128], si lamentò co' frati, perchè a pena aveva potuto trovare una compaesana, colla quale andare in compagnia; e la Chiesa Orsiana, quando vi giunse, era così piena zeppa, che dovette starsene fuori della porta. Eppure la chiesa cattedrale è tanto vasta, che ha quattro navate, oltre la maggiore in mezzo. Questi che si chiamano apostoli, conducevano anche attorno per le città questo fanciullo, e lo facevano predicare nelle chiese vescovili; e vi accorreva sempre gran folla di popolo d'ambo i sessi, e ne restavano altamente meravigliati, perchè i moderni si piacciono molto delle novità. Epperciò non è senza mistero che la chiesa tolleri che l'eletto de' fanciulli segga nel trono del Vescovo il dì degli Innocenti. L'Abbate Gioachimo....... Ma queste cose si addicono all'Ordine de' Minori e dei Predicatori, ne' quali entrano fanciulli iniziati alle lettere, nobili e di onesti costumi. Che poi cotesti apostoli non si trovino in istato di salute, possiamo provarlo con esuberanza di argomenti: Perchè dovrebbero obbedire al Papa..... Ma Papa Gregorio X, Piacentino, in pieno Concilio a Lione, soppresse, disperse e sradicò completamente la congregazione e l'Ordine, che costoro avevano cominciato a fondare, come anche quello de' Saccati, non volendo che stessero a carico del popolo cristiano tanti Ordini di mendicanti; trovando solo ragionevole che quelli, a cui ordinò Iddio di vivere del Vangelo, perchè annunziano il Vangelo, abbiano a vivere del Vangelo stesso. I Saccati veramente obbedirono al Sommo Pontefice; e perciò vanno lodati e commendati, perchè possono benissimo cercare la salute dell'anime loro entrando in altri Ordini, od anche permanendo nell'Ordine loro, purchè, attenendosi puramente a quanto è loro permesso, non facciano nuove vestizioni, e così gradatamente si riducano al nulla, e vengano meno da sè stessi. Ma quegli stolti, bestiali e idioti, che si chiamano apostoli, non sono punto disposti ad obbedire. Anzi preparano vestiari conformi al loro abito, e li stendono in mostra, in disparte, ma sotto gli occhi di coloro che vorrebbero essere ammessi all'Ordine, e dicono loro: Noi non osiamo invitarvi perchè ne è proibito, ma non è proibito a voi d'entrare, e perciò fate pur quel che vi aggrada. E così crebbero e si moltiplicarono innumerevolmente; nè quietano, nè si ristaranno dalla loro stoltizia, finchè non sorga qualche Pontefice, che, fiammante di sdegno contro di loro, non cancelli perfino la loro memoria di sotto il cielo. Perocchè si deve obbedire ai Sommi Pontefici della Corte romana, perchè il Signore dice in Luca X. ecc. La seconda ragione è che alcuni di loro non mantengono la castità, a cui sono tenuti tutti i religiosi. Fidenti nell'autorità degli Apostoli, e credendo di essere Apostoli anch'essi menavano seco donna Tripia, sorella di frate Guido Putagio, che fu molti anni loro Prefettessa, e così molte altre donne, che furono la causa della ruina del loro Ordine. Terza ragione è che eglino, o almeno alcuni di loro, vendono le casette, gli orti, i campi, la vigna, e ne portano seco i fiorini d'oro........ Sono acefali; e alcuni di loro vanno isolati, senza disciplina, senza guida. (Però in un certo castello di Puglia, ove i contadini s'arrogarono di proclamarsi tutti capitani e buona gente, furono poi messi in fuga da un barone di Francia, che si recava alla Corte dell'Imperatore. Essi volevano che pagasse un pedaggio, e l'avrebbe anche pagato se avesse trovato il loro capo.) Poichè lasciano il mestiere, a cui sono adatti, quello cioè di guardiani delle vacche e de' porci, e il lavoro della terra. Debbono adunque ridar di piglio alla vanga e voltare la terra, la quale è vasta e manca di braccia a coltivarla..... Io era già arrivato al punto di biforcazione della lettera pitagorica, e aveva già compiuto il terzo lustro, cioè aveva percorso il circolo di un'indizione, e già sin dalla culla avevan cominciato ad insegnarmi e a pestarmi in capo la grammatica, quando entrai nell'Ordine de' frati Minori, e subito nel mio noviziato, nella Marca d'Ancona, nel convento di Fano, ebbi maestro di Teologia frate Umile da Milano, che aveva studiato alla scuola di frate Aimone a Bologna. Il quale frate Aimone poi, che era Inglese, già vecchio, fu fatto Ministro Generale dell'Ordine de' Minori e lo restò sino alla morte, cioè tre anni. E, il primo anno ch'io entrai nell'Ordine, ho udito spiegare nella scuola di teologia i libri di Isaia e di Matteo, e l'interprete ne era il detto frate Umile; e d'allora in poi non desistetti mai dallo studiare ed essere uditore nelle scuole. E come i Giudei dissero a Cristo, Giovanni 2.º. In quarantasei anni è stato edificato questo tempio, così posso dir io, che oggi venerdì, giorno di S. Gilberto, in cui scrivo queste cose, sono appunto quarantasei anni che sono entrato nell'Ordine de' frati Minori, e corre l'anno 1284. E non cessai più di studiare; eppure nemmen così ho potuto raggiungere la scienza de' miei maggiori...... Dell'ignoranza de' sapienti di questo mondo...... Una prova ne hai in Gherardo Rozzi, il quale predisse che avrebbero avuto prospera la fortuna quelli che erano andati a Colorno, perchè vi erano entrati sotto il segno dello Scorpione. Ma era in errore, perchè vi entrarono il giorno di S. Domenico, quando il sole non è in iscorpione; e poi ne furono subito espulsi. Che se poi si riferisca non al sole, ma alla luna, allora disse vero che entrarono in Colorno sotto il segno dello Scorpione; perchè la luna due giorni e più per mese si trova sotto ciascun segno dello zodiaco. Tuttavia si potrebbe ancor sostenere che ha errato per tre ragioni: La prima è, come lo prova il fatto, che ne furono subito espulsi; la seconda è che lo scorpione è un animale retrogrado, e quindi doveva segnare un pronostico sinistro; la terza perchè il Signore dice in Isaia 44º: Io sono il Signore ec. che annullo i segni de' bugiardi, e fo impazzare gli indovini............ Il che intendeva di fare Papa Gregorio 10.º che in pieno Concilio a Lione soppresse e riprovò la congrega degli apostoli; ma la debolezza e la pigrizia dei Vescovi li lascia vagare pel mondo senza che portino alcun frutto a nessuno. Così, non perchè esista ancora la corporazione di Gherardino Segalello, ma anche dopo che è stata dispersa, vi sono tali che si danno a predicare, i quali se appartenessero all'Ordine dei frati Minori, appena si permetterebbe che servissero a tavola, e lavassero le stoviglie, o andassero per pane da porta a porta........ Perocchè non è ragionevole il loro ossequio, accontentandosi di una sola tonaca, e credendo che ciò sia loro comandato da Dio. Ma realmente sbagliano quegli apostoli, perchè quando il Signore dice: Nè abbiate due tonache, condanna il superfluo, non proibisce il necessario, nè ce ne priva. È chiaro dunque da quanto s'è detto, che quando il Signore disse ecc. non volle inteso letteralmente che l'uomo, che n'ha bisogno, non potesse averne più d'una, sia per il bucato, sia per ripararsi dal freddo....... Si dice, ed è vero, anzi è cosa onnimamente superflua, che il patriarca di Aquileia, il primo dì di quaresima, fa servire alla sua mensa quaranta pietanze, cioè qualità diverse di camangiari, e così via via, giorno per giorno, sino al sabbato santo, ne fa diminuire l'imbandigione di una ogni giorno, e dice che lo fa per onore e gloria del suo patriarcato. È chiaro dunque che gli apostoli di Gherardino Segalello sono stolti, contentandosi di una sola tonaca, ed esponendosi a pericolo di freddo, di malattie, ed anche di morte. Così pure con una sola tonaca, che usano, si insudiciano per immondizie, o di pidocchi, che non possono scuotere, o di sudore, o di polvere, e mandano fetore, non potendola nè lavare, nè sbattere senza restar nudi. Onde un giorno disse, scherzando, una donnetta a due frati Minori: Sappiate che ho un apostolo nudo nel mio letto, e vi starà fino a che sia asciutta la tonaca che gli ho lavata. Udendo ciò i frati Minori si risero della leggerezza della donna, e della stoltezza dell'apostolo. L'Apostolo dice ai Galati 6.º: Colui che è ammaestrato nella parola, faccia parte d'ogni suo bene a colui che l'ammaestra. E significa che, chi è ammaestrato deve mettere il mastro a parte di tutti i suoi beni.

La qual cosa si fa in Francia, ove, quando io vi era, i preti mi dissero che di tutti i beni dei loro parocchiani riscuotono la decima, sin anche degli agnelli e dei polli. Tuttavia saviamente agiva frate Boncompagno da Prato dell'Ordine dei Minori, che era sacerdote, predicatore, buon chierico e letterato e uomo dedito alle cose spirituali. Quando io seco abitai nel convento di Pisa, ove ogni anno ciascun frate riceveva due tonache nuove di panno di garbo[129], egli non volevano che una, e quella vecchia. Ed avendolo io interrogato, perchè così facesse, mi rispose: Frate Salimbene, l'Apostolo dice ecc; e appena per questa io potrò ricambiarne Iddio. Ma tra gli apostoli di Gherardino Segalello si trovano ribaldi, seduttori, ingannatori, ladroni, fornicatori, che fanno turpissime cose colle donne e sin co' fanciulli, poi ritornano al loro covile di ribaldi. Quale giudizio adunque cadrà su alcuni chierici del nostro tempo che non predicano il vangelo, e vivono oziosi del pane dell'altare? Non faticano come i campagnuoli, non si battono come i militari, non annunziano il Vangelo, come debbono fare i chierici, e, siccome non serbano ordine alcuno, andranno là ove nessun ordine ecc. Il Segalello pertanto non deve osare di intromettersi nelle cose che spettano ai due Ordini, dei Minori cioè e dei Predicatori, i quali sono adombrati da Geremia sotto il titolo di pescatori e di cacciatori....... Salva l'esposizione dell'Abbate Gioachimo, ch'io da molti anni non ho letta. Cacciatori sono i Predicatori, principalmente oltremare, quantunque altrettanto faccia anche l'altro Ordine. Essendo che in Italia se ne escusano se non escono dalle città, ove abitano i cavalieri, i nobili, i potenti, mentre nelle ville e per le castella hanno romitaggi, ove dimorano frati Minori e possono bastare al bisogno de' secolari. L'Ordine del beato Francesco è simboleggiato dai parvoli, che quando si avvicinavano a Gesù Cristo, i discepoli li sgridavano. Così ne' primi tempi alcuni Cardinali non erano favorevoli alla istituzione di quest'Ordine. Ma come Gesù aveva detto ai discepoli, il Sommo Pontefice Innocenzo III disse ai Cardinali: Lasciateli venire da me questi parvoli, e non vogliate impedirneli; di loro è il regno de' cieli. Queste parole pronunciò Innocenzo III, dopo che ebbe avuta una visione mostratagli da Dio, nella quale vedeva la chiesa di Laterano minacciare ruina per vetustà, e che, un poverello umile e spregiato, miracolosamente la puntellava che non ruinasse. E la Scrittura nel Nuovo Testamento aggiunge: Poi che ebbe su loro stese le mani, partì. E fu perciò che allora Innocenzo III ordinò chierici que' dodici che il beato Francesco aveva condotti seco al cospetto del Papa, il quale ne confermò la Regola e l'Ordine, e conferì loro il ministero della predicazione (correva l'anno 1207); dopo di che tanto i Cardinali della Corte romana, quanto i Sommi Pontefici predilessero sempre l'Ordine del beato Francesco, riconoscendo e vedendo a prova che i frati Minori erano utili alla Chiesa e alla salvezza del mondo ......... Intorno al peccato di superbia del primo padre Adamo....... Parimente un tale disse:

O lasso me, ke fu' temptato,

Com fo Adam nel paradhiso,

Chi volse plu ke nò i fo dato,

Perdè lo bene o' era miso.

Perzò ne prego ogne amadhore,