L'anno 1278, indizione 6.ª, fu impedito dai Cremonesi che si interrasse il cavo Tagliata, quando il Comune di Reggio, a chiuderlo, vi aveva già spese duemila lire imperiali e più, senza tener conto della prestazione d'opera ed altre spese da parte degli abitanti della diocesi di Reggio. Ed il Comune di Reggio ne ebbe grave danno e beffa; perchè il Marchese Cavalcabò cogli altri Cremonesi della città di Cremona negarono al Comune di Reggio la promessa indennità delle spese fatte per la detta chiusura, e la distrussero; promessa che era stata fatta ad Azzone di Manfredi, che allora era Podestà di Cremona, e al Comune di Reggio, dal Consiglio generale e dal Comune di Cremona stessa. In quell'anno uno staio di frumento costava 8, 9, 10 soldi imperiali; uno staio di spelta 14 grossi, e 5 soldi imperiali; e uno staio di melica 14 grossi e 5 soldi imperiali. E lo stesso anno, in Maggio, fu smantellata, diroccata e incendiata Gonzaga[33], ossia il castello di Gonzaga, dai Mantovani. E allora era Signore di Mantova Pinamonte, il quale tenne molt'anni quella Signoria, e di tale opera di distruzione era solito vantarsene, e andava dicendo: «Ho fatto la tale cosa, durante la mia Signoria, ho fatto la tale altra, nè finora me ne capitò disgrazia, anzi ogni cosa mi va a seconda dei voti»; ma queste vanterie non erano da uomo sensato...... E nota che nel millesimo sussegnato si trattò la prima volta di creare un Capitano del popolo di Reggio; e fu fatto, a sei mesi, Ugolino Rossi, cioè il figlio del fu Giacomo di Bernardo Rossi di Parma, per cura di Guglielmo Fogliani, Vescovo di Reggio, che ebbe dal Comune facoltà di eleggerlo. E lo stesso anno fu presa Lodi da Cassone della Torre di Milano. Nello stesso millesimo ed anno, Giliolo da Marano di Parma, Giudice, fu eletto, a sei mesi, Podestà di Reggio, cioè dal 1º Luglio al 1º Gennaio. E lo stesso anno, sotto la reggenza del detto Podestà, quelli di Bismantova ruppero il patto di obbedienza al Podestà e al Comune di Reggio. E il sunnominato Ugolino Rossi, Capitano del popolo di Reggio, assunse per primo l'ufficio della Capitaneria, ed ebbe sede la prima volta nella casa di un Guido Gaio de' Roberti. In quell'anno fu preso anche dai Cremonesi il castello di Fornovo[34]; e dal Patriarca d'Aquileia e dai Torriani si presero a forza molte Terre in quel di Milano, e furono fatti innumerevoli prigionieri. A Bologna si concordò la pace per interposizione di frate Latino, nipote di Papa Nicolò III, e Cardinale Legato in Lombardia ed in Toscana.

a. 1279

L'anno 1279, indizione 7ª, nella diocesi di Reggio fu preso un lupo[35], che divorava i ragazzi. E nello stesso anno, nel mese di Febbraio, Tommasino di Gorzano e quei di Banzola di soppiatto occuparono Bismantova, e ne portarono via roba, vettovaglie e tutto quanto vi si trovava; e nello stesso mese i prenominati invasori consegnarono ogni cosa nelle mani di un milite del Podestà di Reggio pel Comune, che ne pagò mille lire reggiane. Nel mese di Maggio poi morì Aimerico da Palù in Parma, e fu sepolto nel convento de' frati Minori, e dai Parmigiani si ebbe distinte dimostrazioni d'onore tanto alla morte, quanto sulla tomba. E lo stesso anno, nel mese di Febbraio, o sul principio di Marzo, fu segnata la pace tra i Torriani e quei di Lodi da una parte, e i Milanesi dall'altra. E, nel mese d'Aprile, a Reggio furono giurate e contratte parentele tra quei di Fogliano e Antonio de' Roberti, tra Giacomino di Rodiglia e Guido da Tripoli, e tra Guido di Bibianello e Guglielmo di Canossa. E poscia, in Aprile o in Maggio, quei di Bismantova rioccuparono Pietra Bismantova; e un certo numero di fanti e di cavalli da Bologna e da Parma con balestrieri di Modena andò a oste colà, e vi stettero quindici giorni; finchè quelli di Bismantova restituirono a patti quella Terra al Comune di Reggio, e si ritirarono. (Nel soprassegnato millesimo due Re co' loro eserciti si azzuffarono e n'ebbero aspra ed accanita battaglia, cioè Rodolfo Re de' Romani, che coll'assenso di Gregorio X era stato eletto al seggio d'Imperatore, e il Re di Boemia; urtarono dunque l'uno contro l'altro, e Re Rodolfo ne riportò la vittoria e uccise il Re di Boemia; e l'uno e l'altro erano buoni amici dell'Ordine de' frati Minori). Lo stesso anno, nella festa dei SS. Apostoli Filippo e Giacomo, cioè il 1º Maggio, un fortissimo terremoto scosse la Marca d'Ancona, sicchè due parti di Camerino[36] subissarono, e molte vittime si ebbero a deplorare: Fabriano, Matelica, Cagli, S. Severino e Cingoli, tutti questi castelli ruinarono, e parimente Nocera, Foligno, Spello[37], e in breve tutti i castelli, che sono tra que' monti ne furono assai malconci. Così tre monti tra i quali eranvi artificialmente formati due laghi e costrutto un castello si riunirono; e i laghi e il fiume, che col rigurgito delle acque li formava, ed il castello restarono sepolti. In Romagna e sui monti tra Firenze e Bologna ruinarono castelli ed ogni sorta di edifici con innumerevoli vittime sotto le ruine; e tanto timore invase l'animo di tutti, che da quelle parti nessuno s'attentava più di stare in casa, neppure il Legato Cardinale Latino. Nella Marca d'Ancona e altrove si rappacificarono molte discordie per timore e per l'aspettazione di imminente pericolo. Fu fatta anche pace tra i Bolognesi e i Romagnoli per mediazione del Cardinale Latino dell'Ordine dei Predicatori. Così nello stesso anno, verso il giorno d'Ognissanti, fu la città di Parma interdetta dagli uffici ecclesiastici, per cagione di due donne, che in quella città furono bruciate vive per eretiche (delle quali una si chiamava Alina, l'altra era una sua seguace) e per cagione de' frati Predicatori e del Cardinale Latino. Come pure verso Natale furono di nuovo espulsi da Bologna quelli che vi erano rientrati per la fatta concordia, cioè i Lambertazzi, perchè pretendevano un trattamento pari a quello dei partigiani della Chiesa. (Parimente nel suddetto millesimo fu ucciso Francesco Cavatrutta di Parma per intrighi e sollecitazioni di un certo capo di assassini, che si chiamava Cecco Tosco di Firenze. Accorse dunque alla chiamata di costui Guglielmo Bestiario de' Lambertini di Bologna con alcuni malfattori, e lo ferì di spada nel palazzo del Comune di Bologna, e lo dilacerarono a brandellini, e lo gettarono giù dal palazzo come vile carname. Allora era Podestà di Bologna Guglielmo Putagio di Parma, e frate Ghifredo Pagani di Parma era Guardiano de' frati Minori di Bologna). Nello stesso millesimo si videro anche le imposture di miracoli di un certo Alberto, che stava a Cremona e che era stato un portatore e ad un tempo un tracannatore di vino, non che un peccatore; dopo la cui morte, come se ne faceva correr voce, operò molti miracoli a Cremona, a Parma e a Reggio. In Reggio alla chiesa di S. Giorgio, e del beato Giovanni Battista; a Parma nella chiesa di S. Pietro, che è presso la piazza nuova, ove avevano la loro stazione, tutti i brentori di Parma ossia i tracannatori di vino; e beato chi li poteva toccare, o dare loro qualche cosa del proprio; altrettanto facevano le donne. Ed univano compagnie per le parrocchie, ed uscivano per le vie, e per le piazze, per andare processionalmente alla chiesa di S. Pietro, ove si veneravano reliquie di quell'Alberto; e cantando portavano croci e gonfaloni, e facevano offerte di porpore, sciamiti, broccati, baldacchini[38] e molti denari; che poi i brentori si dividevano tra di loro e tenevano per sè. La qual cosa vedendo i parrochi si affrettarono a far dipingere le immagini di quell'Alberto nelle loro chiese, perchè crescesse il numero e il pregio delle offerte. E non solo in quel tempo si faceva dipingere l'immagine di lui nelle chiese, ma anche sui muri, sotto i porticati delle città, delle campagne e de' castelli. Il che è contrario alle leggi ecclesiastiche, le quali proibiscono di venerare le reliquie di chi non è stato dalla Chiesa riconosciuto e ascritto all'albo dei Santi; nè si può dipingere l'immagine di alcuno come di Santo, se prima non ne sia pubblicata la canonizzazione. Laonde i Vescovi, che permettono tali abusi nelle loro diocesi, meriterebbero d'essere rimossi dal loro ufficio, cioè meriterebbero d'essere spogliati della loro dignità episcopale......... E chiunque avesse mancato d'intervenire a queste solennità, si riguardava come un eretico che le avesse in odio. E i secolari andavan dicendo a chiara e viva voce ai frati Minori ed ai Predicatori: Voi credete che non possano far miracoli che i vostri Santi; ma siete pure in inganno; ed ora lo si vede da questo. Ma Iddio sbugiardò presto l'accusa infame, apposta a' suoi servi ed amici, mettendo in chiaro la menzogna di coloro, che li avevano accusati, e castigando i calunniatori degli innocenti. Di fatto, arrivato un tale da Cremona, che diceva d'aver portato una reliquia di questo S. Alberto, cioè il dito mignolo del piede destro, accorsero affollati i Parmigiani, uomini, donne, ragazzi, ragazze, vecchi, giovani, chierici, secolari, e tutti i Religiosi, e con processione lunga, infinita, portarono quel dito alla chiesa matrice, che è quella della Vergine gloriosa; e collocato quel dito sull'altare maggiore, s'accostò Anselmo Sanvitali, Canonico della cattedrale, e, a volte, Vicario del Vescovo, e lo baciò. Ma sentito odore, cioè fetore d'aglio, e dettolo agli altri preti, s'accorsero anch'essi e riconobbero che erano stati gabbati, poichè non trovarono che fosse nulla fuorchè uno spicchio di aglio; e così restarono canzonati i Parmigiani e beffati, i quali folleggiarono in vanità e diventarono vani. In Cremona, nella chiesa ove era sepolto quell'Alberto, i Cremonesi volevano dimostrare che Dio per mezzo di lui operava miracoli; e perciò da Pavia e da altre città Lombarde molti infermi vi si facevano condurre per liberarsi dalle loro infermità. Accorsero anche da Pavia a Cremona molte nobili donne e donzelle, alcune per divozione, altre per isperanza di guarigione........ e perciò di gran lunga sbaglia il peccatore, o il malato, che abbandona i Santi conosciuti a prova, e si rivolge ad invocare l'aiuto di chi non può essere esaudito...... Nota però e considera che come i Cremonesi, i Parmigiani, e i Reggiani folleggiarono per Alberto brentore, anche i Padovani avevano folleggiato prima per un certo Antonio, che era un pellegrino, e i Ferraresi per un certo Armanno Pungilupo.............. Iddio realmente ascolta anche le invocazioni del beato Francesco, del beato Antonio, di S. Domenico e de' figli loro, ai quali debbono dare ascolto i peccatori. Ma la venerazione di tali nuovi Santi nasceva da molteplici cause: da parte de' malati, per ricuperare la sanità; da parte de' curiosi, per vedere novità; da parte dei preti, per invidia che hanno de' moderni Religiosi; da parte dei Vescovi e dei Canonici, pel lucro che ne ritraggono, come è palese nel Vescovo e ne' Canonici di Ferrara, che guadagnarono molto per la divozione di Armanno Pungilupo; e finalmente da parte di coloro che vagavano fuori delle loro città, come partigiani dell'Impero, i quali speravano, in occasione de' prodigi operati da questi nuovi Santi, di rappacificarsi coi loro concittadini, essere rimessi in possesso de' loro averi, e di finirla d'andare vagolanti pel mondo. Nel millesimo sussegnato, cioè 1279, indizione 7ª, fu rotta la pace di Milano, perchè il Marchese di Monferrato ingannò e tradì i Torriani, come fece divulgare per la Lombardia il Patriarca, che era uno de' Torriani. Però ebbe luogo la pace de' Bolognesi, che nel mese di Settembre rientrarono in Bologna; e fu fatta una tregua e una pace tra' Bresciani e i Mantovani. E, l'anno stesso, i frati Predicatori di Parma fuggirono e si ricoverarono a Reggio, perchè i Parmigiani si sollevarono contro di loro, a cagione di una donna, cui essi avevano fatta arrostire come una gazzera. Perciò i Parmigiani furono scomunicati da frate Latino Cardinale e Legato del Papa, che era a Firenze, e che apparteneva all'Ordine dei Predicatori. E un venerdì, 22 Dicembre, fu rotta la pace tra i Bolognesi della città e i fuorusciti. Vi fu guerra civile, e molti ne rimasero morti, e una quasi innumerevole quantità di case, che appartenevano a quelli del partito dei Lambertazzi, furono incendiate e diroccate dal partito avverso; laonde per timore di peggio i Lambertazzi uscirono dalla città.

a. 1280

L'anno 1280, indizione 8ª, uno staio di seme di canapa si vendeva 16, sino a 20 soldi imperiali. E in quell'anno i Parmigiani incominciarono a fare i cavi per murarvi le fondamenta di un castello presso a Cadeo sulla strada pubblica[39], e nel mese di Marzo scavarono le fossa di quel castello nella contrada di Cella, e lo chiamarono il castello della Croce. E i Mantovani fecero un ponte nella contrada che si chiama Brazzolo[40]. E nel mese di Agosto, nell'ottava dell'Assunzione della beata Maria Vergine, morì Papa Nicolò III. E i partigiani dell'Impero, di Faenza e di molte altre Terre della Romagna, uscirono dalle loro città. Il Conte di Romagna, che era Podestà di Bologna, cominciò allora a parteggiare per gli anzidetti Bolognesi. Nello stesso anno firmossi una pace fra quelli di Padova e di Verona, e la fazione imperiale lasciò Bologna; nel Settembre la parte imperiale uscì di Vercelli. Nello stesso anno insorse discordia tra Guglielmo Vescovo di Reggio, i preti della città e della diocesi di Reggio stessa da una parte, e Dego Capitano del popolo e il popolo di Reggio dall'altra, a cagione delle decime, parendo che i preti volessero esigere troppo dal popolo e dalla città. Perciò il Capitano con ventiquattro difensori delle ragioni del popolo statuirono leggi contro i laici collettori delle dette decime; e per cagione di quelle leggi il Vescovo scomunicò il Capitano, i ventiquattro Avvocati e tutto il Consiglio generale del popolo, e oltracciò pubblicò l'interdetto su tutta la città. D'onde il popolo in furore elesse altri venticinque popolani, tra' quali sette Giudici (e ne' predetti ventiquattro, ce n'erano già quattro di Giudici) e presero gravissime deliberazioni contro il clero: 1º che nessuno dovesse pagare decima di sorta nè dare consiglio, aiuto o favore ai preti, nè con loro trovarsi commensali, nè prendere servigio in casa loro, nè abitare in loro appartamenti, nè prendere da loro mezzadrie, nè dar loro da bere nè da mangiare (e molte altre pene ognuna delle quali per sè gravissima), nè macinare, nè cuocer pane nel forno per loro, nè radere la barba, nè prestare a loro ministero di sorta; arrogando a sè stessi, i preaccennati sapienti, autorità di dire, stabilire, ordinare a loro talento ed arbitrio checchè loro piacesse riguardo al clero. La quale autorità fu poi loro confermata dal Consiglio generale del popolo; e tutte le suddette ordinanze furono approvate ed osservate tanto dal popolo in ogni singolo individuo, quanto dal corpo della milizia e da tutti i buoni uomini. E in quell'occasione molti mugnai furono condannati a pagare cinquanta lire reggiane a testa, perchè contro le dette ordinanze macinarono al di là del termine fissato in mulini di chierici, e molte altre persone toccarono multe. Nello stesso anno, cioè 1280, Tebaldello, verso la festa del beato Martino Vescovo, a tradimento pose Faenza in mano a quelli che erano del partito della Chiesa, cioè in mano ai Bolognesi e ai Manfredi di Faenza, ed espulse i suoi; e colse il momento, in cui la massima parte de' suoi erano all'assedio di un castello. Lo stesso anno i Parmigiani restituirono ai Cremonesi il carroccio, che tolsero loro quando fugarono da Vittoria l'Imperatore Federico II; ed i Cremonesi ne ricambiarono i Parmigiani restituendo il carroccio, che avevano loro tolto in altra occasione; e questi scambi furono eseguiti con reciproche onorificenze, in mezzo all'allegria, ed all'esultanza d'ambe le parti, la vigilia della natività della beata Vergine Maria, che era una Domenica. E le due città accorsero in aiuto di Lodi con fanteria e cavalleria contro i Milanesi e il Marchese di Monferrato, che per distruggerla s'era mosso con tutti gli altri Lombardi. Fu anche allora che nel mese di Novembre Faenza fu presa dai Ravennati e da venticinque soldati Reggiani, che erano ad Imola pel Comune di Reggio a servigio de' Bolognesi, e da alcuni militi del Conte, e dai Bolognesi stessi, che dopo accorsero colà, e dopo loro tutta la milizia de' Parmigiani e de' Reggiani, che corse sino ad Imola. E molti Bolognesi furon morti, molti prigionieri, tra' quali se ne contarono quarantacinque che erano dei più valenti. E fu uno de' grandi e potenti di Faenza che pose la sua città in mano ai Bolognesi, e si chiamava Tebaldello de' Zambrasi. Questi, ch'io ho veduto e conosciuto, e fu un guerriero valoroso come un secondo Jefte, non era un figlio legittimo; pure un fratello di lui, frate Zambrasino dell'Ordine de' Gaudenti, gli assegnò mezza l'eredità paterna, perchè riconosceva in lui un uomo intraprendente, e perchè dei Zambrasi nessuno più sopravviveva tranne loro due; e giacchè c'era da esserne ricchi ambedue, divise in parti eguali il patrimonio del padre, e innalzò il fratello a grandezza di stato. E quando i Bolognesi della città, quelli cioè che si dicevano partigiani della Chiesa, fecero il loro ingresso in Faenza, mezza Faenza era all'assedio di un castello coi Bolognesi fuorusciti; e Tebaldello aveva spiato tempo opportuno a fare sua ribalderia. In quell'anno il ponte di Brazzolo, fatto fare dai Mantovani, fu distrutto dalla violenza delle correnti d'acque diluviali, che furono tali da asportare inferiormente, come dicevasi, quel ponte. Allora fu anche conchiusa una concordia tra il Vescovo di Reggio e i suoi preti da una parte, e il Capitano del popolo, il popolo stesso, ed il Comune di Reggio dall'altra, riguardo alle decime, nel senso che nessuno dovesse essere costretto a pagarle, se non secondo la propria coscienza; e molti altri patti furono convenuti in quella concordia. L'anno stesso Sinigallia fu a tradimento data in Signoria al Conte Guido di Montefeltro, il quale, come ne correva voce, condannò a morte, e fece uccidere in quella città 1500 persone.

a. 1281

L'anno 1281, indizione 9.ª, Cassone della Torre di Milano fu morto in battaglia con molti altri Lodigiani dai Milanesi, come anche restò morto sul campo il Podestà di Lodi nello stesso combattimento, ed era Scurtapelliccia de' Porta, Parmigiano e consanguineo di Obizzo Vescovo di Parma. Nello stesso millesimo ed anno fu eletto Papa Martino IV d'origine francese. Fu eletto alla cattedra di S. Pietro in Febbraio, e preso dal Collegio de' Cardinali: prima si chiamava Simone. Era stato Tesoriere della chiesa di S. Martino di Tours, amico de' frati Minori, de' quali teneva sempre alcuni alla sua Corte, e da loro si confessava. A questi frati diede anche un ampio privilegio di confessare e predicare, e promise di fare loro ancora più ampie concessioni. Questi spedì più volte forze armate contro Forlì, ma il partito della Chiesa si ebbe la peggio, restandone i militi debellati, fugati, prigioni e morti, tra' quali cadde anche Tebaldello, due volte traditore della sua patria, e restò sommerso insieme al suo cavallo nella fossa della città di Forlì. Morì allora di parte della Chiesa anche il Conte Taddeo e Comacio fratello di Anselmo de' Corradini di Ravenna, e morirono molti altri. Della parte contraria vi lasciarono la vita Guido degli Acarisii di Faenza, e molti altri sì di Bologna che d'altronde, ben degni d'essere ricordati.

a. 1282

L'anno 1282, indizione 10ª, si sviluppò una sì folta quantità di bruchi da frutti, che a' giorni nostri nessuno ne ricorda l'eguale, e sbrucarono tutti i frutteti, fiori e fronde, e le piante parevano come sogliono essere d'inverno, mentre a primavera erano fronzute e fiorite benissimo; e quando que' bruchi non trovarono più di che pascersi sulle piante fruttifere, fecero passaggio a quelle dei salici, e anche quelle rodevano; risparmiarono soltanto le fronde de' noci, e credo fosse per la loro amarezza. In seguito cominciarono a cadere a terra grossi e grassi, e strisciavano pe' campi e per le strade, e finalmente morivano; nè quelli erano bruchi da orto, ma d'altra specie. Lo stesso anno infierì gran carestia di biade, cioè di frumento, di spelta, di melica, di fava, di legumi d'ogni specie. Lo stesso anno fu anche levato, nel giorno de' beati apostoli Filippo e Giacomo, l'interdetto ai Parmigiani, loro imposto per cagione de' frati Predicatori, che avevano fatto bruciare per eretica una donna di nome Alina. E spontaneamente erano usciti tutti i frati Predicatori da Parma colla croce e in processione, perchè alcuni stolti s'erano avventati fin dentro il loro convento, e ne avevano ferito alcuni; ma quei mascalzoni, che avevano portato offesa ai frati Predicatori, furono gravemente puniti dai Parmigiani. Quell'anno molte persone fecero tra loro concordia nella città di Reggio; i Parmigiani e i Cremonesi con loro compagnie andarono a devastare le biade di quei di Soncino, perchè Boso di Dovaria aveva in quel castello la sua residenza, e sperava di entrare in Cremona, se l'avesse potuto; ma non gli fu permesso. Quell'anno il Marchese di Monferrato andò e si mise a campo nella diocesi di Lodi ad una coi Milanesi, Pavesi e loro carroccio, e per dir breve e sbrigarmi presto, con tutte le città di parte sua, cioè Vercellesi, Novaresi, Alessandrini, Comaschi e con tutti gli altri suoi amici, e andava dicendo che voleva ridonare la pace alla Lombardia. Ma quelli che parteggiavano per la Chiesa non gli prestarono fede, e unanimi gli si opposero, e si prepararono a resistenza e a guerra contro di lui. E subito in prima linea i Cremonesi uscirono contro tanta oste, e mandarono pregando i Parmigiani che senza indugio accorressero col loro carroccio a difendere Cremona; e subito andarono. E quando si sperò che la battaglia fosse vicina, Parmigiani e Cremonesi chiamarono ad accorrere i loro amici, cioè Ferraresi, Bolognesi, Modenesi, Reggiani, Bresciani e Piacentini, i quali prontissimi volarono al campo. E Capitano e condottiero di tutti questi fu Lodovico Conte di S. Bonifacio di Verona, che allora era Podestà di Parma. Ma il Marchese prenominato sentissi il tremore in corpo sul punto d'azzuffarsi con loro, e di soppiatto si allontanò, e ritornarono tutti dell'una e dell'altra parte alle loro città senza essersi misurati coll'armi. E mentre erano ancora tutti in Cremona, prima di separarsi, tutti quelli del partito della Chiesa fecero magnifiche onoranze ai Parmigiani, e sopratutti i Bolognesi, che sono sempre nobili cavalieri e gentiluomini, fecero un torneo attorno al Carroccio de' Parmigiani per ingraziarseli e mostrarsi loro amici. Perocchè i Parmigiani erano ben voluti da Papa Martino IV, che un tempo aveva studiato leggi in Parma, alla scuola di Uberto da Bobbio, ed erano nelle buone grazie della Corte Romana e di Re Carlo, perchè erano sempre pronti a correre in aiuto della Chiesa. Oltracciò avevano alla Corte un Cardinale oriondo di Parma, ossia di una villa della diocesi di Parma, che si chiama Gainago[41]. (In questa villa io frate Salimbene ho avuto molti possedimenti). Questi aveva attinenze di parentela con maestro Alberto da Parma, che fu sant'uomo, ed uno dei sette Notai della Corte, in grazia del quale, e inoltre per ragione dalla sua abilità nelle lettere, della sua bontà, onestà e intraprendenza, Papa Nicolò III lo fece Cardinale, e si chiamava Gerardo Albo.[42] Papa Martino IV mandò costui in Sicilia a richiamare i Siciliani all'obbedienza della Chiesa quando si ribellarono a Re Carlo, e a Palermo uccisero tutti i Francesi, uomini e donne, e i bambini li battevano a morte contro le pietre, e alle gravide apersero il ventre. Ed un certo Giudice francese, nell'atto di uscire di casa per sedare il popolo tumultuante, fu pregato da un savio cittadino di non immischiarsi fra il popolo, ma anzi se la svignasse per una finestra appartata, e salvasse sua vita. S'appigliò al consiglio, e andò ad un certo castello per mettersi al sicuro. Ma scorto, lo inseguirono i Palermitani, s'impossessarono del castello, e tratto il Giudice sulla piazza di Palermo lo fecero a brani. I Messinesi però non incrudelirono tanto contro i francesi, ma li spogliarono dell'armi e dell'avere, e li inviarono a Carlo loro Signore, che in quei giorni era tornato indietro per non perdere Napoli, e perchè Pietro d'Aragona aveva invaso da quella parte la Sicilia, e aveva per alleati il Re di Castiglia e il Paleologo. Questo Pietro Re d'Aragona aveva moglie una figlia del Principe Manfredi; e il Principe Manfredi, cui Carlo aveva tolta la vita, era figlio del fu Imperatore Federico 2.º. Il Paleologo poi era un tale che teneva a Costantinopoli la Signoria dei Greci dopo aver ucciso il figlio di Vattaccio, precedente Signore de' Greci stessi, per potere su loro signoreggiare; e temeva che Re Carlo e Papa Martino IV volessero invadere Costantinopoli. Ma papa Martino IV voleva prima sbrigarsi di Forlì, che teneva occupata tutto la Romagna. E la Romagna era una piccola Provincia, ma ricca, fertile e popolosa, tra la Marca d'Ancona e la città di Bologna. E la Chiesa Romana la ebbe in dono da Rodolfo eletto Imperatore a' tempi di Gregorio X; stantechè spesso, i Romani Pontefici, quando si fanno le elezioni degli Imperatori, procurano di raspar qualche lembo di territorio da aggregare al loro dominio temporale. Nè agli Imperatori di recente eletti conviene negare quello che loro è domandato: sia per ragione di cortesia e liberalità, che in sul principio dell'impero vogliono mostrare verso la Chiesa; sia perchè considerano come un dono loro fatto tutto quello che acquistano diventando Imperatori; e poi perchè ripugna loro mostrarsi meno che liberali prima di aver in capo la corona; finalmente per non esporsi al danno e alla vergogna d'una ripulsa. Ora per una parte Rodolfo, eletto Imperatore in Allemagna, è in pace; e per l'altra la Chiesa pare non curarsi di coronarlo. Perciò il Papa inviò il prenominato Cardinale ai Siciliani; i quali risposero che di buon grado volevano obbedire ai comandi della Chiesa, ma che respingevano come esorbitante la dominazione Francese. Per questa cagione i Francesi erano sulle mosse coll'armata e coll'esercito numerosissimo per soccorrere Re Carlo. Quello che ne nascerà, lo vedranno i superstiti. In quell'anno Papa Martino abitò in Orvieto; poscia passò a Montefiascone. Parimente nel medesimo anno, in concistoro, alla presenza del Papa e de' Cardinali, furono letti dispacci che annunziavano come il Paleologo in Costantinopoli avesse creato un Papa Greco e Cardinali Greci. I Perugini l'anno stesso si posero sull'armi per correre a devastare Foligno; ma il Papa mandò loro intimando che desistessero, altrimenti li scomunicherebbe: (sappi che Foligno era dell'orto di S. Pietro). I Perugini però non se ne trattennero; corsero e devastarono tutta quella Diocesi sino alle fossa della città, e furono scomunicati. Ma perciò sdegnati fecero fantocci di paglia rappresentanti Papa e Cardinali, li trascinarono ad ignominia per le strade della città, e poi sino ad un certo monte, sulla vetta del quale fecero del Papa vestito di rosso un falò, ed altrettanto de' Cardinali, battezzando i fantocci per rappresentanti quale dell'uno, quale dell'altro Cardinale. E noto che i Perugini credevano in buona fede d'aver ragione di battere i Folignati e sterminarli, perchè essendosi una volta battuti gli uni contro gli altri, Perugini e Folignati, questi scatenarono contro quelli tanta furia di strage, e tanta vergogna e avvilimento inflisse Iddio in quella battaglia ai Perugini, che una vecchietta di Foligno con un bastoncello di cannuccia bastò a far andare in carcere dieci de' Perugini; e altrettanto poterono fare altre donne, senza che a quei di Perugia restasse tanto di ardire nel cuore da tener testa neppure a singole donniciuole. Nel sussegnato millesimo, verso S. Martino, un certo uomo di Soncino, che si chiamava Rossi degli Infonditi, diede a tradimento quella terra ai Cremonesi, che ora sono dentro la città, cioè al partito della Chiesa, e, per tale tradigione del castello di Soncino, si ebbe premio quattrocento lire imperiali. Parimente lo stesso anno, a fin di maggio, per quattro o cinque giorni si ebbe tanto caldo che sarebbe parso eccessivo anche pel Luglio; e i contadini dicevano che nocque assai al frumento; poichè è detto nel libro di Giobbe 37.º: Il frumento desidera le nubi: massimamente quando è in fiore e in granitura. E non vi fu invero piena annata di raccolta di frumento; ma di quelle biade, che i contadini chiamano minute, l'anno fu ubertosissimo, cioè di panico, di miglio, di melica, di fagiuoli e di rape; anche la vendemmia fu abbondante; ma la grandine devastò le vigne in più luoghi. Così nella state dello stesso anno si udirono terribili e orribili tuoni, che parevano quasi visibili e palpabili, così che molti un giorno, verso sera, per terrore caddero a terra, e nella notte seguente i tuoni si rinnovarono spaventevoli. Nel predetto millesimo fu anche celebrato un Capitolo generale de' frati dell'ordine dei Minori in Allemagna a Strasbourg, sotto il ministro Generale frate Buonagrazia. Allora il Conte Lodovico di S. Bonifazio di Verona fu Podestà di Reggio dal 1.º Luglio al 1.º di Gennaio. E in Parma, nel dì dell'Assunzione della Beata Maria Vergine, fu fatta una nobilissima corte, che durò quasi un mese, e furono creati due cavalieri del casato dei Rossi, cioè Guglielmino e Ugolino, fratelli germani, figli del fu Giacomo di Bernardo di Rolando Rossi. E nella festa del Beato Michele e del beato Francesco, in Ferrara fu fatta altra nobilissima corte, perchè Azzone figlio del Marchese d'Este fu fatto cavaliere, e prese per moglie una figlia di Gentile, figlio di Bertoldo Orsini, e fratello del fu Papa Nicolò III romano. Nello stesso anno e nella stessa stagione, anno 2.º del pontificato di Papa Martino, arrivò Pietro, fratello del Re di Francia e Conte d'Artois, con grosso esercito di Francesi, che andavano a soccorso di Carlo Re di Sicilia contro Pietro Re d'Aragona; e il giorno di S. Ilarione Abbate creò a Reggio tre cavalieri, due de' Fogliani, cioè Bartolino e Simone, e Rondanello de' Taccoli; e subito ripartì lo stesso giorno, perchè s'affrettava a soccorrere Carlo, e prima voleva anche fare visita a Papa Martino. Nella seguente Domenica poi, 25 ottobre, si rappacificarono quelli degli Strufi cogli Orsi e Salustri, nel convento de' frati Minori di Reggio, per interposizione di frate Giovannino de' Lupicini, lettore de' frati Minori a Reggio; ed erano presenti molti uomini e donne, giovanetti e donzelle, vecchi e ragazzi. In questi tempi viveva a Parma un pover uomo, che faceva il ciabattino, puro, semplice, timorato di Dio, cortese, cioè di urbane maniere, ed illetterato; ma aveva un intelletto tanto illuminato da intendere le scritture di quelli, che predissero il futuro, cioè dell'Abbate Gioachimo, di Merlino, di Metodio, della Sibilla, di Isaia, Geremia, Osea, Daniele, dell'Apocalisse, non che di Michele Scoto, che fu astrologo di Federico II. Imperatore. E molte cose ho udito da lui, che poscia avvennero; p. e. che Papa Nicolò III doveva morire in Agosto, e che il successore sarebbe stato Papa Martino, e molte altre cose, che stiamo aspettando che accadano, se vivremo, giacchè:

Ratio praeteriti scire futura focit.