In Reggio ogni fazion rotta ha la fede,

Le lingue arrota, si dilania e fiede.

In questi giorni si strinsero con vincoli di amore e di amicizia in una forte alleanza le città di Piacenza, Parma, Cremona, Reggio, Modena, Bologna, Ferrara e Brescia, che tutte parteggiavano per la Chiesa. I partigiani dell'Impero già da lungo tempo esulavano dalle loro città, e andavan vagando pel mondo senza speranza di rimpatriare, per quanto dipendeva dal partito della Chiesa; Mantova poi era della fazione contraria per impulso di Pinamonte, che la signoreggiava. Le suddette città adunque conoscendo tutti i danni, che avevano incolto i Modenesi, elessero dal proprio seno un certo numero di cospicui ambasciatori, e li mandarono a Reggio, perchè ivi convocassero una grande assemblea allo scopo di ripristinare in Modena la pace, se ve ne fosse modo. Ma non lo poterono, quantunque vi si adoprassero attorno molti giorni, e vi fossero convenuti i rappresentanti delle due parti di Modena, cioè quei di dentro, e quei di fuori. Finalmente gli ambasciatori con chiusero, deliberarono e decretarono che non si recherebbe a nessuna delle due parti nè consiglio, nè soccorso, nè aiuto, nè favore, sia perchè non vollero per loro bene e per la pace consentire alle proposte fatte, sia perchè non si poteva far danno a nessuna delle due parti dei Modenesi senza offendere il partito degli alleati, sendochè tutti stavano per la Chiesa, ed anche per non alimentare in quei di Reggio e d'altre città la speranza di ricevere aiuti, se talora in eguale maniera folleggiassero. Allora i Modenesi vedendosi abbandonati a se stessi da tutti quegli amici loro, in cui confidavano, mandarono a Firenze e alle altre città della Toscana per indurle a raccorre soldati, e a formare e mandare un esercito potente a farla finita, e che l'una parte l'altra esterminasse e disperdesse. Così stanno le cose oggi, ottava della Natività della beata Vergine. Come finirà, sallo Iddio; se camperemo, vedremo. Allora i Reggiani licenziarono il loro Podestà Tobia Rangoni di Modena, che andasse pe' fatti suoi, e se ne tornasse a Modena sua città, datogli prima quel salario che ad onore e decoro gli era dovuto. E per tre motivi ebbero a licenziarlo: Perchè era nuovo nel ministero dell'amministrare (non aveva mai avuto altra Podesteria che questa) e contro alcuni procedeva con acrimonia e ingiustizia; e per lievissimo fallo multava, o cacciava in carcere; la qual cosa spiacque ai Reggiani.... Perchè era balbuziente, tanto che provocava a riso chi l'ascoltava, e quando in consiglio voleva dire: Avete udito (propositam) la proposta? Diceva: audivistis propoltam? E lo deridevano come scilinguato; ma invece era balbuziente. Però meritano più di essere derisi quelli, che eleggono alle magistrature uomini di quella fatta, i quali non hanno valore di sorta: il che è segno che i simili godono che vi siano dei loro simili, lasciandosi guidare dall'interesse privato più che dal bene pubblico.... Finalmente perchè poneva in opera ogni mezzo per provocare discordie in Reggio e trascinare i Reggiani a parteggiare per la sua fazione, cioè quella dei Modenesi, che erano dentro Modena. Le quali cose considerando, i Reggiani lo deposero dall'ufficio, lasciandogli facoltà di tornare tra' suoi, ed elessero Podestà quello che era lor Capitano, aumentadogli il salario, per avere in avvenire un uomo che fosse saggio ed intraprendente, dal cui diritto operare e dalla cui fedeltà si crede salvata la città di Reggio.... Egli era oriondo di Città di Castello. In questi giorni Obizzo Vescovo di Parma convitò in casa sua il profeta de' Parmigiani, che si chiamava Asdente, e lo interrogò minutamente intorno a cose che stavano ancora nascoste nel fitto velo del futuro. Il quale rispose, a udita di molte persone, che fra breve i Reggiani e i Parmigiani soffrirebbero molte tribolazioni; e parimente vaticinò intorno alla morte di Martino 4.º Sommo Pontefice, delle quali cose determinò e specificò i tempi, ch'io non voglio riportare; e che a Martino dovevano succedere tre Papi tra loro divisi e nemici, de' quali uno sarebbe stato legittimo, gli altri eletti illegittimamente; predisse anche la ruina di Modena prima che avvenisse. E questo profeta altro non è che un uomo che ha l'intelletto illuminato ad intendere i detti di Merlino, della Sibilla, dell'Abbate Gioachimo e di tutti quelli che lessero nel futuro; ed è uomo cortese, umile, famigliare, senza sussiego, senza superbia, nè annunzia mai cosa con affermazione assoluta; ma dice sempre: Così pare a me; così intendo io il tal libro. E quando taluno leggendo in sua presenza, salta qualche tratto, subito se ne accorge, e dice: Tu mi fai inganno, tu hai ommesso qualche cosa. E molti da diverse parti del mondo vanno ad interrogarlo. Egli aveva predetto ben tre mesi prima dell'evento il disastro de' Pisani; e un certo Pisano venne da Pisa a Parma per un suo scopo ad interrogarlo, dopo due battaglie già combattute coi Genovesi. Perocchè i Pisani e i Genovesi tre volte si sono battuti in battaglia navale; la prima nel 1283, e due volte nel 1284, e ne' primi due combattimenti, tra morti e prigionieri si calcolano messi fuori di linea 6000, tra' quali il Conte Facio fu condotto prigione a Genova, e molti altri notabili. E, mentre tra loro in mare ferveva ancora la battaglia, un tal Genovese montò su una nave Pisana e si caricò di lastre d'argento; ma avendo l'armatura di ferro, ed essendo carico di lastre e volendo di nuovo risalire sulla sua nave non potè raggiungerla e cadde e colò a fondo, come una pietra, col ferro e coll'argento, e fors'anche colle sue scelleratezze. Tutti questi particolari li ho uditi dal lettore di Ravenna che era un Genovese, e veniva allora allora di Genova. E nota miracolo, e pensa: I Pisani sono stati sbaragliati e fatti prigionieri dai Genovesi nel tempo, nel luogo, nel mese, nel giorno, in cui essi avevano catturato i Prelati a' tempi di Papa Gregorio IX di buona memoria; e giudica se è vero ciò che il signore disse in Zaccaria 2.º: Chi tocca voi, tocca la pupilla dell'occhio mio. Nota che i Parmigiani, uno de' quali mi son io, dicono che la vendetta sino a trent'anni è ancora in tempo. E dicono vero. Ve ne ha un esempio lampante in S. Brizio, a cui dopo trent'anni di episcopato toccò la pena vindice delle moltiplici afflizioni inferte a S. Martino, per cui ne soffrì moltiplici tormenti. Leggi la vita di S. Brizio, e vedrai se non è come ti dico. Così l'anno 1284 ripensando i Pisani al danno inferto loro dai Genovesi, e volendosene vendicare, costruirono sull'Arno molte navi e galee e attrezzi di marina; e, allestita la squadra, deliberarono e pubblicarono ordinanza che dei Pisani dai venti a' sessant'anni nessuno vi fosse esente dal servire in guerra. E corsero tutta la marina Genovese distruggendo, incendiando, uccidendo, catturando, e rapinando: e devastarono tutto quel tratto di litorale che da Genova si stende sino alla Provenza, passando davanti a tutte le città marittime, cioè Noli, Albenga, Savona, e Ventimiglia in cerca de' Genovesi per dar loro battaglia. I Genovesi anch'essi avevan fatta ordinanza che nessuno dei loro dai diciotto ai settant'anni rimanesse a casa, ma dovesse co' suoi concittadini impugnare la spada; e così correvano il mare dando la caccia ai Pisani. Finalmente s'incontrarono fra il Capo Corso e la Gorgona[62], legarono insieme colle catene le galee, come è loro costume nelle battaglie navali, ed ivi si batterono con tanta strage d'ambe le parti, che pareva averne compassione anche il cielo e conturbarsene. Molti dell'una parte e dell'altra eran morti e molte navi colate a fondo. E già i Pisani avevano avuto il sopravvento, quando giunse ai Genovesi un rinforzo di galee, e di nuovo si lanciarono sui Pisani già stanchi; ma pur tuttavia gli uni e gli altri continuarono la zuffa con accanimento. Finalmente i Pisani, riconoscendosi vinti, si arresero ai Genovesi, i quali uccisero i feriti, e mandarono gli altri alle prigioni. Ma anche chi vinse non potè menarne gran vanto, poichè la battaglia fu deplorevolmente sanguinosa pei vinti e pei vincitori. E furono tante le lagrime ed i sospiri in Genova e in Pisa, che mai non ne furono altrettanti in quelle città dalla loro fondazione sino a noi. E chi senza piangere e senza contristarsi può narrare il furore, con cui quelle due nobilissime città, d'onde veniva agli Italiani ogni sorta di ben di Dio, si laceravano per sola vanità, e ambizione, e vana gloria di supremazia, come, se il mare non fosse ampio abbastanza ai naviganti? Quindi invalse l'usanza di dire:

Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apte,

Qui ruit in peius, quo dedecoratur aperte.

Male al danno appien provvede

Chi da folle se lo incoglie;

Ma se al peggio volge il piede

Danno ed onta ne raccoglie.

Questa battaglia fu combattuta ai 13 d'Agosto, Domenica, festa dei SS. Ippolito e Cassiano[63]. Io non ho voluto segnare quì il numero dei morti e dei prigionieri dell'una e dell'altra parte, perchè si racconta in diverse maniere. Però l'Arcivescovo di Pisa ne fissava un numero preciso in una lettera all'Arcivescovo di Bologna, numero ch'io non voglio notare, perchè aspetto da Pisa alcuni frati Minori, che me ne daranno la cifra accertata. E nota che questa battaglia tra Pisani e Genovesi fu pronosticata e segnalata molto prima che si combattesse, giacchè nella villa di S. Ruffino[64] della diocesi di Parma, alcune donne, che di notte purgavano il lino, videro due grandi astri in cielo, che andavano l'uno contro l'altro all'assalto, e più volte si ritirarono, e più volte di nuovo ritornarono al cozzo. Nell'anno sussegnato, dopo la battaglia tra Pisani e Genovesi, molte donne Pisane, belle, nobili, ricche e di potenti famiglie, unite ora a trenta, ora a quaranta insieme, da Pisa a piedi si recavano a Genova per cercare e fare visita ai prigionieri di loro famiglie; tra quali chi vi aveva il marito, chi il figlio, il fratello, il consanguineo, cui Iddio non aveva balzati nel seno della misericordia di coloro che li avevano fatti prigionieri (Salmo 105.º). E quando quelle donne domandavano ai custodi delle carceri di vedere i proprii parenti, si sentivano rispondere: Ieri ne sono morti trenta, oggi quaranta, e li abbiamo gettati in mare, e di questo ne tocca ogni giorno ai Pisani. E quelle donne udendosi dire tali cose de' loro cari, e non potendoli rivedere, angustiate dalle strette del cuore cadevano a terra, e per la piena dell'affanno e del dolore appena potevano respirare; e poi, ripreso fiato, colle unghie si laceravano la faccia, si scarmigliavano i capelli, e ad alte e gemebonde grida piangevano fino a che loro restavano lagrime da versare. Imperocchè i Pisani morivano in carcere d'inedia, di fame, di penuria, di miseria, di dolore e di tristezza, poichè: Ebbero dominio su di loro quelli che li odiavano, i loro nemici eran quelli che li tormentavano, ed erano caduti sotto le loro mani. (Salmo 105º). Nè i Pisani erano giudicati degni de' sepolcri de' padri loro, e perciò li privavano di sepoltura.... E quando le dette donne Pisane arrivavano di ritorno a casa, trovavano morti altri, che alla partenza avevano lasciati sani. Iddio in quell'anno percosse la città di Pisa con una pestilenza, che trasse assai di cittadini al sepolcro... nè vi era casa, in cui non si trovasse un morto.... Toccò Iddio i Pisani colla spada del suo furore perchè da lungo tempo erano diventati ribelli alla Chiesa, e perchè avevano catturato in mare i prelati che andavano al concilio convocato da Papa Gregorio IX di buona memoria.... Quattr'anni io ho abitato nel convento di Pisa dell'Ordine de' frati Minori, ben quarant'anni fa, e perciò mi contristano le sventure de' Pisani, e ne ho compassione: e Dio me lo vede nel cuore. E, quando io abitava colà, fu per tre anni loro Podestà Bonacorso da Palù, cui i Pisani fecero loro Ammiraglio, e lo misero alla testa di quella loro armata, che condussero sulle loro galee sino alle bocche del porto di Genova. (Ed i Pisani oltre le galee vecchie che possedevano, ne costruirono cento di nuove per trasportare quell'esercito, e l'Imperatore in servizio e aiuto dei Pisani, ne mandò di sue cinquanta in completo assetto di guerra, le quali, trovandomi io sul porto di Pisa, ho vedute io arrivare dal Regno.) Ed i Pisani, giunti colla loro armata vicino al porto di Genova lanciarono contro la città per millanteria, per fasto ed a sempiterna memoria, un nembo di saette che portavano l'acuta punta non di ferro, ma d'argento. Essi per tanto vedendo che i Genovesi non uscivano a battaglia, risolcarono il mare devastando e incendiando tutto quanto si parava loro innanzi lungo il litorale de' Genovesi. E nota che come è naturale l'odio tra l'uomo e il serpente, il cane e il lupo, il cavallo e il grifone, così cova un lungo odio tra Pisani e Genovesi, Pisani e Lucchesi, Pisani e Fiorentini. Tra Pisani e Genovesi per cagione della supremazia sul mare, volendo per una certa ambizione, ciascuno parere da più dell'altro; e allora i monti si innalzano, ma le pianure non si abbassano.... Tra Lucchesi e Pisani cova odio, discordia e malevolenza, non solo perchè quelle due città sono di territorio confinanti, ma anche perchè i Pisani appresero dieci castelli del Vescovo di Lucca, e li tennero lungo tempo, per cui furono anche scomunicati, e persistettero lungo tempo nella loro pertinacia (quelle castella erano sui monti). Tra Fiorentini poi e Pisani cova odio, perchè quando i Fiorentini andavano a Pisa per comperare merci, i Pisani facevano loro pagare troppo grave dazio d'uscita alle porte. Avuta dunque notizia i Fiorentini e i Lucchesi, che erano legati tra loro d'interessi e di amicizia, del gran colpo inferto dai Genovesi ai Pisani, giudicarono quello un momento favorevole, e ordinarono un esercito contro i Pisani nell'anno preindicato, in Dicembre, poco prima di Natale, e con loro dovevano trovarsi quei di Prato e di Corneto per avviluppare i restanti Pisani, e se fosse possibile, ridurli a completa ruina, e farli sparire dalla faccia della terra. La qual cosa risaputasi dai Pisani, se ne impensierirono altamente, riconoscendo che su di loro si adempieva quel detto del Deuteronomio 28.º: E voi resterete poca gente, là dove per addietro sarete stati come le stelle del cielo in moltitudine. Onde i Pisani atterriti si volsero a pregare Iddio.... Avendo dunque sciolte al cielo le preghiere, s'avverò la scrittura che dice: È necessario che intervenga l'aiuto di Dio quando manca quello degli uomini. E sorse loro in mente il buon consiglio di mandare le chiavi della loro Pisa a Papa Martino perchè li difendesse dai loro nemici; il quale di buon grado li accolse tra le sue braccia, e represse i nemici insorgenti.... Isaia 60º: Ed i figliuoli di quelli che ti affliggevano verranno a te inchinandosi; e tutti quelli che ti dispettavano si prostreranno alle piante de' tuoi piedi. Ciò che ho udito, ho scritto; oggi le cose sono così; non si sa come anderà poi a finire; chi camperà vedrà l'esito degli eventi. Tutto il mondo è in perturbazione e volto al sinistro; siamo sulla fine del 1284. Nel millesimo suindicato corse voce che Federico 2º, già Imperatore, vivesse ancora in Allemagna; e che avesse sèguito di una immensa moltitudine di Tedeschi, ai quali largamente faceva le spese. E acquistò tanta consistenza e diffusione questa voce che molte città Lombarde spedirono messi speciali a vedere e constatare, se effettivamente ancora vivesse, o se fosse una fiaba. Anche il Marchese d'Este ne mandò uno per conto proprio. Anche alcuni Gioachimiti prestarono qualche fede alla voce corsa e credettero non impossibile la sopravvivenza di Federico, perchè la Sibilla dice: «Essa chiuderà gli occhi di morte ascosa, cioè la gallina gallicana, e sorviverà e suonerà fama a dire in mezzo ai popoli, vive e non vive, essendo superstite uno dei polli, o uno de' polli dei polli.» Anche Merlino dice di lui: «Due volte quinquagennario sarà trattato blandamente.» Il qual passo i Gioachimiti lo interpretavano così: Due volte cinquanta fanno cento; quasi sostenendo che avesse cent'anni. Ma non ne fu nulla. Col tempo si provò che era un ciurmadore, un gabbamondo, che tali cose fingeva a guadagno; e così tanto egli che i suoi seguaci sfumarono. Parimente nello stesso anno suonò altra fama. Dissero testimoni veridici, cioè frati Minori e Predicatori che da poco erano arrivati d'oltremare, che tra Tartari e Saraceni era per avvenire una gran novità. Dicevano dunque che il figlio del defunto Re dei Tartari era insorto a combattere lo zio regnante, che aveva fatta adesione ai Saraceni; e l'aveva ucciso, e con lui aveva fatta strage di una grande moltitudine di Saraceni. Inoltre mandò comando al Soldano di Babilonia di fuggire in Egitto; altrimenti se l'avrà tra le mani, lo ucciderà, quando arriverà ai paese di lui, ove si è proposto di andare sollecitamente; perocchè, come si dice, vuol essere in Gerusalemme il Sabato Santo; e se vedrà discendere fuoco dal cielo, come asseriscono i cristiani, minaccia di uccidere tutti gli Agareni che potrà incontrare. E già prima di cominciare la predetta guerra alleato coi Georgiani e cogli altri cristiani, a cui aveva fatta adesione, fece coniare moneta, sovra un lato della quale vedevasi il Sepolcro, e sull'altro stava scritto: In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Pose anche sulle armi e sugli stendardi la croce, e nel nome del Crocifisso menò duplice strage, cioè dei Saraceni e dei Tartari avversi a lui. Giunto ciò a conoscenza del Soldano di Babilonia e degli Agareni di lui sudditi, che si affrettavano a portare soccorso ai Tartari, si ritirarono, velocemente fuggendo, per non perire anch'essi coi cristiani nemici. E qui finisce l'istoria. In questo stesso millesimo, i Modenesi di dentro la città, presso Montale[65], il giorno 19 Settembre, il Martedì prima delle Tempora, di nuovo si azzuffarono coi Modenesi fuorusciti, che abitavano a Sassuolo, e si battagliò aspramente dall'una e dall'altra parte con grande strage. Però i Modenesi, che abitavano in Sassuolo furono vittoriosi anche in questo combattimento, che accadde in Martedì, presso Montale, come li erano stati nel primo, che avvenne un lunedì, al principio delle ostilità; e in questi due scontri tra morti sul campo e prigionieri ve ne furono ben cinquecento; e parte caddero di spada, altri furon tradotti ai ceppi in carcere, ed ivi trattenuti. In quel tempo i Modenesi di dentro la città ebbero un tale che si spacciava per astrologo ed indovino, a cui davano dieci denari grossi d'argento al giorno, e ogni notte tre grosse candele Genovesi di purgatissima cera, e, interrogando il futuro, prometteva ai Modenesi che, se una terza volta si cimentassero a combattimento, ne riporterebbero vittoria. A cui i Modenesi risposero: Noi non vogliamo misurarci coi nostri nemici nè in Lunedì, nè in Martedì, perchè in questi due giorni siamo stati vinti: designane un giorno diverso per combattere, e sappi che se questa volta non riporteremo la vittoria, che ne prometti, ti caveremo l'altro occhio che ti resta. (Giacchè era guercio, e un barattiere, un gabbamondo, come provò l'evento). Temendo egli dunque di non indovinare, se ne portò via tutto quello che s'era guadagnato, e all'insaputa di tutti... se la svignò per la sua strada. Allora quei di Sassuolo cominciarono a far loro le beffe, come a gente che: Ha sacrificato ai demonii, e non a Dio; a Dii, i quali essi non avevano conosciuto, Dii nuovi, venuti di prossimo e a cui i loro padri non avevano prestato culto. (Deuteronomio 32º). E i Parmigiani, udendo quanti disastri avevano colpito i Modenesi, mandarono dodici ambasciatori, per desiderio di ricomporli a concordia. Ma fu opera vana. Non prestarono fede a loro e non vollero ascoltarli.... Ma tutto questo accadde perchè si avverasse la profezia di Merlino profeta Inglese. Perocchè Merlino compose versi, ne' quali presagiva con verità l'avvenire delle città Lombarde, Toscane, Romagnole e della Marca, versi ch'io credo degni d'essere qui riportati, e che cominciano così: