O Francesco, co m’hai strutto!—el mondo te arprendi tutto,
ed haime messo en tal corrotto,—che m’hai morto e subissato.

Non voglio piú suffrire,—per anticristo voglio gire;
e vogliolo far venire,—ché tanto è profetizato.

—Con lui te darò el tratto,—el mondo t’artorrò affatto,
enfra li tuoi troverò patto—che i vestirò del mio vergato.

—La profezia non me talenta,—a la fin sí me sgomenta,
che te de’ armaner la venta,—alora siraio enabissato.—

La battaglia dura e forte,—molti siròn feriti a morte,
chi vincerá averá le scorte,—e d’onne ben sirá ditato.

LXIII
Epistola consolatoria a frate Ioanni da Fermo
ditto da la Verna per la stanzia dove anco se riposa:
transferita en vulgare la parte litterale, quale è prosa

A fra Ianne da la Verna,—ch’en quartana se scioverna,
a lui mando questa scretta,—che da lui deggi esser letta.

Gran cosa ho reputata e reputo sapere abundare de Dio. La ragione? perché in quello è esercitata la umilitá con reverenzia. Ma grandissima cosa ho reputata e reputo sapere degiunare de Dio e patirne caristia. La ragione? perché in quello la fede è esercitata senza testimonii: la speranza senza espettazione de premio: la caritá senza signi de benivolenzia. Questi fondamenti sono ne li monti santi. Per questi fondamenti ascende l’anima a quello monte coagulato, nel quale se gusta el mele de la pietra e l’olio de lo sasso durissimo.

Vale, fra Ioanne, vale!—non t’encresca patir male.

Fra la ’ncudene e ’l martello—sí se fa lo bel vasello;
lo vasello de’ star caldo,—perché ’l corpo venga en saldo.