De l’onor c’hai conculcato—nasce piú forte onore;
se om terreno nol vede—battaglie t’en porti nel core,
poi che per li signi de fore—odi che se’ santo chiamato
tu, Satanas encarnato,—odi de te tal parlare.

Tutta la vita tua en pianto—parme che sia reputato,
vedendo ’l Signor en vergogna—ed io so d’onore amantato;
o cor mio tribulato,—l’arra porto d’enferno,
vivo nel mio dispiacenno—e campo per tal preliare.

Vergogna è ’l nimico palese,—puoite da longa coprire,
l’Onor è el nimico de ciambra,—non li puo’ enante fugire;
parme piú forte ad transire—onore en profonda umilitate
che non è soffrir mia vilitate—en forteza abracciata de core.

XCV
Altro cantico nel quale pur se parla de anichilazione
e trasformazione, come nella [xcii] lauda de sopra
posta. Ed in due stanzie de questa appare defetto.

Que farai, morte mia,—che perderai la vita?
Guerra infinita—sirá tuo cuor demorare.

Or que farai, morte mia,—che perderai la vita?
Se io t’aggio nutrita—io me ne pento;
e poi la morte non tornai a vita,—guerra infinita
sí t’arepresento;—però taccio ed assento,
quel che voglio non faccio—e quel che voglio desfaccio;
la lengua ne taccio—co omo obstinato.

Non enante la morte—se trova la vita;
oimè! te vita—porríate trovare;
ma po’ la morte—se truova la vita,
ma perde la vita—cotal demorare;
elato me pare—cotal exercire,
non può pervenire—a lo infinito stato.

Oimè!—ed io per te vo te fugendo,
parlando tazo,—lassando allazo,
dentro a la pelle—sta lo encreato.

Oimè! la tua pelle—è tanto rotta,
che dentro non può stare;—or facciamo che sia morta,
la vita sua fori a lo scorticare—per fede te convien passare,
e desperanza trovare—del bene e del male
esser scortecato.

Dentro a lo scortecato s’è remesso—colui che vo cercanno,
or faciam che sia quesso—voler morir per non vivere entanno;
par molto cosa dura—la morte e la vita far una,
mozzare onne figura—e non posseder nullo aspetto.