NOTA

Le rime di fra Iacopone da Todi videro dal secolo XV in poi la luce in parecchie edizioni. Le principali furono: la fiorentina del 1490[9], considerata come l’editio princeps, la bresciana del 1495[10] e la veneta del Tresatti, pubblicata nel 1617[11]. Dalla Principe derivarono l’edizione romana di G. B. Modio e la napoletana di Lazzaro Scoriggio[12]; dalla bresciana le due veneziane di Bernardino Benalio e al Segno della Speranza[13].

Ma all’edizione principe quanti sino ad oggi si occuparono del poeta tudertino concordemente riconobbero la maggiore autoritá, sia per ciò che concerne l’autenticitá delle laude in essa raccolte, sia per la lezione, che meglio d’ogni altra sembra conservare le impronte idiomatiche della regione ove il poeta nacque e dettò i suoi carmi spirituali[14]. Onde io, convinto di far cosa utile agli studi iacoponici col divulgare un testo ormai quasi introvabile, qualche anno fa ristampai per conto della Societá filologica romana l’edizione bonaccorsiana, limitandomi ad introdurvi le poche modificazioni imposte dall’uso invalso nella pubblicazione degli antichi testi, e che mi parve potessero notevolmente migliorarla[15]. Ed oggi l’edizione fiorentina, modificata ancora nella grafia, ma fin dove lo consenta il rispetto dovuto a una stampa autorevolissima del Quattrocento, vede nuovamente la luce nella collezione degli Scrittori d’Italia. Ma perché pubblicare ancora una volta quella stampa, in luogo di tentar finalmente l’edizione critica dei ritmi iacoponici, ripetutamente invocata da Alessandro D’Ancona?[16]

Il perché esposi nella prefazione all’edizione della Societá filologica; e ad essa senz’altro potrei rimandar il lettore, se frattanto un egregio studioso, il prof. Biordo Brugnoli della R. Scuola normale di Perugia, nella dotta introduzione ad un suo faticoso e diligente lavoro di ricostruzione delle satire iacoponiche, non avesse sollevato molti dubbi sull’autoritá, da me nuovamente affermata, della stampa bonaccorsiana[17]. Esaminati i codici piú antichi, egli trova che il confronto non è sempre favorevole all’edizione fiorentina, nella quale rileva difetto di criteri sicuri nell’adozione delle forme grafiche e fonetiche, e tracce di alterazioni dovute all’uso di codici toscani o toscaneggianti; afferma inoltre che l’antichitá dei mss., a cui il Bonaccorsi attinse, è minore di quella che io non mostri di credere; e conclude che «per la ricostruzione del testo originale è non solo utile ma conveniente attingere ad altre fonti non meno e forse piú autorevoli»[18].

Potrei rispondere a queste osservazioni che io non ho mai ritenuto il testo dell’edizione fiorentina come la forma originale, nella quale primamente apparvero i canti del poeta tudertino, e che non ho escluso si possa in avvenire, quando fortunate ricerche ci portino al ritrovamento di mss. piú antichi di quelli che sono a nostra conoscenza, ricostruire un testo di gran lunga piú attendibile. Ma potrei anche aggiungere: perché il Brugnoli, conoscendo altre fonti «e non meno e forse piú autorevoli» della stampa bonaccorsiana, ha tuttavia creduto opportuno di sceglier questa a fondamento dell’edizione critica delle satire iacoponiche, e di contro al testo da lui ricostruito sulle varianti di numerosi codici ha sentito la necessitá di riprodurre integralmente le singole poesie nella lezione data dal Bonaccorsi?

Ma, per non tediare il lettore con polemiche oziose, cercherò di rimettere la questione nei suoi veri termini, riassumendo quanto scrissi altra volta, e brevemente rispondendo alle obbiezioni mossemi dall’egregio studioso perugino.

Io ho ritenuto e ritengo che il maggior valore dell’edizione principe, in confronto non solo di tutte le altre raccolte a stampa, ma ben anco dei codici del XIV secolo, consista nelle fonti a cui il Bonaccorsi attinse e nel metodo da lui tenuto—metodo che non esiterei a dichiarare rigorosamente scientifico—per ricavarne una lezione vicina il piú che fosse possibile all’originale forma umbra. Il proemio del Bonaccorsi ci dá preziose informazioni in proposito, e non parrá superfluo che io lo trascriva integralmente.

Al Nome et honore della sanctissima trinitá: et della gloriosa vergine Maria: et de tutta la corte del cielo. Qualunque persona devota si delecta de havere et leggere le infrascripte laude del beato frate Iacopone da Todi de l’ordine de frati minori, le quali lui compose a diversi tempi per utilitá et consolatione di coloro che desiderasseno per via de croce et delle virtú seguitare el Signore: sapia per vero come circa la impressione presente, a fine che fusse emendata quanto piú si potesse: et reducta alla puritá anticha, che si trova molto alterata in piú libri: è stata usata questa diligentia, cioè che si sono havute due copie de tale laude cavate studiosamente da doi exemplari Todini assai antichi: et piú copiosi et migliori che si trovino in quella cittá: et doi altri volumi pur antichi in buona carta, facti con diligentia: de quali uno appare scripto nella cittá de Perugia: dell’anno MCCCXXXVI trovato in Firenze: de laude XC et non piú et molti altri volumi de diversi religiosi: et de altre particulare persone, trovati pur in Firenze. Da i quali tutti volumi, et spetialmente da li dicti piú antichi concordati molto insieme, si ha cavata nova copia per dare a l’impressori, servata la simplicitá et puritá anticha secondo quel paese di Todi, del modo di scrivere et de vocaboli, sí come è parso a piú persone devote et spirituale che si dovesse fare, senza mutare o agiongere alcuna cosa di novo. Et in tal modo fo cominciata tale impressione a dí XII de agosto passato, et continuata come si vede fino al numero centenario de laude, et due piú, non essendo maggior numero, ma piú presto minore in li predicti et molti altri volumi antichi, maxime della dicta citá di Todi, che fu la terrena patria del auctore: et dove se ne trova libri assai: dove etiam lui morí: et sono le sue ossa in veneratione. Non si dice però per questo che lui non facesse maggior numero de laude, né anco si afferma, che tutte queste siano facte da lui, per non se havere di ciò altro di certo. Quanto all’ordine de esse laude, vedendosi quello essere vario et incerto in molti libri: benché li Todini siano quasi ad uno modo, non è parso inconveniente cominciare da quelle due della Madonna: quale è porta et inventrice de ogni gratia, et da poi mettere le piú facile et successive le altre. Et anco distinguere le materie, et metterle insieme al meglio che si ha inteso, sí come si vederá facto. Della vita del prefato beato Iacopone in particulare non pare che si trovi certa narratione: ma della sua perfectione et trasformatione in l’amore divino, assai si vede per suoi scripti: et anco se intende el tempo nel quale lui fu, et scrisse.

Siano adunque confortati li lectori a legere con attentione esse laude simplici quanto al stilo et parole: ma piene di sancta doctrina, et de alti sentimenti in piú de quelle: li quali non potendo cosí intendere essi lectori, vogliano honorarli: et pregare la divina bontá, che li illumini la mente all’intelligentia di quanto bisogna alla salute de l’anime loro.