—Po’ ’l peccato avea commesso,—sí dicea del confessare;
el Nemico dicea con esso:—Tu nol porrai mai fare;
co porrai pena portare—de cusí grande offensanza?
—La pena che è portata—en questo mondo del peccato,
lebbe cosa è reputata—a pensar de quello stato
nel qual l’uomo n’è dannato—per la sua gran nequitanza.
—Col sozo laido peccato—me tenea col vergognare
e diceame:—En esso stato—tu nol porrai confessare;
co porrai al prete spalare—cosí grande abominanza?
—Meglio t’è d’aver vergogna—denante al preite mio,
che averla poi con doglia—al iudicar che farò io,
che mostraraio el fatto tio—en cusí grande adunanza.
—Ed io me rendo or pentuto—de la mia offensione
ché non so stato aveduto—de la mia salvazione;
pregote Dio, mio patrone,—che de me aggi piatanza.
—Poi ch’a me te sei renduto,—sí te voglio recepire;
e questo patto sia statuto—che non degge piú fallire;
ch’io non porría suffrire—cusí grande sconoscenza.
XI
De l’anema contrita de l’offesa di Dio
Signore, damme la morte—nante ch’io piú te offenda;
e lo cor se fenda—ch’en mal perseverando.
Signor, non t’è giovato—mostrarme cortesia;
tanto so stato engrato,—pieno di villania!
pun’ fin a la vita mia—ch’è gita te contrastando.
Megli’è che tu m’occidi,—che tu, Signor, sie offeso;
ché non m’emendo, giá ’l vidi;—nante a far mal so acceso;
condanna ormai l’appeso,—ché caduto è nel bando.