Hacce enfusa umilitate,—morta ci ha superbietate
che la mente en tempestate—tenea sempre enruinata.

L’odio sí n’ha fugato—e lo cor ha ’namorato;
nel prossimo l’ha trasformato—en caritate abracciata.

L’ira n’ha cacciata fore—e mansueto ha fatto el core,
refrenato omne furore—che me tenea ensaniata.

E l’accida c’è morta—e iustizia c’è resorta;
dirizat’ha l’alma storta—en omne cosa ordenata.

L’avarizia n’è deietta—e pietate ce se assetta;
larga fa la benedetta—la sua gran lemosinata.

Enfrenata c’è la gola,—temperanza ce tien scola;
la necessitate sola—quella sí gli è ministrata.

La lussuria fetente—è cacciata da la mente;
castetate sta presente—che la corte ha relustrata.

O cor, non essere engrato—tanto ben che Dio t’ha dato!
vive sempre ennamorato—con la vita angelicata.

XIV
Como li vizi descendono da la superbia

La superbia de l’altura—ha fatte tante figliole;
tutto ’l mondo se ne dole—de lo mal che n’è scontrato.