Io offesi una fiata,—enestante fui dannato,
e tu, pieno de peccato,—pènsete d’essere salvato?

—O Nemico, giá non penso—per mio fatto de salvare,
la bontate del Signore—sí me fa de lui sperare.

So securo che Dio è bono,—la bontá de’ essere amata,
la bontate sua m’ha tratta—d’esser de lui ’namorata.

Se giamai non me salvasse—non de’ essere meno amato;
ciò che fa lo mio Signore—si è iusto ed èmme a grato.—

Lo Nemico sí remuta—en altra via tentazione:
—Quando farai penitenza,—se non prendi la stascione?

Tu engrassi questa carne—a li vermi en sepultura,
deveríla cruciare—en molta sua mala ventura.

Non curar piú d’esto corpo,—ché la cura n’ha ’l Signore
né de cibo né de vesta—non curar del malfattore.

—Falsadore, io notrico—lo mio corpo, no l’occido;
de la tua tentazione—beffa me ne faccio e rido.

Io notrico lo mio corpo—che m’aiuta a Dio servire,
a guadagnar quella gloria—che perdesti en tuo fallire.

—Gran vergogna è a te fallace—sostener carne corrutta,
la battaglia cusí dura—guadagnar lo ciel per lutta.