E, in ogni grado di magnitudine, una medesima cosa veduta si dimostrerà di diverse grandezze, benchè spesse volte il paragone delle cose circostanti non lascino discernere tale mutazione d’una sola cosa, che si risguardi.

CXII. — INGANNO DEI SENSI.

L’occhio, nelle debite distanze e debiti mezzi, meno s’inganna nel suo uffizio, che nissun altro senso, perchè (non) vede se non per linee rette, che compongono la piramide [formata dal raggi luminosi], che si fa base dell’obbietto, e la conduce a esso occhio, come intendo provare.

Ma l’orecchio forte s’inganna nelli siti e distanze delli suoi obbietti, perchè non vengono le spezie [le onde sonore] a lui per rette linee, come quelle dell’occhio, ma per linee tortuose e riflesse, e molte sono le volte che le remote paiano più vicine, che le propinque, mediante li transiti di tali spezie; benchè la voce di eco sol per linee rette si riferisce a esso senso.

L’odorato meno si certifica del sito, donde si causa un’odore; ma il gusto e il tatto, che toccano l’obbietto, han sola notizia di esso tatto.

CXIII. — SUL TEMPO.

Benchè il tempo sia annumerato in fra le continue quantità, esso, per essere invisibile e sanza corpo, non cade integralmente sotto la geometrica potenza, la quale lo divide per figure e corpi d’infinita varietà, come continuo nelle cose visibili e corporee far si vede; ma sol co’ sua primi principî si conviene, cioè col punto e colla linia: il punto nel tempo è da essere equiparato al suo istante, e la linea, ha similitudine colla lunghezza d’una quantità d’un tempo, e, siccome i punti son principio o fine della predetta linea, così li instanti son termine e principio di qualunque dato spazio di tempo, e se la linea è divisibile in infinito, lo spazio d’un tempo di tal divisione non è alieno, e se le parti divise della linea sono proporzionabili infra sè, ancora le parti del tempo saranno proporzionabili infra loro.

CXIV. — SUL CONCETTO DEL TEMPO.

Scrivi la qualità del tempo separata dalla geometrica.

CXV. — SUL CONCETTO DEL NULLA.