XXVI. — CONCLUSIONE DEL POETA, PITTORE E MUSICO.

Tal differenza è in quanto alla figurazione delle cose corporee dal pittore al poeta, quant’è dalli corpi smembrati alli uniti: perchè il poeta, nel descrivere la bellezza o bruttezza di qualunque corpo, te lo dimostra a membro a membro e in diversi tempi, e il pittore tel fa vedere tutto in un tempo.

Il poeta non può porre colle parole la vera figura delle membra, di che si compone un tutto, come il pittore, il quale tel pone innanzi con quella verità, ch’è possibile in natura. E al poeta accade il medesimo, come al musico, che canta solo un canto composto di quattro cantori; e canta prima il canto [Oggi: soprano], poi il tenore, e così sèguita il contralto e poi il basso: e di costui non risulta la grazia della proporzionalità armonica, la quale si rinchiude in tempi armonici. E fa esso poeta a similitudine di un bel volto, il quale ti si mostra a membro a membro, che, così facendo, non rimarresti mai saddisfatto della sua bellezza, la quale solo consiste nella divina proporzionalità delle predette membra insieme composte, le quali solo in un tempo compongono essa divina armonia, di esso congiunto [insieme accordo] di membra, che spesso tolgono la libertà posseduta a chi le vede.

E la Musica ancora fa, nel suo tempo armonico, le soavi melodie, composte delle sue varie voci, dalle quali il poeta è privato della loro discrezione [spartizione o divisione] armonica; e, benchè la Poesia entri pel senso dell’audito alla sedia del giudizio, siccome la Musica, esso poeta non può descrivere l’armonia della Musica, perchè non ha podestà in un medesimo tempo di dire diverse cose, come la proporzionalità armonica della Pittura, composta di diverse membra in un medesimo tempo, la dolcezza delle quali sono giudicate in un medesimo tempo, così in comune, come in particolare. In comune in quanto allo intento del composto, in particolare, in quanto allo intento de’ componenti, di che si compone esso tutto; e per questo il poeta resta, in quanto alla figurazione delle cose corporee, molto indietro al pittore, e delle cose invisibili rimane indietro al musico.

Ma, s’esso poeta toglie in prestito l’aiuto delle altre scienze, potrà comparire alle fiere come gli altri mercanti, portatori di diverse cose, fatte da più inventori: e fa questo il poeta, quando si impresta l’altrui scienza, come dell’oratore, filosofo, astrologo, cosmografo e simili, le quali scienze sono in tutto separate dal poeta. Adunque questo è un sensale, che giunge insieme diverse persone a fare una conclusione di un mercato; e, se tu vorrai trovare il proprio ufficio del poeta, tu troverai non essere altro, che un ragunatore di cose rubate a diverse scienze, colle quali egli fa un composto bugiardo, o vuoi, con più onesto dire, un composto finto. — E in questa tal finzione libera esso poeta s’è equiparato al pittore, ch’è la più debole parte della pittura.

XXVII. — CAUSA DELLA INFERIORITÀ IN CUI È TENUTA LA PITTURA.

Per fingere le parole la Poesia supera la Pittura, e per fingere fatti la Pittura supera la Poesia, e quella proporzione ch’è da’ fatti alle parole, tal è dalla Pittura ad essa Poesia, perchè i fatti sono subbietto dell’occhio, e le parole subbietto dell’orecchio; e così li sensi hanno la medesima proporzione in fra loro, quali hanno li loro obbietti infra sè medesimi, e per questo giudico la Pittura essere superiore alla Poesia.

Ma per non sapere li suoi operatori dire la sua ragione è restata lungo tempo sanza avvocati; perchè lei non parla, ma per sè si dimostra e termina ne’ fatti, e la Poesia finisce in parole, con le quali, come boriosa, sè stessa lauda.

IL PITTORE E LA PITTURA.

I. — VASTITÀ DEL CAMPO DELLA PITTURA.