[126]. Leonardo, nelle sue ricerche lente e faticose sulla caduta dei gravi, non giunse alla determinazione di quella legge degli spazi proporzionali ai quadrati dei tempi, che rese immortale Galileo Galilei. Il principio qui espresso è che il peso cadente è soggetto ad una forza di accelerazione costante, la quale fa sì che l’aumento della distanza fra i gravi discendenti è eguale e proporzionale ai tempi della caduta. Intorno alle investigazioni di Leonardo sulla discesa dei gravi si veda il Venturi, Essai sur les ouvrages phisico-mathématiques de Léonard de Vinci. Paris, 1797, pag. 16; e le acute pagine del Caverni, Storia del metodo sperimentale in Italia. Firenze, 1895. Vol. IV, pag. 69-80.

[127]. Tale concetto intorno ai moti equabili, tratto dalla meccanica aristotelica (Quæstiones mechanicæ. Opera. Venezia, 1560. Vol. XI, cap. II), è affermato vero dal Vinci nei limiti naturali: «Se una potenza moverà un corpo in alquanto tempo un alquanto spazio, la medesima potenza moverà la metà di quel corpo nel medesimo tempo due volte quello spazio, ovvero la medesima virtù moverà la metà di quel corpo per tutto quello spazio nella metà di quel tempo.» Manoscritto F, folio 26 vº. — Ciò che Leonardo combatte nel frammento LXII è l’arbitraria estensione della legge al di là di ogni esperienza e di ogni possibilità di natura, è la tendenza ingenita in certe menti irrequiete di dar forma metafisica alle leggi fisiche, di applicare la vuota astrattezza del termine in infinito alla natura manifestantesi nello spazio e nel tempo finito.

[128]. Il frammento è stato compiutamente frainteso dal Ravaisson, per la sostituzione della parola frate alla parola fructo, che si trova realmente nel manoscritto. (Les manuscrits de Léonard de Vinci. Manuscrits F et I de la bibliothèque de l’Institut. Paris, 1889. F, folio 72 vº.)

[129]. Leonardo ha tradotto questo passo parola a parola dalla Prospettiva di Giovanni Pecckham († 1292). Si veda in fatti: Prospectiva communis domini Johanni Archiepischopi Cantuariensis fratris ordinum minorum. Milano, s. d., folio a, 2.

[130]. Secondo le dottrine aristoteliche, era concesso alla mente umana di conoscere la natura dei quattro elementi terra, acqua, aria e fuoco, risultanti dalla varia mescolanza del grave col leggero, dell’umido col secco, principî ultimi componenti la molteplice varietà delle cose. Si veda Aristotile, De cœlo. Lib. IV, cap. 4. — Leonardo nega qui la possibilità di conoscere la natura degli elementi, che compongono la realtà esterna; come altrove (Codice Atlantico, folio 79 rº, pag. 187) aveva negato, a somiglianza del suo contemporaneo Niccolò Cusano, la possibilità di giungere alla conoscenza di elementi primitivi in generale. Cfr. Lasswitz, Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis Newton. Hamburg und Leipzig, 1890. I, pag. 278.

[131]. Son qui profondamente intravveduti gli effetti di quella coesione intermolecolare, che fa che la gocciola d’acqua assume forma sferica intorno al centro della propria figura; e gli effetti di quella più vasta attrazione, che tiene raccolto l’elemento liquido intorno al centro della Terra.

[132]. Leonardo ricorda nel Codice Atlantico, folio 207 rº, con la parola Justino: Il libro di Justino, posto diligentemente in materna lingua da Girolamo Squarzafico. Venezia, 1477; libro che gli ispirava questo memorabile frammento. Si veda G. d’Adda, Leonardo da Vinci e la sua libreria. Milano, 1872; e The literary works of Leonardo da Vinci. Londra, 1883. I, pag. 419 e seg.

[133]. Pag. 108. Piero di Braccio Martelli, ricordato altrove dal Vinci (codice del British Museum: folio 202 vº. Cfr. Richter, The literary works, vol. II, n. 1420), non solo fu cittadino di grande integrità, ma matematico insigne, singolare ragione perchè fosse caro a Leonardo. Sul principio del secolo XVI, benchè infermo di corpo, se dobbiamo credere al Poccianti, egli compose: Libri quattuor in Mathematicas disciplinas, Epistolæ plures et elegantes, Epigrammata non pauca et acutissima; opere, che, smarrite durante il sacco di Roma (1527), ci hanno forse tolto un nuovo esempio di quella efficacia, che Leonardo da Vinci ebbe su alcuni matematici del tempo suo.

[134]. La legge affermata qui da Leonardo è quella stessa che il Galilei dichiarava nei Dialoghi delle scienze nuove (Opere, ed. Albèri. Vol. XIII, pag. 177): scendendo un corpo in varî modi, deviato per obbliquità di rimbalzi, giunge al medesimo punto ch’egli avrebbe toccato, se vi fosse pervenuto senza altro impedimento: «Ogni movimento fatto dalla forza, scrive col suo stile limpido e conciso il Vinci, conviene che faccia tal corso, quanto è la proporzione della cosa mossa con quella che muove; e, se ella troverà resistente opposizione, finirà la lunghezza del suo debito viaggio per circolar moto o per altri varî risaltamenti e balzi, i quali, computato il tempo e il viaggio, fia come se ’l corso fosse stato sanz’alcuna contraddizione.» Manoscritto A, folio 60 vº.

[135]. Leonardo accetta in questo frammento il principio che la visione si compia nell’interno dell’occhio, in un punto indivisibile o matematico. (Cfr. Vitellone, Optica edente Fred. Rixnero. Norimberga, 1535, libro ricordato da Leonardo nel Codice Atlantico, folio 243 rº e folio 222 rº.) Fu più tardi, nel progresso delle sue ottiche investigazioni, che egli giunse alla razionale convinzione dell’esistenza di una superficie sensibile alla luce e ai colori, cioè a quella che oggi si chiama la retina. Grandiosa conclusione, alla quale è portato da una serie di scoperte non meno grandiose, raccolte nel manoscritto D, e disperse nei manoscritti F, K, E.