[139]. Il problema della fine della vita nel mondo preoccupa, come può scorgersi dai frammenti LXXXVII e LXXXVIII, Leonardo da Vinci; ma ciò che è degno di considerazione è che egli, senza ricorrere ad una volontà extramondana, riguarda il finale dissolvimento degli esseri come una naturale conseguenza del successivo operare delle forze fisiche. Due opposte conclusioni si potevano trarre dal trasformarsi lento e continuo della superficie terrestre: nel corso dei secoli le acque si troveranno rinserrate nel fondo di voragini senza fine, per il lavorío dei fiumi che approfondiscono il proprio letto; nel corso dei secoli l’acqua circonderà in ogni sua parte la terra, per l’abbassarsi dei monti, in causa del dispogliamento del terreno, dovuto all’acqua. La prima ipotesi è toccata e combattuta da Aristotele nei Libri metheorologici, lib. II, cap. I, § 1. Cfr. lib. II. cap. 1, § 1-17; entrambe sono espresse qui dal Vinci.
[140]. Secondo Anassagora, ogni cosa nel mondo è composta da una somma di componenti della stessa natura dell’intero, chiamati da lui stesso σπέρματα (Fr. 1, 3, 6 [4]): questi principî ultimi si trovano sparsi da per tutto, sempre eguali a sè stessi, ed entrano nella composizione di ogni essere inorganico e organico. Si veda Zeller, Gesch. der Philosophie der Griechen. I, pag. 875-885. Le medesime espressioni del frammento di Leonardo si trovano nel De umbris idearum, Berlino, 1868, pag. 28, del Bruno, e risalgono probabilmente a Lucrezio, De rerum natura, lib. I, v. 830 e segg.
[141]. Si veda: Roberto Valturio, De re militari. Parigi, 1534. Pag. 4, donde è tratto il frammento.
[142]. Le notizie su queste costumanze dei selvaggi sono state tratte dal Mandavilla, Tractato de le più maravigliose cosse e più notabili che si trovano in le parti del mondo. Milano, 1480, folio l 4 rº: «e se sono grassi di subito li mangiano, e se sono magri li fano ingrassare.» L’opera del Platina qui citata è il De la honesta voluptate et valetudine et de li obsonij. Venezia, 1487, ricordata nel Codice Atlantico con le parole: De onesta voluptà, folio 207 rº.
[143]. Il codice, nel quale si trova questo frammento, contiene, quasi esclusivamente, note intorno al trattato Di luce ed ombra. Il cavallo, di cui qui si parla, è il modello per la statua equestre a Francesco Sforza. Jacomo Andrea, nella casa del quale Leonardo si reca a cena con il discepolo suo Giacomo, è Andrea da Ferrara, profondo conoscitore di Vitruvio e architetto di alto grido, che morì, ucciso per ordine del generale Trivulzio, nel 15 maggio 1500 (Cfr. G. Uzielli, Ricerche intorno a Leonardo da Vinci. Torino, 1896. Vol. I, pag. 377-382). Marco è Marco d’Oggionno, pittore e discepolo del Vinci. Galeazzo Sanseverino, in casa del quale Leonardo dirige quella giostra, che rimase poi sempre famosa in Milano (26 gennaio 1491), è il capitano al quale Lodovico il Moro affiderà il proprio esercito nel funesto 1499, e profondo conoscitore dell’arte militare. Agostino da Pavia è ricordato, insieme con Leonardo da Vinci, nella lettera che Bartolomeo Calco, segretario dello Sforza, dirige al Referendario di Pavia, in occasione del matrimonio di Lodovico con Beatrice d’Este e d’Anna, sorella del duca Galeazzo, con Alfonso d’Este, per richiedere il ritorno degli artisti che si trovavano in quella città (8 dicembre 1490:..... Augustino et Magistro Leonardo....., cfr. Beltrami, Il Castello di Milano. Milano, 1895. Pag. 188). Finalmente Gian Antonio è l’artista Gian Antonio Boltraffio, altro dei discepoli di Leonardo in Milano. L’intero frammento è, quasi senza dubbio, un memoriale per il risarcimento de’ danni e delle spese.
[144]. Il frammento è di grande importanza per la biografia di Leonardo e particolarmente per gli anni, che vanno dal 1513 al 1515. Maestro Giovanni degli Specchi e gli altri, ricordati qui vagamente, sono lavoranti o meccanici tedeschi, della cui opera il Vinci si serviva per attuare i suoi molteplici disegni di strumenti, come per esempio il memorabile tornio ovale (si veda: Codice Atlantico, folio 121 rº: fa fare il tornio ovale al Tedesco).
[145]. Pag. 228. Non si può negare, come fa incautamente il Richter (The literary works of Leonardo da Vinci. Vol. II, pag. 413), la possibilità di una simile costumanza presso gli abitanti delle Indie, data la scarsa conoscenza che possediamo delle pratiche superstiziose popolari, soggiacenti ai principî più alti delle religioni asiatiche. Ma è più probabile, e nello stesso tempo più naturale, che il Vinci si riferisca, con le parole: come ancora in alcuna regione dell’India; alle notizie che cominciavano a diffondersi sul principio del secolo XVI in Europa intorno agli usi dei popoli americani: e allora le sue parole trovano più di una luminosa conferma nelle pagine del Frazer, The golden bough — a study in comparative religion. Londra, 1890, vol. II, pag. 79-81; e in quelle dell’Acosta, Natural and moral history of the Indies. Londra, 1880, vol. II, pag. 356-360.
[146]. Il nome di Momboso è adoperato per indicare il gruppo del Monte Rosa da Flavio Biondo, Roma ristaurata ed Italia illustrata, trad. Venezia, 1542, pag. 165; e da Leandro Alberti, Descrittione di tutta Italia. Venezia, 1588, pag. 435. «I quattro fiumi che rigan per quattro aspetti contrarî tutta l’Europa,» sono «il Rodano a mezzodì e ’l Reno a tramontana, il Danubio over Danoja a greco e ’l Po a levante.» (Mss. di Leicester, c. 10 rº; Richter, The literary works. Vol. II, pag. 247). L’osservazione intorno alla caduta della grandine o «grésil,» quella, ancor più importante ed in contrasto con le idee del tempo, della maggiore tenebrosità del cielo sereno a grandi altezze, confermata più di tre secoli dopo dal De Saussure per le Alpi, e dall’Humboldt per le Cordigliere (Kaemtz, Cours de météorologie. Parigi, 1858, vol. V, pag. 315), portano a ritenere che Leonardo da Vinci è salito oltre i 3000 metri.
[147]. Le descrizioni di Leonardo ritraggono per lo più fenomeni realmente osservati. A proposito del passo: «onde del mare di Piombino, tutte d’acqua schiumosa»; si ricordi il disegno di un’onda coperta di schiuma, che si trova nel manoscritto L e la nota che lo accompagna: «fatta al mare di Piombino» (anno 1502). Leonardo da Vinci, Les manuscrits G, L, M, de la bibliothèque de l’Institut. Parigi, 1890, vol. V, folio 6 vº.
[148]. La questione del viaggio di Leonardo in Oriente, aperta dal Richter nella Zeitschrif für bildende Kunst. Vienna, 1881, vol. XVI, e esaminata a fondo dal Douglas Freshfield nei Proceedings of the Royal Geographical Society. Londra, 1884. Vol. VI, pag. 323 e segg.; può dirsi, non che risoluta, neppure proposta nei suoi veri termini. Se da una parte la Divisione del Libro suggerisce l’idea di una narrazione fantastica, sia pure condotta con tutta la maggiore precisione storica e geografica propria del genio di Leonardo; resta sempre il spiegarsi l’origine di certe notizie; la ragione di certi schizzi, grossolani e accurati nello stesso tempo, che riproducono uomini e cose asiatiche; il senso di certe espressioni più vaghe su personaggi e costumi orientali, che spuntano inaspettatamente nei manoscritti, come rimembranze di cose vedute, poste ad esempio di principî prospettici o idraulici. La stessa notizia dello splendore notturno del Tauro, può dirsi, piuttosto che una riproduzione dai Libri meteorologici di Aristotele, una rettifica del testo Aristotelico, fatta con argomenti tratti dalla diretta conoscenza dei luoghi.