Protogenis multis unam perficit annis.[1]

«Hebbe bellissime invenzioni, dirà poi l’Anonimo, ma non colorì molte cose, perchè si dice mai a sè medesimo avere satisfatto.[2]» E il Vasari, come un’eco di questi primi contrasti, ripeterà l’accusa e la tramanderà ai posteri — giustificandola, come il Verini e l’Anonimo, con il concetto di un’eccessiva incontentabilità di Leonardo.[3]

Intanto il cartone di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre, la Testa della Medusa, l’Adorazione de’ Magi rimangono imperfetti «come quasi intervenne in tutte le cose sue.»

Nel 1482 il Vinci abbandona Firenze. Il concorso aperto dal duca di Milano per una statua equestre a Francesco Sforza non era stato che la causa occasionale di questa partenza, frutto in realtà della propria miseria e del disgusto suscitato negli altri per lavori assunti e non condotti a termine.[4] Il calore col quale il Vinci palesò un’idea grandiosa; il buon nome che godeva già in Lombardia per qualche sua opera, forse non ignota; l’essere scolaro del Verrocchio, che la statua al Colleoni rendeva allora famoso, lo fecero prescegliere in questa fortunata occasione ad altri artisti. Si presentò dunque in Milano; donò al duca una bellissima lira in forma di teschio di cavallo, forse anche a nome di Lorenzo de’ Medici; e scrisse quella lettera famosa, nella quale, manifestando le proprie molteplici attitudini pratiche, veniva già, in modo celato, a rivelare i grandiosi progressi teorici della sua mente.[5]

Ma anche in Milano la sua vita è una lenta ribellione ai suoi tempi. Da prima egli dipinge con attività, compone e scompone modelli per la statua equestre, fabbrica disegni di cupole per il duomo, si dà alla costruzione di edifizî pubblici e privati, immagina strumenti guerreschi e opere idrauliche: ma inesorabilmente il suo intelletto lo porta alla investigazione scientifica. Per un lento progresso Leonardo dal Cenacolo è ricondotto a quel Trattato di luce ed ombra, a cui aveva già dedicato le prime cure in Firenze; dal Monumento allo Sforza al Trattato sulla anatomia del cavallo e sui metodi della fusione in bronzo; dalle varie opere di architettura militare e civile al Trattato sui pesi e sui moti e a quello di Idraulica.[6] L’aneddoto stesso, narrato dal Vasari a proposito del Cenacolo, è un’eco dei contrasti che suscitava in questo tempo il suo modo di vivere essenzialmente speculativo. Prima del 1499 nel Vinci è ormai scomparso il pratico; egli deposita il pennello nelle mani dei suoi discepoli; abbandonando la cerchia degli artisti, si pone nel bel mezzo degli scienziati milanesi, ormai spinto da un solo scopo: risolvere gli infiniti problemi che la natura gli presentava incessantemente. «La natura è piena di infinite ragioni, che non furono mai in esperienza.» (I, 18 r.)

Il secolo XV era ostile a questo passaggio: spinto dalla sete di un rinnovamento domandava non di pensare, ma di fare. Leonardo era invece nato per il travaglio del pensiero. La poesia, la pittura la scultura, l’architettura, la musica, le invenzioni della stampa, della polvere e di strumenti meccanici, le scoperte geografiche, nel loro più meraviglioso fiore, era ciò che il Rinascimento vedeva e ammirava: la legge astratta non veniva apprezzata nel suo giusto valore, quasi non si intendeva la sua ragionevolezza. Leonardo invece passa, per un prepotente bisogno, dal concreto all’astratto, dalla pratica alla teorica, dall’arte alla scienza, portando a sviluppo quella stessa tendenza degli spiriti che, nata intorno a lui, doveva pienamente manifestarsi solo due secoli dopo.

Nel 1500 il carattere della vita del Vinci è ben definito: l’idea dominante è svolgere e condurre a compimento le sue ricerche naturali; il proposito fermo è fare al secolo le minori concessioni possibili. Nel 1502 ingegnere militare di Cesare Borgia, sente che le angustie della pratica gli tolgono le larghe visioni della teoria: si ritrae allora in Firenze. Nel 1501 aveva avuto sollecitazioni da Isabella d’Este, per mezzo del generale dei carmelitani Pietro da Nuvolaria «perchè facesse uno quadretto de la Madonna devoto e dolce, come è il suo naturale.» Il Vinci aveva promesso caldamente, e poi, smarrito nelle indagini scientifiche, non ne aveva fatto nulla. «Per quanto me occorre, aveva risposto il frate alla gentile marchesana di Mantova, la vita di Leonardo è varia et indeterminata forte, sì che pare vivere a giornata. Ha facto solo dopoi che è ad Firencie uno schizo d’uno cartone, (dove) finge uno Christo bambino de età circa uno anno. Altro non ha facto se non che dui suoi garzoni fano ritracti, et lui alle volte in alcuno mette mano. Dà opra forte alla geometria, impacientissimo al pennello.» Ora il 13 maggio 1504, dopo una vana attesa, Isabella ritorna alla carica domandandogli per lettera «uno Christo giovinetto, di età di anni circa duodici, che seria di quella età che l’havea quando disputò nel tempio; et facto cum quella dolcezza et suavità de aiere, che havete per arte peculiare in excellentia.» Il 27 maggio, quattordici giorni dopo, un incaricato, Angelo del Tovaglia, le risponde: «Lui troppo me ha promesso di farlo ad certe hore et tempi, che li sopravanzeranno ad una opera tolta a fare qui da questa Signoria. Io non mancherò di solicitare et esso Leonardo et etiam lo Perugino de quella altra; l’uno et l’altro mi promette bene, et pare habbino desiderio grande di servire la S. V. Tamen me dubito forte non habbino a fare insieme ad gara de tarditate: non so chi in questo supererà l’altro: tengho per certo Leonardo habbi a essere vincitore.» Pietro Perugino adempiva sollecitamente al suo impegno; Leonardo intraprendeva allora il dipinto della Battaglia d’Anghiari, spinto dal bisogno e dalle preghiere dei Fiorentini.

Nel 1506 Alessandro Amadori, zio del Vinci, prende a cuore il desiderio della marchesa d’Este, e si fa promettere dal nipote il compimento di un quadretto soave e dolce: «Et lui al tutto me ha promesso comincerà in breve l’opera per satisfare al desiderio di V. S., alla cui gratia assai si raccomanda.» Isabella risponde poche righe sfiduciate; poi tacque per sempre. Passò il tempo, e Leonardo nulla fece, dimentico della promessa e del pennello. Quasi a compenso delle durezze del Vinci, il suo discepolo Salai, in questi giorni appunto, mostrava «gran desiderio di fare qualche cosa galante per la Marchesa.» La sua profferta non fu accettata.[7]

Intanto la Battaglia di Anghiari, cominciata a disegnare con ogni cura e entusiasmo, fu abbandonata alle prime mosse, allo stesso modo del cartone d’Adamo ed Eva, della Testa della Medusa, dell’Adorazione dei Magi, «come quasi intervenne in tutte le cose sue.»

Quale era la causa di questa insofferenza al dipingere? come mai Leonardo non soddisfece alle istanze di una gentile principessa, nè a quelle universali della sua città natale? Poche date risponderanno luminosamente. Al 1504 risale il Codice sul volo degli uccelli (V. U., 5 r.); al 1505 l’opera matematica intorno alle sezioni sferiche. (R., § 1374.) Le ricerche di prospettiva, iniziate già prima del 1482; quelle di anatomia, condotte sistematicamente fino dal 1489; quelle di meccanica, che lo tenevano intento prima del 1497, sono continuate in Firenze dopo il 1500, insieme agli studi sulla canalizzazione dell’Arno, che diedero germe e vita ai moderni principî dell’idraulica e della dinamica terrestre. Il 22 maggio 1508, come a coronamento di un lungo periodo di indefessa attività scientifica, spunta nella mente di Leonardo l’idea di un provvisorio generale riordinamento delle sue note manoscritte: «E questo fia un raccolto sanza ordine, scrive egli iniziando il Codice del Museo Britannico, tratto di molte carte, le quali io ho qui copiate, sperando poi metterle per ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse tratteranno.» (R., 4.)