Questa insofferenza all’arte produttrice, cominciata appena che alla pratica empirica della pittura si sovrappose il concetto che per creare bisogna conoscere le forme e le leggi dei fenomeni; divenuta nefasta in Firenze dopo il 1472; dimenticata per un momento in Milano dopo il 1482; riaffermatasi con maggiore violenza dopo il 1494; divenuta un bisogno all’aprirsi del nuovo secolo XVI; continuata in mezzo a contrasti ormai più deboli fino alla morte, sembrò un delitto ai contemporanei. Essi non conoscevano altra forma d’attività che quella pratica e artistica: la scienza s’era rifugiata nei chiostri, e si chiamava teologia; s’era smarrita nei penetrali della cabala, e si chiamava magia.
Leonardo da Vinci era trascinato dai tempi all’arte, e il suo genio lo portava alla scienza; era spinto dai tempi alla costruzione meccanica, e il suo genio lo portava alla costruzione matematica. Tutto ciò che egli ha compiuto in pittura e in architettura, per quanto grandioso, fu una concessione fatta al suo tempo, ma una violenza fatta al suo carattere.
Egli si avvia col Perugino e col Credi, col Bramante e col Sangallo sul fecondo cammino della pratica, e solitario si smarrisce nella scienza; le necessità della vita e l’indole del tempo lo inducono a riafferrare per un istante l’arte, ma l’intimo della sua mente lo trascina di nuovo alla investigazione teorica e astratta; la storia della sua vita è il ripetersi di questa perpetua vicenda, che infrange e rovina l’opera e la potenza sua: non è la serena vita della tradizione, ma il naufragio di tutto un essere, che anela a ciò che il suo secolo gli vieta, che vuole ciò che il suo secolo gli toglie.
Veduto sotto questo aspetto Leonardo da Vinci compare nella sua luce storica: il carattere «vario et indeterminato forte» della sua esistenza si comprende nelle sue intime ragioni; l’incompiutezza della sua opera artistica è rivelata nelle sue vere cause e cessa d’esser l’opera del capriccio individuale; l’ignoranza dei contemporanei in riguardo al Vinci scienziato è giustificata nel suo carattere.
Il giudizio del secolo XVI e dei successivi cade necessariamente.
«Condusse a termine pochissime opere, aveva detto Sabba da Castiglione, spinto da naturale leggerezza e volubilità di talento;» perchè «quando doveva attendere alla pittura, nella quale senza dubbio un nuovo Apelle riuscito sarebbe, tutto si diede alla Geometria, alla Architettura e Notomia.[8]» E il Vasari, raccogliendo poi dalle bocche dei pittori del tempo suo il fallace giudizio, aveva scritto: «Egli si mise a imparare molte cose, e cominciate poi l’abbandonava.[9]»
Noi dobbiamo capovolgere questo giudizio dei contemporanei. Essi misurarono l’intero Leonardo dalle sue manifestazioni pratiche, e lo definirono vario, instabile, mutabile; noi, contemplando la sua vasta teoria, alla quale dedicò le forze di tutta la vita, dobbiamo definirlo intento ad un solo proposito e fermo di fronte ad ogni contrasto. Dagli anni primi della giovinezza fino alla morte egli infatti drizzò le sue forze ad un unico intento: la conoscenza delle leggi dei fenomeni, la descrizione delle forme naturali.
Quando Michelangelo rimprovera a Leonardo con un pungente motto, sedendogli accanto sulla pancaccia di Geri degli Spini,[10] le opere lasciate a mezzo; egli, come tutti i suoi contemporanei, non considera che l’opera esterna, visibile, non l’interno, grandioso lavoro affidato ai manoscritti, che doveva naufragare per quattro secoli per approdare nel nostro. Quando il Vasari dice che il Vinci molto più operò con le parole che co’ fatti; egli non sa che la scienza è altrettanto importante dell’arte, e che il viso pieno di dolcezza e di soavità della Gioconda non è un’opera meno potente della scoperta di quelle leggi prospettiche e ottiche, che ci servono a vederlo. Quando Leonardo, «a molti cittadini ingegnosi, che allora governavano Firenze,» mostrava voler alzare il battistero di San Giovanni o rizzare il corso dell’Arno, «con sì forti ragioni lo persuadeva, che pareva possibile, quantunque ciascuno, poi che e’ si era partito, conoscesse per sè medesimo l’impossibilità di cotanta impresa.[11]» Ma quale mai di questi «ingegnosi cittadini», condannando il proposito pratico, si sarà fatto a domandare al Vinci quali fossero i principî meccanici o idraulici che lo inducevano a ritenerlo fattibile? S’egli non ha sollevato il San Giovanni, nè incanalato l’Arno, questo non monta: la sua opera vera sta nel Trattato del moto locale e delle percussioni e pesi e delle forze tutte, dove precorre, e in qualche punto avanza, i Dialoghi delle nuove scienze del Galilei; in quello Del moto e misura delle acque, dove è contenuto il meglio che poi diedero il Castelli e il Guglielmini. Aristotile Fioravanti, qualche tempo prima di Leonardo, sollevava una torre in Bologna, e la trasportava da un luogo ad un altro;[12] Luca Fancelli, poco tempo prima di Leonardo, dava i disegni per la canalizzazione dell’Arno, onde bonificare la pianura d’Empoli e i dintorni;[13] ma nè l’uno nè l’altro precorrono il Vinci nella teoria, nella quale egli resta gigante e insuperato nel tempo suo e per un secolo ancora.
Noi dobbiamo giudicare Leonardo non dalla frammentarietà della sua pratica, ma dalla pienezza della sua teorica. La Battaglia di Anghiari non doveva essere altro, se non l’applicazione di quei principî, che Leonardo aveva meditati e svolti nel Trattato della pittura; allo stesso modo che la macchina per volare, la quale, dall’alto di Monte Ceceri presso Fiesole, nella Primavera del 1505, doveva librarsi su Firenze, non sarebbe stata se non un’effettuazione materiale e caduca delle grandiose leggi scoperte sulla elasticità dell’aria, sulla struttura e sulle funzioni dei volatili. L’opera teorica fu compiuta, l’applicazione pratica rimase imperfetta; ma lo scopo della vita del Vinci furono le leggi prospettiche e antropologiche, le leggi meccaniche e matematiche, fondandosi sulle quali egli e i secoli venturi avrebbero colti i frutti più maturi dell’arte e della scienza.
Vi è una espressione del Vasari che ci rivela la falsità del giudizio comune diffuso su Leonardo: «Ancora che il Vinci molto più operasse con le parole che co’ fatti, per tante parti sue sì divine, il nome e la fama sua non si spegneranno giammai.[14]» No, rispondiamo noi, è appunto perchè egli ha operato più con le parole che co’ fatti, che il nome e la fama sua non si spegneranno giammai. I soldati guasconi hanno distrutto con l’archibugio il modello della statua a Francesco Sforza; il tempo col suo incessante trasformare ha scolorito il Cenacolo; la critica artistica annienta con l’acuto sguardo l’opera pittorica del Vinci. Ciò che non l’archibugio dei soldati guasconi, nè il tempo, nè la critica artistica potranno distruggere, è la gigantesca costruzione della natura, che sorta nella mente di Leonardo sugli albori della vita moderna, si compì in lui con quelle medesime forme, con le quali doveva poi organizzarsi nei secoli che precedono il nostro e nel nostro medesimo.