Nel 1513, quando Leonardo va a Roma con Giuliano de’ Medici, «che attendeva molto a cose filosofiche e massimamente all’Alchimia,[15]» l’artista era pressochè morto, e lo scienziato giganteggiava nella piena coscienza del proprio valore. Prima di agire bisogna conoscere e pensare. La fecondità della teoria è fondata sulla condizione che la legge abbia a proprio fondamento il senso e l’esperienza, e a propria espressione la matematica. Tutto ciò che eccede il senso e l’esperienza, tutto ciò che non si può dimostrare «per nessuno esemplo naturale,» siede nel regno della fantasia, e fluttua nel sogno. I problemi sulla essenza delle cose, sul fine, sulla natura dell’anima e di Dio, restano quindi nel campo delle infeconde discussioni.[16]
Questo momento dovette essere solenne nella vita del Vinci; infermo per la intensità del travaglio, la gran somma dei suoi manoscritti, messa insieme con un lavoro costante di ogni giorno, dovette apparirgli l’opera più alta e solenne della sua vita. Una nota del Codice Atlantico ce lo mostra in Belvedere nello studio fattogli dal Magnifico, assorto in notturne esercitazioni di matematica. Un’altra nota ce lo presenta a Monte Mario tutto intento a ricercarvi i segni di un passato antichissimo, quando il mare copriva ancora il terreno, sul quale poi doveva sorgere Roma. La fossa di Castel Sant’Angelo gli dà campo ad alcune osservazioni di acustica. I giardini del Vaticano gli offrono materia d’investigazioni zoologiche e botaniche, di esperimenti sul volo degli uccelli. L’Ospedale di Roma apre i suoi battenti a Leonardo, onde le note anatomiche dei manoscritti diventino più piene e numerose.
La passione per lo studio, il fare misterioso di Leonardo, che gli avevano già attirato in Firenze il rimprovero di qualche timorato di Dio, ora, verso il chiudersi della sua vita, destano nella società romana, assorta negli splendori del rinascimento pagano, un certo terrore misto a sospetto. Un Giovanni Tedesco, geloso delle simpatie che Giuliano de’ Medici prodigava al Vinci, trova terreno favorevole a seminare la maldicenza, tantochè uno screzio personale finisce in una vera e propria persecuzione allo scienziato. Un giorno, recandosi all’Ospedale per continuarvi quelle ricerche, che sembravano profanazione alle menti ancora avvolte nelle nebbie medievali, Leonardo trovò il divieto formale d’entrarvi, per ordine superiore.
Fu un momento straordinariamente triste, e il malanimo si diffuse e divenne più cupo: «Quest’altro, dice Leonardo in uno di quei frammenti pieni di sconforto che risalgono a questo tempo, m’ha impedito la Notomia, col Papa biasimandola e così all’Ospedale.» (C. A., 179 r.) In un’altra lettera, che sembra quasi un’autodifesa, egli contrappone ai sospetti contro la sua persona, la propria vita tutta intenta alla conoscenza del vero.(R., § 1358.) Giuliano de’ Medici lo liberò dal peggio; ma quando il 9 di gennaio 1515 questi partì verso la Savoia, tratto da amore di donna, Leonardo si affrettò ad abbandonare Roma, dove il suo spirito nuovo trovava qualche contrasto.[17] Tale è il motivo della partenza del Vinci da Roma, svisato da tutti i biografi: il Vasari lo cerca nel prossimo arrivo di Michelangelo;[18] l’Anonimo in un disaccordo con Leone X per una pittura.[19]
Con la tristezza nell’animo Leonardo, poco tempo dopo, nel 1516, abbandonava l’Italia. Ad Amboise nel castello di Cloux, colpito ben presto da paralisi nella mano destra, egli rivolge la lucida mente alla canalizzazione della Francia e alla costruzione di un castello per Francesco I. Il cardinale d’Aragona, come racconta il giornale di Antonio de Beatis, recatosi nel 1517 a visitare il Vinci, lo trovò, inabile del tutto alla pittura, in mezzo alle sue note anatomiche, prospettiche, idrauliche, ancora sconosciute al mondo: «Infinità di volumi et tutti in lingua vulgare, quali se vengono in luce saranno profiqui et molto delectevoli.»[20] Uno sconforto profondo offusca l’anima di Leonardo in questi ultimi giorni; la vita sua era stata l’affannosa ricerca delle leggi naturali, ma il contrasto col tempo ne aveva infranta la fibra, e condannata l’opera a rimanere incompiuta. Circondato dai suoi discepoli e da uomini di chiesa, il Vinci cerca di rinnovare nel proprio animo la fede ingenua della sua fanciullezza, ma la morte lo coglie il 2 maggio 1519.
La prima cura del suo testamento era stata quella di lasciare a messer Francesco Melzi, gentiluomo di Milano, «per remuneratione de’ servitii, ad epso grati, a lui facti per il passato, tutti et ciaschaduno li libri, che il dicto testatore ha de presente.» (R., § 1566.)
II.
Lodovico il Moro, tutto intento a innalzare la Corte milanese all’altezza delle altre Corti italiane, si compiaceva di circondarsi di artisti e di uomini di scienza, onde adornare la propria persona dello splendore delle arti e degli studi. Leonardo non fu solo un pittore, uno scultore, un architetto, un musico, nella società milanese del secolo XV, ma fu uno squisito parlatore. Un «Prospectivo Melanese dipinctore», nelle sue Antiquarie prospetiche Romane, assomiglia Leonardo nel parlare all’antico Catone;[21] il Giovio lo celebra come il più squisito dicitore del tempo;[22] l’Anonimo afferma che «fu nel parlare eloquentissimo;[23]» e il Vasari raccogliendo la tradizione giunta fino a lui dice, nella prima edizione delle sue Vite: «Con ragioni naturali faceva tacere i dotti;» e nella seconda: «Ed era in quell’ingegno infuso tanta grazia da Dio ed una demostrazione sì terribile, accordata con l’intelletto e memoria che lo serviva; e col disegno delle mani sapeva sì bene esprimere il suo concetto, che con i ragionamenti vinceva, e con le ragioni confondeva ogni gagliardo ingegno.» — «Era tanto piacevole nella conversazione, che tirava a sè gli animi delle genti.» — «Con lo splendore dell’aria sua, chè bellissimo era, rasserenava ogni animo mesto, e con le parole volgeva al sì e al no ogni indurata intenzione.[24]»
Di questa potenza di ragionamento ci resta anche diretto ricordo nell’opere dei contemporanei. Matteo Bandello ci riferisce che — quando il cardinale Gurcense il Vecchio, scendendo una mattina d’estate ad ammirare il Cenacolo, ancora incompiuto, in Santa Maria delle Grazie, ebbe ad esprimere il suo stupore per le onoranze, che Lodovico il Moro prodigava agli artisti — il Vinci gli rispose con elevate parole. Poi, partito il cardinale, rivolto ai suoi discepoli e ai gentiluomini, che lo circondavano, «narrò una bella historietta» di Lippo Lippi fra i Turchi, per mostrare come in tutti i tempi siano stati apprezzati gli artisti. Il racconto dell’aneddoto che il Bandello raccolse dalle labbra stesse dell’artista fiorentino, conserva in sè un po’ della freschezza primitiva e della potenza immaginosa propria di Leonardo.[25]
Quando il Vasari vuol cercare la causa del favore, che il Vinci godette alla corte dello Sforza, la trova nella sua arte di parlatore: «Sentendo il Duca i ragionamenti tanto mirabili di Leonardo, talmente s’innamorò delle sue virtù, che era cosa incredibile.[26]» Il memorabile passo dei Manoscritti, che insegna il modo di entrare nelle grazie altrui con l’accorto discorrere, mostra che il puerile racconto ha nel suo fondo qualche cosa di vero. (G, 49 r.) Che che ne sia, è certo che quella parte dei codici leonardiani che conserva qualche sentenza arguta e gentile, che le novelle e le allegorie, le profezie e le facezie, prima di assumere quella veste mirabilmente letteraria, con la quale ci sono conservate, dilettarono le conversazioni piene di cortesia della Corte milanese del secolo XV.