Leonardo fu elegante parlatore perchè sul labbro suo suonava il dolce idioma toscano, lo fu anche per la natura dell’anima sua delicata e ingenua, piena a volte di vivacità, di vaghezza, di grazia.
Il Vinci parlatore si rispecchia nel Vinci scrittore, con l’aggiunta di quella potente riflessione, che, penetrando nel cuore dell’uomo e nei segreti della natura esterna, coglieva le più profonde ragioni del buono, del vero e del bello. L’idea che Leonardo sia uno scrittore trasandato, nella spontaneità e rudezza del suo discorso, deve oggimai cadere.
Lo scopo supremo di Leonardo è la massima chiarezza nella massima concisione; quel modo di scrivere ridondante e numeroso, primo nemico della purezza del pensiero, nato con le novelle boccaccesche, e perpetuato nella prosa accademica fino ai nostri giorni, sembra sia stato a lui sconosciuto. Una grande semplicità di mezzi, con la maggiore intensità di espressione, non è soltanto la legge della pittura e della scoltura del Vinci, ma è anche quella delle sue dimostrazioni scientifiche, delle sue descrizioni e narrazioni. I manoscritti sono pieni di cancellature, ed ogni cancellatura deterge una lieve oscurità, che vela l’apprendimento del concetto: la lingua, atteggiata nello stile, è il terso vetro al di là del quale si distende limpido il pensiero. La definizione della Prospettiva è ripetuta da Leonardo più di dieci volte con un incessante mutar di spoglie, onde rivestirla della forma più evidente e più semplice (A, f. 3 r. 10 v.); una lettera a Giuliano de’ Medici è scritta e riscritta con continui pentimenti, perchè il pensiero si adegui alla sua forma con la maggiore identità di segno e di significato. (C. A., 278 r.) Allo stesso modo che il Vinci cercava nelle figure esterne della natura la più mirabile figura, onde esprimere in un quadro la propria eccelsa immagine, così nel dolce idioma toscano, che possedeva tutto nella sua varietà e nella sua vivezza, rintracciava le parole adatte all’alto senso, che il suo spirito, interprete della natura, gli suggeriva. Leonardo da Vinci è anche un artista del linguaggio: l’opera sua letteraria paragonata alla prosa ridondante degli oziosi imitatori dell’antico, fa lo stesso effetto di un raggio di sole sulla campagna oppressa da un oscuro nembo, raggio preannunziatore di un novello risveglio della vita.
La chiarezza si ottiene solo con la precisione dei termini, come la concisione non è possibile se non con la precisione del pensiero. La precisione del linguaggio è ricercata da Leonardo in una serie di studi che i manoscritti ci conservano; la precisione del pensiero è un effetto della sua stessa natura, nemica dell’indeterminato.
Nel Codice Trivulziano vi sono lunghe enumerazioni di parole talora raggruppate secondo l’affinità del loro senso, talora accompagnate da una breve definizione. Questo catalogo di vocaboli, che ha suggerite le più strane ipotesi agli studiosi del Vinci, fino a quella di ritenerlo pedagogo del giovinetto principe Massimiliano, non è che lo sforzo del fondatore della prosa scientifica italiana di precisare l’esatta significazione dei termini. Leonardo aveva compreso che la scienza, a differenza della poesia, esigeva d’essere poggiata sull’uso costante e ben definito delle parole. Gli studî grammaticali e linguistici, iniziati per il latino nel manoscritto H, continuati per il volgare nel Codice Trivulziano, tolgono di mezzo quella leggenda che solo all’ingenua spontaneità della propria lingua nativa, e non alla riflessione, affidasse Leonardo l’espressione del proprio pensiero. Quando nel Codice Atlantico si trova questa nota, «Donato,» noi dobbiamo pensare al Donatus, De octo partibus orationis latine et italice, Venezia, 1499 (C. A., 207 r.); quando troviamo la frase «Retorica nova,» siamo portati al Laurentius Guilelmus de Saona, Rethorica Nova, Sant’Albano, 1480 (C. A., 207 v.); allo stesso modo che «Nonio Marcello, Festo Pompeo, Terenzio Varrone,» ci suggeriscono la raccolta Nonij Marcelli, De proprietate sermonum; Festi Pompeij, De verborum significatione; M. T. Varronis, De lingua latina, Milano, 1500. (R., § 1470). Nel manoscritto F è ricordato finalmente un «Vocabulista volgare e latino,» cioè, senza dubbio, il Vocabulista ecclesiastico latino e vulgare utile et necessario a molti, di fra Gio. Bernardo, Milano, 1489. (F, cop. r.)
I codici vinciani per la varietà e l’altezza del loro contenuto, per esser vergati al rovescio dell’uso comune, lasciati come dono prezioso a Francesco Melzi, dispersi da prima nell’Italia, poi nell’Europa intera, furono e sono ancora, per una gran parte, sconosciuti. La inesatta trascrizione che un pittore milanese presentava al Vasari, poco dopo il 1550, della parte di questi codici, che riguarda strettamente la pittura, rimasta sepolta nella Vaticana, e diffusa in modo tronco dall’intransigenza religiosa, è tutt’altro che adatta a dare un’adeguata idea di Leonardo da Vinci come scrittore.[27] Il Trattato del moto e misura dell’acque, che riproduce, con poca fedeltà, una parte dei frammenti di Leonardo riguardanti l’idraulica, è scarsamente diffuso, e per il carattere severamente scientifico dell’opera, quasi impossibile a divulgarsi. La raccolta del Richter, nitida nella forma, ma confusa e inesatta nel contenuto; le pubblicazioni integrali, compiute dal Ravaisson, dal Beltrami, dal Piumati, con successo e perfezione crescenti, sono pressochè inaccessibili alla maggioranza dei lettori.[28] Leonardo da Vinci è ancora sconosciuto ai più come scrittore, e sembrava ormai giunto il momento perchè una modesta raccolta di frammenti ne divulgasse in qualche modo la conoscenza.
Difficoltà molteplici si opponevano al compimento di un simile lavoro. La inesatta trascrizione dei manoscritti esigeva un confronto continuo con la riproduzione eliotipica dei codici o con gli originali medesimi. L’assenza della naturale divisione delle parole e di ogni segno ortografico rendeva necessaria una faticosa interpretazione preliminare.
Non minori difficoltà presentava la scelta: il proposito d’eliminare ogni frammento di indole schiettamente scientifica, per lasciar solo il posto alle espressioni di idee larghe e facilmente intelligibili, imponeva un continuo discernimento.
Nel disordine originario dei manoscritti, che rende necessario alla mente del lettore il passaggio alle idee più disparate, era poi impossibile trovare un filo conduttore, che desse una norma per l’ordinamento della scelta. Fu quindi necessario indagare nel contenuto stesso dei singoli frammenti il criterio dell’ordine, in modo che ogni concetto si legasse all’altro con una specie di progressione logica, onde ne derivasse un senso compiuto. Questo sopratutto per le parti che riguardano i pensieri di Leonardo sulla Conoscenza, sulla Natura, sulla Morale e sull’Arte.
Le opere schiettamente letterarie, raccolte dalla loro originaria dispersione, già per il loro carattere stesso distinguibili in alcuni gruppi ben determinati, furono da me ordinate secondo quello che presumibilmente sarebbe stato il concetto del Vinci. Le Favole di Leonardo, preparate dalla secolare elaborazione del Medio Evo, allargano la loro scena dal mondo animale a quello vegetale e inorganico. Le Allegorie, che nel loro complesso formano un vero e proprio Bestiario, sebbene per la maggior parte non originali, conservano le traccie di un’elaborazione nuova e degna di essere apprezzata. Le Descrizioni e i Ritratti, dove si manifesta lo scopo letterario combinato a quello pittorico; le Profezie e le Facezie, dove si palesa lo spirito arguto di un ricercatore combinato con quello di un uomo di mondo, compiono il ciclo delle opere schiettamente artistiche.