Noi conosciamo chiaramente, che la vista è delle veloci operazioni che sia, e in un punto vede infinite forme, nientedimeno non comprende se non è una cosa per volta. Poniamo caso: tu, lettore, guarderai in una occhiata tutta questa carta scritta, e subito giudicherai, questa essere piena di varie lettere, ma non cognoscerai in questo tempo, che lettere sieno, nè che voglian dire; onde ti bisogna fare a parola a parola, verso per verso, a voler avere notizia d’esse lettere; ancora, se vorrai montare a l’altezza d’un edifizio ti converrà salire a grado a grado, altrementi fia impossibile pervenire alla sua altezza.

E così dico a te, il quale la Natura volge a quest’arte, se vogli avere vera notizia delle forme delle cose, comincierai alle particule di quelle, e non andare alla seconda, se prima non hai bene nella memoria e nella pratica la prima; e se altro farai, getterai via il tempo e veramente allungherai assai lo studio. E ricordoti ch’impari primo la diligenza, che la prestezza.

XCI. — CARATTERE DELLE OPERE DI LEONARDO.

Cominciato in Firenze in casa Piero di Braccio Martelli[133] addì 22 di marzo 1508; e questo fia un raccolto sanza ordine, tratto di molte carte, le quali io ho qui copiato, sperando poi metterle per ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse tratteranno; e credo che, avanti ch’io sia al fine di questo, io ci avrò a riplicare una medesima cosa più volte; sì che, lettore, non mi biasimare, perchè le cose son molte e la memoria non le può riservare e dire: — questa non voglio scrivere, perchè dinanzi la scrissi —; e se io non volessi cadere in tale errore, sarebbe necessario che, per ogni caso ch’io volessi copiare, sicchè per non replicarlo, io avessi sempre a rileggere tutto il passato, e massime stando co’ lunghi intervalli di tempo allo scrivere da una volta all’altra.

XCII. — SUO DESIDERIO INSAZIABILE DI CONOSCERE.

Non fa sì gran mugghio il tempestoso mare, quando il settentrionale aquilone lo ripercote, colle schiumose onde, fra Scilla e Cariddi; nè Stromboli o Mongibello, quando le sulfuree fiamme, per forza rompendo e aprende il gran monte, fulminano per l’aria pietre, terra, insieme coll’uscita e vomitata fiamma; nè quando le infocate caverne di Mongibello, rivomitando il male tenuto elemento [il foco], spigniendolo alla sua regione, con furia cacciano innanzi qualunque ostacolo s’interpone alla sua impetuosa furia.... E tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran commistione delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto in fra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna, dinanzi alla quale, — restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, — piegato le mie rene in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio, colla destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia. E spesso piegandomi in qua e in là per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa, questo vietatomi per la grande oscurità, che là entro era, — e stato alquanto, — subito si destarono in me due cose: paura e desiderio; paura per la minacciosa oscura spelonca, desiderio per vedere se là entro fussi alcuna miracolosa cosa.

PENSIERI SULLA NATURA.

I. — PROEMIO.

Vedendo io non potere pigliare materia di grande utilità o diletto, perchè li omini, innanti a me nati, hanno preso per loro tutti l’utili e necessari temi, farò come colui, il quale, per povertà, giugne l’ultimo alla fiera, e, non potendo d’altro fornirsi, piglia tutte cose già da altri viste, e non accettate, ma rifiutate per la loro poca valetudine [valore, pregio].

Io questa disprezzata e rifiutata mercanzia, rimanente de’ molti compratori, metterò sopra la mia debole soma, e con quella, non per le grosse città, ma povere ville andrò distribuendo, e pigliando tal premio, qual merita la cosa da me data.