Noi salavam per entro l sasso rotto,
e dogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto.
Poi che noi fummo in su lorlo suppremo
de lalta ripa, a la scoperta piaggia,
«Maestro mio», diss io, «che via faremo?».
Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che nappaia alcuna scorta saggia».
Lo sommo er alto che vincea la vista,
e la costa superba più assai
che da mezzo quadrante a centro lista.
Io era lasso, quando cominciai:
«O dolce padre, volgiti, e rimira
com io rimango sol, se non restai».
«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
additandomi un balzo poco in sùe
che da quel lato il poggio tutto gira.
Sì mi spronaron le parole sue,
chi mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che l cinghio sotto i piè mi fue.
A seder ci ponemmo ivi ambedui
vòlti a levante ond eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui.
Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra neravam feriti.
Ben savvide il poeta chïo stava
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone intrava.