Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado
che tu dei a colui che sì nasconde
lo suo primo perché, che non lì è guado,

quando sarai di là da le larghe onde,
dì a Giovanna mia che per me chiami
là dove a li ’nnocenti si risponde.

Non credo che la sua madre più m’ami,
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.

Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina foco d’amor dura,
se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.

Non le farà sì bella sepultura
la vipera che Melanesi accampa,
com’ avria fatto il gallo di Gallura».

Così dicea, segnato de la stampa,
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core avvampa.

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
pur là dove le stelle son più tarde,
sì come rota più presso a lo stelo.

E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
E io a lui: «A quelle tre facelle
di che ’l polo di qua tutto quanto arde».

Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle
che vedevi staman, son di là basse,
e queste son salite ov’ eran quelle».

Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse
dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;
e drizzò il dito perché ’n là guardasse.