Allora presi di lui sì gran parte,

Ch’egli disparve, e non m’accorsi come.

Questo Sonetto ha tre parti: nella prima parte dico siccome io trovai Amore, e qual mi parea; nella seconda, dico quello ch’egli mi disse, avvegna che non compiutamente, per tema ch’io avea di non scovrire lo mio segreto; nella terza, dico com’egli disparve. La seconda comincia quivi: Quando mi vide; la terza quivi: Allora presi.

Appresso la mia tornata, mi misi a cercare di questa donna, che lo mio signore m’avea nominata nel cammino de’ sospiri. Ed acciò che il mio parlare sia più brieve, dico che in poco tempo la feci mia difesa tanto, che troppa gente ne ragionava oltra li termini della cortesia; onde molte fiate mi pesava duramente. E per questa cagione, cioè di questa soperchievole voce, che parea che m’infamasse viziosamente, quella gentilissima, la quale fu distruggitrice di tutti i vizj e reina della virtù, passando per alcuna parte mi negò il suo dolcissimo salutare, nel quale stava tutta la mia beatitudine. E uscendo alquanto del proposito presente, voglio dare ad intendere quello che il suo salutare in me virtuosamente operava.


Dico, che quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza della mirabile salute nullo nemico mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritade, la quale mi facea perdonare a chiunque m’avesse offeso: e chi allora m’avesse addimandato di cosa alcuna, la mia risponsione sarebbe stata solamente: «Amore» con viso vestito d’umiltà. E quando ella fosse alquanto propinqua al salutare, uno Spirito d’amore, distruggendo tutti gli altri spiriti sensitivi, pingea fuori li deboletti Spiriti del viso, e dicea loro: «Andate ad onorare la donna vostra»; ed egli si rimanea nel loco loro. E chi avesse voluto conoscere Amore, far lo potea mirando lo tremore degli occhi miei. E quando questa gentilissima donna salutava, non che Amore fosse tal mezzo, che potesse obumbrare a me la intollerabile beatitudine, ma egli quasi per soperchio di dolcezza divenia tale, che lo mio corpo, lo quale era tutto allora sotto il suo reggimento, molte volte si movea come cosa grave inanimata. Sicchè appare manifestamente che nelle sue salute abitava la mia beatitudine, la quale molte volte passava e redundava la mia capacitade.


Ora, tornando al proposito, dico che poi che la mia beatitudine mi fu negata, mi giunse tanto dolore, che partitomi dalle genti, in solinga parte andai a bagnare la terra d’amarissime lagrime: e poi che alquanto mi fu sollevato questo lagrimare, misimi nella mia camera, là dove io potea lamentarmi senza essere udito. E quivi chiamando misericordia alla donna della cortesia, e dicendo: «Amore, aiuta il tuo fedele», m’addormentai come un pargoletto battuto lagrimando. Avvenne quasi nel mezzo del mio dormire, che mi parve vedere nella mia camera lungo me sedere un giovane vestito di bianchissime vestimenta; e, pensando molto quanto alla vista sua, mi riguardava là ov’io giacea; e quando m’avea guardato alquanto, pareami che sospirando mi chiamasse, e diceami queste parole: Fili mi, tempus est ut prætermittantur simulacra nostra. Allora mi parea ch’io ’l conoscessi, però che mi chiamava così come assai fiate nelli miei sospiri m’avea già chiamato. E riguardandolo parvemi che piagnesse pietosamente, e parea che attendesse da me alcuna parola: ond’io assicurandomi, cominciai a parlare così con esso: «Signore della nobiltade, perchè piagni tu?» E quegli mi dicea queste parole: Ego tamquam centrum circuli, cui simili modo habent circumferentiæ partes; tu autem non sic. Allora pensando alle sue parole, mi parea che mi avesse parlato molto oscuro, sì che io mi sforzava di parlare, e diceagli queste parole: «Ch’è ciò, Signore, che tu mi parli con tanta scuritade?». E quegli mi dicea in parole volgari: «Non dimandare più che utile ti sia». E però cominciai con lui a ragionare della salute, la quale mi fu negata, e domanda’lo della cagione; onde in questa guisa da lui mi fu risposto: «Quella nostra Beatrice udì da certe persone, di te ragionando, che la donna, la quale io ti nominai nel cammino de’ sospiri, ricevea da te alcuna noia. E però questa gentilissima, la quale è contraria di tutte le noie, non degnò salutare la tua persona, temendo non fosse noiosa. Onde conciossiacosa che veracemente sia conosciuto per lei alquanto lo tuo segreto per lunga consuetudine, voglio che tu dichi certe parole per rima, nelle quali tu comprenda la forza ch’io tegno sovra te per lei, e come tu fosti suo tostamente dalla tua puerizia. E di ciò chiama testimonio colui che ’l sa: e come tu prieghi lui che gliele dica; ed io, che sono quello, volentieri le ne ragionerò; e per questo sentirà ella la tua volontade, la quale sentendo, conoscerà le parole degl’ingannati. Queste parole fa che sieno quasi uno mezzo, sì che tu non parli a lei immediatamente, chè non è degno. E non le mandare in parte alcuna senza me, ove potessero essere intese da lei; ma falle adornare di soave armonia, nella quale io sarò tutte le volte che farà mestieri». E dette queste parole, disparve, e lo mio sonno fu rotto. Ond’io ricordandomi, trovai che questa visione m’era apparita nella nona ora del dì; e anzi che io uscissi da questa camera, proposi di fare una Ballata, nella quale seguitassi ciò che ’l mio Signore m’avea imposto, e feci poi questa Ballata: